La politica nel Varesotto (ancora) in mano ai cirotani

L’inchiesta della Dda di Milano, dieci anni dopo l’operazione “Bad Boys”, conferma il grado di condizionamento delle istituzioni lombarde da parte dei clan calabresi. Le confessioni dell’ex sindaco, l’area grigia e l’autocandidatura di Casapound a lista della cosca. Il Gip: «Non è la ‘ndrangheta a infiltrarsi nella società civile, ma il contrario»

di Alessia Candito
Quasi 1200 chilometri, 12 ore di strade e autostrada in auto, più di 15 usando i mezzi pubblici. Ma a Lonate Pozzolo, piccolo centro del Varesotto, la politica funziona come a Cirò Marina. E a deciderla sono i clan calabresi. O meglio, sono ancora i clan calabresi. A oltre 10 anni dall’inchiesta “Bad Boys” e dall’omicidio che ha svelato le ambizioni secessioniste di parte della ‘ndrangheta lombarda, Lonate continua ad essere terra di clan.
GIUNTA IN MANO AI CLAN Dall’indagine “Krimisa” – scrive quasi mesto il giudice nell’ordinanza – «è emerso come la giunta del Comune di Locale Pozzolo (in foto il municipio lombardo) continui ad essere espressione della capacità del gruppo criminale di veicolare considerevoli quantità di voti, barattandoli con la nomina di familiari e parenti a cariche politiche ed amministrative». I clan di zona, che dei cirotani sono diretta espressione, avevano scelto il sindaco Danilo Rivolta, dirottando su di lui «un consistente pacchetto di voti veicolato dalla famiglia De Novara e da Cataldo Santo Casoppero». In cambio, mettono nero su bianco i giudici, hanno ottenuto «l’assegnazione di un assessorato a Francesca Federica De Novara, nipote di Alfonso Murano, assassinato mentre si trovava al vertice della locale di Lonate Pozzolo» e moglie di Cataldo Malena, per gli inquirenti «soggetto contiguo agli odierni indagati».
LE CONFESSIONI DELL’EX SINDACO Traduzione, nel Varesotto, i parenti dei boss sedevano nel governo comunale. Non si è trattato solo di un caso, né di un progetto maturato solo in seno agli ambienti criminali. Ma di un patto con il diavolo che l’ex sindaco Rivolta ha stretto con i calabresi, di cui ha sempre conosciuto il peso politico e criminale. «A Lanate Pozzolo – ha messo a verbale – vi sono diverse famiglie originarie di Cirò Marina, che esercitano un controllo sul territorio. Tra queste posso indicare Casoppero, Filippelli, Murano, De Novara, Cilidonio ed infine De Castro, quest’ultima, però di origine siciliana». E la sua fonte di conoscenza, ha spiegato ai magistrati, era diretta e credibile.
AMBASCIATORI INSOSPETTABILI Si trattava di Franco De Novara, uno dei soggetti di vertice della zona, che nel 2008 da Rivolta, all’epoca assessore, aveva preteso (e ovviamente ottenuto) l’assunzione della sorella prima alla Saap, poi alla fondazione Puccini di Gallarate. Quando nel 2011 si presentano alla sua porta, promettendo appoggi e sostegno nella corsa al Comune, il politico sapeva perfettamente chi fossero i suoi interlocutori, così come sapeva che avrebbe dovuto “pagare un prezzo”. L’offerta dei clan è arrivata da un ambasciatore – almeno apparentemente – insospettabile, Peppino Falvo, coordinatore regionale dei Cristiano Democratici.
IL PREZZO DA PAGARE «Venne da me – racconta il sindaco – e mi disse che i De Novara mi avrebbero appoggiato nella campagna elettorale. Franco De Novara in cambio voleva che la figlia Francesca venisse nominata assessore. Loro, nel frattempo, avrebbero provveduto a farmi prendere dei voti. Francesca De Novara ha preso 300 voti. La mia lista è sfata supportata anche da Cataldo Casoppero. Dopo la mia elezione ho effettivamente nominalo la figlia di De Novara assessore alla cultura». E non era l’unico politico in contatto con le “famiglie” di zona. «A Lonate Pozzolo – aggiunge Rivalta – c’è come assessore Patera Antonio, che è sostenuto da altre famiglie calabresi, i Russo ed altri». Questioni di parentela, diretta e indiretta, che al Nord come al Sud – emerge – pesano.
«L’UOMO NOSTRO» Ma il potere dei clan non si limitava solo a uno o due politici di fiducia, ma aveva condizionato l’intero sistema politico. Non a caso quando Rivolta cade, travolto da un’inchiesta per concussione, i clan sanno subito individuare un nuovo referente. È Enzo Misiano (ne abbiamo scritto qui), lombardo di nascita ma dal cognome che tradisce le origini calabresi, «il referente politico dei “calabresi” sul territorio». È per questo, affermano i magistrati, che sulla sua coalizione – il centrodestra classico, a trazione leghista – è stato «veicolato un considerevole pacchetto di voti durante le competizioni elettorali». È lui – si legge nell’ordinanza «il catalizzatore del pacchetto di voti mosso dalla locale, veicolandoli verso la coalizione d’appartenenza che vede Ausilia Angelino candidata alla carica di sindaco.
LA RICONOSCENZA DI MISIANO Consigliere del Comune di Ferno e membro della Commissione Territorio e della Commissione elettorale, Misiano si mostra riconoscente. Per il clan si occupa delle pratiche amministrative pendenti al Comune di Ferno e ne condiziona l’esito, suggerendo escamotage e cavilli volti ad eludere oneri e costi amministrativi e fiscali. Al boss Giuseppe Spagnolo “U Banditu” fa persino da autista in occasione di summit e riunioni.
