Impresa e politica, 30 anni di «‘ndrangheta capitale» per il clan Gallace

Da Nettuno ad Anzio il predominio della cosca originaria di Guardavalle. I parenti di presunti boss in consiglio comunale. Gli appalti alle ditte amiche e l’interesse per l’edilizia ad Aprilia. Gli investigatori: «È mafia di serie A»

di Pablo Petrasso
È tra il grattacielo “Scacciapensieri” e le spiagge confiscate, nelle strade che portano dal vecchio borgo marinaro di Nettuno ad Anzio che «la ‘ndrangheta capitale ha la propria sede principale». La nota arriva dall’ultima relazione della Commissione parlamentare antimafia e si riferisce all’opera di controllo del territorio della locale riferibile al clan Gallace, originario di Guardavalle in provincia di Catanzaro. È una conferma: la cosca, insediata nell’area «da almeno trent’anni, ha saputo intessere un reticolo di relazioni con esponenti della malavita locale sia nelle realtà di Anzio e Nettuno, sia nella realtà di Aprilia, sia nelle principali piazze di spaccio della capitale come San Basilio». È il rapporto “Mafie nel Lazio” a ripercorrere gli step giudiziari dell’infiltrazione. Ricordando che «il più importante processo contro il clan Gallace, il cosiddetto procedimento “Appia”, si è celebrato con enormi difficoltà innanzi al Tribunale di Velletri con un dibattimento, assai lungo, che si è concluso, sette anni dopo l’iniziale rinvio a giudizio, con pesanti condanne per il delitto di associazione di tipo mafioso e associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti».
INNESTO NEL TESSUTO SOCIALE L’11 giugno del 2018 la Corte d’Appello ha confermato le condanne per associazione mafiosa. Una sentenza storica «perché, tra l’altro, attesta l’operatività di un locale nel Lazio». Con tinte preoccupanti: «La prova che il sodalizio ricostruito nell’ipotesi accusatoria s’innestò nel tessuto sociale della città di Nettuno, così ramificando quella che era l’originaria struttura organizzata in Guardavalle, è stata – scrivono i giudici – conseguita. Ne costituisce prova l’esito dei lavori della commissione governativa che procedette allo scioglimento del comune di Nettuno propri per le infiltrazioni mafiose riscontrate». Nella sentenza, vengono posti in luce «gli stretti rapporti esistenti tra Antonio Gallace e Aldo Ludovisi, imprenditore locale destinatario di licenze edilizie e di permessi a costruire, il quale funse, durante il viaggio intrapreso verso Padova, da confidente e da destinatario delle memorie del Gallace, il quale si lasciò andare alla narrazione delle sue precedenti esperienze di vita, con indicazione di specifici episodi criminosi». A Nettuno esiste, dunque, «una sorta di succursale del locale di Guardavalle. Del resto, nella stessa tradizione organizzativa della ‘ndrangheta non può intravedersi un’unica associazione articolata e presente in determinati territori, ma più centrali operative – i cosiddetti locali – ciascuno dei quali dotato di una propria autonomia, ma pur sempre collegato alla famiglia o ad altro locale da cui ha tratto origine, quasi come per gemmazione. Risulta in modo chiaro (gli atti della commissione ministeriale che portarono allo scioglimento del comune di Guardavalle ne sono una prova lampante) che i membri della cosca Gallace continuarono a operare nel paese calabro, centro principale dei loro interessi, e rientra, come detto, nell’ordine quasi naturale delle cose che essi trasferirono il loro sistema associativo in Nettuno, allorquando vi si trasferirono alcuni per ragione di sicurezza».
NEL CONSIGLIO COMUNALE DI ANZIO Personaggi vicini alla cosca Gallace emergono anche fra le carte dell’inchiesta “Gallardo”. La famiglia Perronace viene citata in relazione alla situazione del comune di Anzio: «A più riprese sono state segnalate all’attenzione della Commissione le criticità della situazione di Anzio». In particolare, si fa riferimento alla posizione di «alcuni consiglieri comunali», uno dei quali stretto congiunto «di Nicola Perronace, pregiudicato, elemento di spicco del clan Gallace imputato per articolo 416-bis del codice penale, poi morto per cause naturali». Molti lavori sarebbero stati assegnati a un nipote di questo consigliere comunale «da parte dell’amministrazione». Prova di come l’infiltrazione sia diventata più profonda nel corso degli anni in un territorio per il quale molti clan hanno interesse.
IL CLAN MOLÈ E infatti «risultano attivi numerosi soggetti collegati, secondo diverse indagini, alla ‘ndrangheta. Fra gli altri il clan Molè, localizzato fra Rocca Priora, Ariccia e Genzano. È opportuno ricordare che in passato proprio al clan Molè in quest’area è stata sequestrata una struttura alberghiera a Monte Porzio Catone». Una presenza «nuovamente tracciata dall’indagine “Gioia Tauro ai Castelli”, coordinata dalla Dda della procura di Roma, che l’11 luglio del 2018 ha confermato la penetrazione della cosca Molè in importanti strutture ricettive a Rocca di Papa». Questa volta l’elemento cardine per l’intestazione fittizia di beni della ‘ndrangheta del mandamento Tirrenico «sarebbe stato, secondo i pm, Agostino Cosoleto, residente a Rocca di Papa». Cosoleto, «già condannato per intestazione fittizia di beni aggravata dalla finalità di aver agevolato il clan Molè» è, per i magistrati «personaggio ben noto per essere quantomeno contiguo praticamente da sempre alla ‘ndrangheta operante nella fascia tirrenica della provincia di Reggio Calabria. In tal senso si segnala innanzitutto che Cosoleto ha legami di sangue con l’articolazione della ndrangheta operante in Castellace di Oppido Mamertina in quanto la madre dell’indagato era la sorella di Rosario Mammoliti, che per molti anni è stato l’indiscusso capo dell’omonima cosca». L’affinità, però, si estenderebbe anche alla ‘ndrina dei Molè.
EDILIZIA AD APRILIA Da Anzio ad Aprilia, l’allarme viene rilanciato dall’ex questore di Latina, Giuseppe De Matteis, davanti alla Commissione parlamentare antimafia. «La terza delle priorità – ha detto – è, secondo me, l’area nord, di cui obiettivamente si sa poco per una serie di motivi. Tenete presente che l’area nord vanta il quarto centro del Lazio per popolazione, la città di Aprilia, città che ha avuto una sovraesposizione demografica davvero importante, e conseguentemente ha dovuto anche supportare logisticamente quest’espansione demografica. Quest’area di Aprilia e Cisterna è stata interessata, quindi, da una forte speculazione edilizia, da un forte investimento di capitali di provenienza soprattutto illecita nel settore edilizio, con tutto quello che ne consegue, come cambi di destinazione d’uso, piani regolatori generali approvati in un certo modo e così via. Insiste in quest’area nord una serie di organizzazioni criminali riferibili essenzialmente alla ’ndrangheta. Anche in questo caso si parla di ’ndrangheta di serie A». (p.petrasso@corrierecal.it)







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