La spartizione e la «pace col trucco». Così i clan si sono presi il Varesotto

La genesi dell’inchiesta contro il “locale” dei cirotani in Lombardia. Tutto è iniziato con la scarcerazione dei capi arrestati dieci anni fa: si rischiava la faida, ma l’emissario arrivato dal Crotonese ha imposto la pace. E il business è arrivato a Malpensa e al progetto di un centro per richiedenti asilo

di Sergio Pelaia
La storia, quella che le cronache riportano oggi, inizia in realtà nel 2015, quando un «mammasantissima» e altri due boss escono dal carcere. Sono stati arrestati nel 2009 in una di quelle inchieste spartiacque che vengono poi richiamate in decine di informative di polizia e di articoli di “giudiziaria”: “Bad boys”, scattata il 23 aprile 2009, coinvolge 39 persone e rivela che c’è un “locale” di ‘ndrangheta che si è radicato nel Varesotto fin dagli anni ’80. Il clan ha un cordone ombelicale che arriva fino al Crotonese, a Cirò, ma a Legnano e Lonate Pozzolo è retto da una sorta di triangolo al cui apice c’è Vincenzo Rispoli e, subito più in basso, Mario Filippelli ed Emanuele De Castro.
IL CIROTANO E IL PALERMITANO Rispoli, 56 anni, è nipote del boss di Cirò Marina Silvio Farao ed è già in carcere perché accusato di concorso nell’omicidio di Cataldo Aloisio, 34 anni, piccolo imprenditore edile, anche lui di Cirò, trovato cadavere la mattina del 27 settembre 2008 alla periferia di San Giorgio sul Legnano. Oggi il boss è tra i destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Milano nell’ambito dell’operazione “Krimisa”, condotta dalla Dda del capoluogo lombardo contro lo stesso “locale” di ‘ndrangheta. Come lui sono stati arrestati anche Filippelli e De Castro: il primo è originario di Crotone, il secondo invece è nato a Palermo ma nonostante le sue origini è affiliato alla ‘ndrangheta.
PEPPE “U BANDITU” DETTA LA LINEA La storia, quella che le cronache riportano oggi, prosegue seguendo un copione già noto in altre parti d’Italia. Quando i boss finiti in galera nel 2009 tornano liberi, nel Varesotto si rischia una guerra di ‘ndrangheta. Il crotonese e il siciliano, Filippelli e De Castro, si odiano. La tensione tra le due articolazioni del “locale” cresce giorno dopo giorno ed è scandita dalle fiamme: auto e negozi vengono incendiati uno dopo l’altro. Poi ci sono malumori per come De Castro gestisce la “bacinella”, dove confluiscono i soldi raccolti dal clan. E di mezzo c’è anche un omicidio: qualcuno ha ammazzato un nipote di Filippelli che aveva forti contrasti con De Castro. C’è insomma una sorta di anarchia criminale e tutti sembrano agire da «cani sciolti», non si sa a chi bisogna dare conto. Ma a un certo punto arriva un emissario da Cirò. Lo chiamano “Peppe ‘u banditu”, al secolo Giuseppe Spagnolo, ed è uno che ha un certo peso nella geografia del clan Farao-Marincola, la consorteria che dirige le dinamiche della malavita organizzata del Varesotto. La linea dettata da Spagnolo è chiara: basta violenza, non si spara più, per portare avanti gli affari serve la pace.
LA SPARTIZIONE E L’ESILIO La storia, quella che le cronache riportano oggi, racconta che ovviamente la pace si fa, perché l’omicidio eccellente del boss “Nuzzo” Novella (2008) ha insegnato che non ci può essere una “Provincia” lombarda autonoma dalla “mamma” calabrese. «Facciamo un’unica banda e basta», commentano tra loro due affiliati, sollevati dal fatto che «quei due» abbiano sotterrato l’ascia di guerra. Il territorio viene diviso in tre: Lonate centro è zona di De Castro, nella frazione di Sant’Antonino invece comanda Filippelli. Poi ci sono anche i Cilidonio, a cui viene assegnato Ferno, ma loro evidentemente non stanno ai patti, provano ad allargarsi, così il tribunale della ‘ndrangheta prende un’altra decisione, l’esilio: i Cilidonio vengono relegati a Vanzaghello. L’importante, comunque, è che «tutti i soldi si portano nella cassa», perché di soldi ne girano parecchi. Filippelli, nel nuovo ordine stabilito con la regia del clan di Cirò, si occupa delle questioni criminali più “tradizionali”. De Castro, invece, viene autorizzato ad avviare il business dei parcheggi di Malpensa. Ma tra i più recenti affari del “locale” ci sarebbe stato anche il progetto di un centro per richiedenti asilo a Oleggio.
LA PACE COL TRUCCO Lo dice chiaro il braccio destro di Filippelli, un altro cirotano finito in manette, Cataldo Casoppero, uno che aveva interessi in politica e che (lo abbiamo raccontato qui) era riuscito a stringere amicizie utili a ad avere informazioni di prima mano su retate e arresti. «Ha paura sto cornuto di Emanuele – dice Casoppero, intercettato, riferendosi a De Castro – ha capito che è una pace con il trucco». L’astio, insomma, continua ad esserci, anche se strisciante e coperto dalla pace imposta dagli emissari di Cirò. Finché arrivano i nuovi arresti, quelli di “Krimisa”. Ma la storia, quella che le cronache riportano oggi, a dieci anni dalla prima operazione contro la ‘ndrangheta del Varesotto, insegna che le manette non sono sufficienti per debellare le mafie. (s.pelaia@corrierecal.it)







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