Dai riti alle nuove frontiere dei clan: coca, bitcoin e joint venture internazionali

La relazione semestrale della Dia fotografa l’evoluzione affaristica della ‘ndrangheta e le sue proiezioni in Nord Europa e America. Le cosche proponevano ai cartelli di pagare la droga con la criptovaluta. Le novità più recenti arrivano dalla Val d’Aosta e dal Canada. E le operazioni finanziarie sospette nel 2018 sono state più al Nord che in Calabria

di Sergio Pelaia
I riti, le cerimonie di iniziazione e quelle con cui si assegnano le cariche e si decide chi sale nella gerarchia, non sono puro folklore, ma «rappresentano un punto di forza dell’organizzazione, dotata di un senso di identità e di appartenenza che rende il modello calabrese poco permeabile dall’esterno». Da queste considerazioni la Dia prende le mosse nella relazione semestrale luglio-dicembre 2018 per spiegare come la natura identitaria della ‘ndrangheta non sia un fenomeno di colore distaccato dalla vocazione al business internazionale ma, anzi, ne rappresenti un punto di forza. Come un punto di forza «è rappresentato – si legge nel dossier della Direzione investigativa antimafia – anche dalla posizione ricoperta dalle donne delle cosche, il cui “prestigio” viene confermato dalle inchieste concluse nel semestre». Non si tratta solo del compito, comunque importante, di veicolare all’esterno i messaggi che i capi inviano alle famiglie dal carcere, ma anche di gestire direttamente denaro e di decidere le dinamiche interne alle cosche: le donne di ‘ndrangheta nelle recenti inchieste non vengono certo qualificate non come figure subalterne ma semplicemente come una parte importante di quella rigida gerarchia, militare e familiare al tempo stesso, che è tratto distintivo della mafia calabrese: «Una forte coesione, saldamente fondata sui vincoli familiari, che si traduce in un numero sostanzialmente inferiore di collaboratori di giustizia rispetto alle altre organizzazioni criminali di stampo mafioso, ulteriore segnale di solidità strutturale delle consorterie calabresi».

DUE DATI STORICI, DAL CANADA AD AOSTA Proprio questa solidità interna, questa forza dei vincoli familiari, fa della ‘ndrangheta l’organizzazione mafiosa più forte all’esterno, la più capace di riprodurre le proprie dinamiche in contesti lontani dalla terra d’origine. «Sul punto – scrive la Dia – meritano un accenno due recentissimi provvedimenti: l’ordinanza di custodia cautelare eseguita a gennaio 2019, a conclusione dell’operazione “Geenna”, che ha portato alla luce, per la prima volta, l’operatività di un locale di ‘ndrangheta attivo ad Aosta; una decisione, adottata a marzo, con la quale la Corte Superiore di Giustizia dell’Ontario canadese, nel condannare, tra gli altri, un sodale della famiglia Ursino a 12 anni e mezzo di reclusione per traffico di sostanze stupefacenti ed estorsioni, ha riconosciuto per la prima volta la struttura gerarchico mafiosa della ‘ndrangheta calabrese con ramificazioni in Canada».

INVESTIMENTI IN NORD EUROPA E IN AMERICA Le cosche calabresi sono alla ricerca continua di «un indebito accesso ai circuiti finanziari legali, utili al riciclaggio dei capitali illeciti, insinuandosi prima nelle dinamiche relazionali degli enti locali e degli imprenditori, per riuscire così a condizionarne le scelte». Una dinamica che è ormai la regola al di fuori della Calabria più che tra il Pollino e lo Stretto. A testimoniarlo il dato delle operazioni finanziarie sospette registrate nel 2018: delle 103.576 risultate di «interesse istituzionale» per la Dia, il 46,3% sono state messe a segno al Nord, il 33,8% nelle regioni del Sud e il 18,7% nei territori del Centro Italia. È il risultato, evidente, del fatto che «il modello organizzativo» della ‘ndrangheta viene replicato stabilmente in Lazio, Piemonte, Valle D’Aosta, Liguria, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Abruzzo, Molise e Sardegna. E ovviamente anche all’estero, in Europa (Spagna, Francia, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Austria, Repubblica Slovacca, Albania, Romania e Malta), in America (Canada, Usa, Messico, Colombia e Argentina) e in Australia.