UN COMPLESSO SPORTIVO DI RINGRAZIAMENTO E il suo rapporto con i clan è ben noto anche all’esterno. Non a caso è a lui che si rivolge Alessandro Pozzi, consigliere di maggioranza al Comune di Ferno e suo braccio destro in Fratelli d’Italia, quando inizia a subire le pressioni di Antonio De Novara, che gli rimproverava di aver scelto di assumere un ragazzo disabile al posto del fratello Cristoforo “Totonno”. Uno sgarbo da pagare con un versamento mensile di 400 euro, 200 dall’imprenditore e 200 dal ragazzo che aveva assunto. «Altamente significativa – si legge nelle carte – la condotta di un amministratore locale che, anziché rivolgersi alle Autorità, si rivolge alla criminalità organizzata per risolvere una questione tanto delicata». Ma Pozzi non ha avuto dubbi, anzi si è mostrato riconoscente. A Filippelli, interessato alla questione grazie all’intercessione di Misiano, il politico promette «un trattamento di favore nell’assegnazione della gestione di un complesso sportivo nel comune di Ferno».
IL TRAIT D’UNION CON FRATELLI D’ITALIA Per i magistrati però, Misiano non è semplicemente il referente dei clan all’interno dell’amministrazione, ma anche il «trait d’union tra l’ambiente politico locale nella sua qualità di responsabile per i territori di Ferno e Lonate del partito Fratelli d’Italia ed esponenti di spicco della cosca mafiosa». Nel partito della Meloni, lui aveva un ruolo. E non di poco conto. «Decide autonomamente le candidature del partito, avendone avuta ampia delega dal suo referente diretto l’on, Paola Frassinetti, portavoce regionale Lombardia». E non a caso, lasciano intendere i magistrati sottolineando che «quale referente politico dei “calabresi” è potenzialmente in grado di contribuire alla causa politica della sua coalizione con un considerevole pacchetto di voti». Certo, i nomi che porta rischiano di essere scivolosi.
ANCHE CASAPOUND CHIEDE AIUTO ALLA ‘NDRANGHETA Per la ‘ndrangheta, Casapound non è un interlocutore elettorale credibile, almeno a Lonate; per Casapound invece i clan calabresi sono punti di riferimento a cui chiedere aiuto, appoggi e voti. Proprio seguendo Mesiano gli investigatori hanno scoperto “l’autocandidatura” delle tartarughe. È il 2018, siamo a ridosso della campagna elettorale. Misiano invia il suo braccio destro in Fdi, Alessandro Pozzo, a fare una chiacchierata con i militanti di Casa Pound, che in paese si sono fatti conoscere per aver fatto irruzione in consiglio comunale con uno striscione contro i migranti o per aver aggredito in dodici due avventori di un bar. «C’era anche il referente di Casa Pound di Ferno – riferisce Pozzo dopo la riunione – che si chiama Magni». E insieme a lui c’era Pietro Franceschini, figlio di Francesco, entrambi – si legge nelle carte – ben inseriti nell’entourage dei cirotani. E Pietro, riferisce Pozzo, si sarebbe detto sicuro di «avere tutti i voti dei calabresi» perché «ha già parlato». Misiano conosce il personaggio e il padre e liquida tutto senza troppi pensieri. Sa che i voti dei calabresi sono dalla sua. «Ma digli di andare a cagare. “Ha parlato con i calabresi, ha parlato (in senso ironico, ndr) va bene, digli che va bene che tutti i voti ce li ha lui; allora digli che dopo vado io a cercargli i voti a lui». Le elezioni hanno dato ragione a Misiano, con gran delusione delle tartarughe, che con l’autocandidatura a lista dei clan sognavano in grande.
LA GALASSIA DEL CLAN Ma nell’orbita dei cirotani, gravitavano anche altri soggetti. Di certo c’era Basile, ex poliziotto, cognato di Misiano, già lambito dall’indagine “Bad Boys” sulle cosche di zona, e riciclatosi titolare e gestore di un parcheggio. Per i magistrati, non solo era perfettamente consapevole della galassia criminale, ma ha anche avuto un ruolo, tanto da partecipare in prima persona a riunioni mascherate da incontri conviviali. Risulta in contatto con i cirotani anche l’Agente della Polizia Locale Antonio Pella, di cui gli uomini del clan come Cassopero si fidano così tanto da confidargli anche l’appoggio dato al sindaco Rivalta. Ma talpa per il clan era anche il consulente della Procura della Repubblica di Busto Arsizio, Giovanni Vincenzino. È da lui – hanno involontariamente confessato i cirotani, ascoltati dalle cimici degli investigatori – che più volte sono arrivate indicazioni su arresti imminenti.
L’AREA GRIGIA Ed è amara la riflessione del gip che sottolinea «la cosiddetta area grigia non rappresenta un’entità unitaria; l’appartenente all’associazione mafiosa infatti si rapporta in modo diverso con l’imprenditore, con il politico, con l’avvocato, con il magistrato, con il professionista, individuandone in qualche modo i punti deboli. E, peraltro, non è sempre l’appartenente al sodalizio che “si infiltra” nella società civile. Si registra anche un movimento contrario, nel senso che è l’appartenente alla ‘ndrangheta che viene cercato e usato da esterni». (a.candito@corrierecal.it)







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