Lega-Russia, l’avvocato varesino citato nell’audio e le accuse di Belsito

Mascetti compare negli interrogatori dell’ex tesoriere davanti alla Dda di Reggio come uomo chiave nel tentativo di disarcionare Bossi. Lui nega, anche sul Mosca-gate

di Alessia Candito
È indicato come l’uomo della Lega «nel Consiglio di Amministrazione (di Banca Intesa, ndr) a Mosca». Potrebbe essere lui, ragionano Savoini e i suoi interlocutori all’hotel Metropol, la chiave per far arrivare i fondi neri russi nelle casse della Lega. Si tratta di Andrea Mascetti, avvocato varesino esperto di diritto bancario e societario, con un presente fatto di mille incarichi, dalla Cariplo alla presidenza di Fnm, secondo operatore ferroviario italiano dopo Ferrovie dello Stato Italiane, dal cda di Italgas a quello di Banca Intesa in Svizzera e in Russia. Possiamo parlare con lui» dice il terzo italiano presente a quel tavolo. «Possiamo parlare con lui» dice il terzo italiano presente. «Fantascienza» commenta Mascetti, che a Open bolla tutto come una «panzana», perché lui non avrebbe «alcun rapporto con la Russia assegnato dal partito». Magari sarà l’avvocato Gianluca Meranda – presente a quella conversazione e che a breve dovrà presentarsi di fronte ai magistrati di Milano – a chiarire tutto. Oppure il terzo italiano presente quella sera. Che gli inquirenti ancora cercano, ma di cui ancora non si conosce il nome. Quello di Mascetti invece già in passato è saltato fuori.
L’INDAGINE DELLA DDA SULLA LEGA A parlare di lui con la procura antimafia di Reggio Calabria, è stato Francesco Belsito, tesoriere della Lega ai tempi di Bossi, insieme al Senatur processato e condannato per quel fiume di fondi neri che dalle casse del Carroccio sono finiti fino in Tanzania sotto forma di diamanti. Un fascicolo – nel quale Mascetti non è indagato – che ha interessato (e forse interessa ancora) anche la procura antimafia di Reggio Calabria.
Perché? Quei canali di riciclaggio incrociavano ambienti di ‘ndrangheta e massoneria e molti dei personaggi coinvolti nella rete leghista dell’epoca – a partire dal sedicente avvocato Brunello Mafrici – avevano frequentazioni e affari assai discutibili.
LE RIVELAZIONI DI BELSITO Per questo nel marzo 2013, a un anno dalle prime perquisizioni in via Bellerio, Belsito viene interrogato. Di fronte al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, l’ex tesoriere finisce per fare delle parziali ammissioni.
Ma soprattutto punta il dito contro Maroni e il suo entourage, incluso Mascetti, indicato come «amico personale di Bobo». È certo che siano stati loro a far scoppiare lo scandalo che ha politicamente azzerato Bossi e il suo cerchio magico, per prendere il controllo del partito.
LA VERITÀ DELLE INTERCETTAZIONI Non si tratta di una “verità” confezionata per la magistratura. Il procuratore aggiunto Lombardo sa che Belsito ha già sostenuto certe tesi quando era convinto di non essere ascoltato. All’epoca, parlando con gli imprenditori complici nella distrazione di milioni di fondi pubblici, l’ex tesoriere affermava che quelle informazioni fossero state fatte filtrare per uno scopo.
Si trattava di una manovra – raccontava, intercettato – a suo dire nata in ambito massonico, ordinata da Maroni e «gente di Roma». E in sede di interrogatorio, sebbene più reticente sui dettagli, non ha cambiato versione. «Ci sono state indubbiamente delle persone che lo hanno aiutato (Maroni, ndr), tra virgolette, nell’andare ad attaccare quella che era la Lega diretta, quindi il Bossi della situazione», ha messo a verbale.
SULLA VIA DI PONTIDA È qui che salta fuori il nome di Mascetti. In passato militante riconosciuto dell’estrema destra, tanto che – annota la Dia – «risulta che abbia frequentato Rinaldo Graziano, figlio di Lello, fondatore di Ordine Nuovo», l’avvocato varesino sembra essere stato con il tempo fulminato sulla via del Carroccio. Divenuto leghista si è subito schierato con Maroni e i suoi e anche l’Aldebaran, il circolo culturale di ispirazione neofascista da lui fondato, si è trasformato nella più “padana” associazione “Terra Insubre”.
I SOSPETTI DEL SENATUR «Bossi diceva che era un massone. E oggi ce lo ritroviamo seduto nel Consiglio Federale della Lega». Ed è una cosa strana, fa capire al magistrato, perché «… da noi in Lega erano molto attenti a far entrare soggetti esterni, quindi dopo una lunga militanza qualcuno poteva arrivare». In più Mascetti «aveva tutte delle consulenze che arrivavano dal mondo Lega».
Su di lui – racconta – il Senatur aveva sospetti da tempo. «Quando era nato il problema dei soldi investi, mi aveva detto … è opera di Mascetti. Che sia vero o no io questo non lo so», afferma Belsito, che aggiunge di aver ricevuto in via anonima un documento secondo cui «questo Mascetti risultava essere l’avvocato della Banca Aletti».
ACCUSE RISPEDITE AL MITTENTE Un rapporto, al pari dell’appartenenza massonica, è sempre stato smentito dal diretto interessato, che contro Belsito ha annunciato querele e richieste di risarcimenti.
Medesime azioni promesse contro i responsabili di “Velina Verde”, blog antimaroniano apparso quando Bossi ancora sperava di riuscire a mantenere il controllo della sua Lega, che di Mascetti ha scritto spesso e a lungo, indicandolo come «legato alla massoneria varesina» e «vera eminenza grigia della Lega». Ma gli autori dei post, protetti da piattaforme internet appoggiate in Islanda e server antillese, sono sempre rimasti anonimi.
«MA SI VEDEVA QUALCOSA» Certo, ammette anche Belsito, «nel momento in cui c’è stata … all’inizio, di questa diatriba fra gruppi … quindi Bossi e Maroni, ognuno cercava di mettere sul tavolo delle informazioni che riguardavano gli altri gruppi». Ma quando il pm gli chiede se ci fossero personaggi «che si muovevano secondo una logica» ammette «sì, si vedeva, si vedeva qualcosa». (a.candito@corrierecal.it)







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