GLI AFFILIATI DI «ULTIMA GENERAZIONE» E L’OMERTÀ AL NORD I clan della ‘ndrangheta che hanno stabilmente messo radici fuori dalla Calabria annoverano affiliati di «ultima generazione» in grado, secondo il dossier della Dia, di «consolidare relazioni affaristico-imprenditoriali, condizionando gli ambienti politico-amministrativi ed economici locali». Alcune inchieste condotte negli ultimi anni nel Nord Italia – di recente l’operazione “Krimisa” ha fotografato le nuove dinamiche del “locale” di ‘ndrangheta del Varesotto a dieci anni dai primi arresti di “Bad Boys” – hanno dato conto anche «del livello di omertà che pervade alcuni territori». Un dato nuovo si registra tra le nuove generazioni di ‘ndranghetisti del Comasco «non sembrano attuare la strategia di mimetizzazione al mondo imprenditoriale, adottata invece da altri gruppi calabresi fuori dal territorio di origine». I giovani affiliati comaschi, infatti, «pur se impegnati nelle attività illecite del riciclaggio e del reimpiego di capitali, sembrano privilegiare la strategia del controllo militare del territorio, con conseguente allarme sociale dovuto alla risonanza delle azioni violente e intimidatorie».

LA NUOVA FRONTIERE DEL GIOCO ONLINE Una delle strade dell’espansione economica che porta anche all’estero è quella del business del gioco illegale e delle scommesse. L’entità dei capitali che si muovono nel settore è ovviamente «una forte attrattiva per la criminalità organizzata sia sotto il profilo dell’ingerenza nella gestione delle stesse attività ludiche, legali e non, sia per i risvolti legati a condotte di riciclaggio di proventi derivanti da altre attività illecite». L’operazione “Galassia” condotta dalla Dia e dalla Guardia di finanza nel novembre del 2018 a Reggio Calabria, per esempio, ha portato al sequestro di patrimonio che, tra Italia, Austria, Malta, Romania, Svizzera e Antille Olandesi, è stato stimato in oltre 723 milioni di euro.

NARCOS E BITCOIN Un business, quello del gioco, che ha portata monetaria che si avvicina a quello, ormai tradizionale, del narcotraffico. Le cui rotte si sono spostate dallo scalo privilegiato Gioia Tauro verso i porti di Rotterdam, Anversa ed Amburgo. Dove la ‘ndrangheta ha un potere di influenza che la rendono «l’interlocutore necessario per le altre organizzazioni criminali italiane ai fini dell’approvvigionamento di cocaina». Il prestigio acquisito dai clan calabresi consente loro di trattare direttamente con i più solidi cartelli sudamericani, senza intermediari. Anzi, i calabresi sono gli unici che, se e quando serve, possono fare da garanti anche per trafficanti legati ad altre mafie italiane. Come i siciliani: già nel 2003, gli esiti investigativi dell’operazione “Igres” avevano evidenziato come le cosche del Trapanese, nel corso di una trattativa con alcuni colombiani per l’acquisto di una partita di stupefacente, abbiano avuto la necessità di farsi “accreditare” dai reggini. E a riprova di questa cooperazione criminale è arrivata più recentemente, a dicembre, anche un’altra inchiesta, “Pollino-European ‘ndrangheta connection” da cui è emerso che alcune cosche di ‘ndrangheta erano in affari con il clan Cappello di Catania e con due soggetti casertani. Le indagini dei team investigativi internazionali hanno rivelato in quest’occasione anche «la tendenza delle cosche calabresi di avvalersi di strumenti innovativi per la gestione dei flussi finanziari, in particolare proponendo ai referenti sudamericani di pagare i carichi di droga con i Bit Coin». (s.pelaia@corrierecal.it)







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