Le pretese dei clan di Locri sui lavori del Comune e della Diocesi – VIDEO

I dettagli dell’operazione che ha portato la Dda di Reggio a fermare 10 persone legate alla cosca Cordì. Le estorsioni agli imprenditori, le minacce al sindaco Calabrese e il monopolio sulle attività che ruotano attorno al cimitero. «Non c’è bisogno che parliamo…c’è bisogno solo che ci vedono…» – I NOMI

REGGIO CALABRIA Dalle prime ore di questa mattina, i militari dell’Arma dei carabinieri e della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, stanno eseguendo un decreto di fermo di indiziato di delitto, emesso dalla Direzione distrettuale antimafia reggina guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri, nei confronti di 10 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, estorsione, illecita concorrenza con minaccia o violenza, danneggiamento seguito da incendio e detenzione abusiva di armi, con l’aggravante del metodo mafioso. Il provvedimento in esecuzione rappresenta l’epilogo di approfondite indagini che hanno messo in luce le responsabilità degli affiliati della cosca Cordì in una serie di estorsioni, atti intimidatori e danneggiamenti volti sia a imporre il pagamento del pizzo a imprese edili e attività commerciali della Locride, sia a conseguire il monopolio delle attività cimiteriali locresi.
I NOMI L’operazione scaturisce dall’unificazione di tre distinte e convergenti indagini condotte dalla Sezione operativa della Compagnia carabinieri, dalla Stazione e dai militari del Gruppo della Guardia di finanza di Locri che, coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e dai sostituti Giovanni Calamita e Diego Capece Minutolo, hanno permesso di ricostruire l’attuale operatività di gruppi criminali facenti capo alla storica cosca Cordì di Locri, ai cui dirigenti e partecipi vengono contestati, a vario titolo, i reati di associazione di tipo mafioso, estorsione, danneggiamento seguito da incendio, illecita concorrenza con minaccia o violenza, violazione delle prescrizioni della sorveglianza speciale, detenzione e porto in luogo pubblico di armi, con l’aggravante di aver agito con metodo mafioso ed al fine di favorire gli interessi della cosca di ‘ndrangheta di Locri.
I destinatari del fermo sono:
Gianfranco Alì, nato a Locri il 1.08.1982, ivi residente;
Cosimo Alì, nato a Locri il 29.3.1957, ivi residente;
Vasile Iulian Albatoaei (alias “Giuliano”), nato in Romania il 18.07.1986, residente a Locri;
Guido Brusaferri, nato a Lodi (Mi) il 18.3.1965, residente a Locri;
Domenico Cordì, nato a Locri il 7.2.1979, ivi residente;
Domenico Cordì, nato a Locri il 6.5.1991, ivi residente;
Antonio Cordì, nato a Locri il 3.6.1997, ivi residente;
Salvatore Dieni, nato a Locri l’8.8.1971, ivi residente;
Emmanuel Micale, nato a Locri il 3.7.1985, ivi residente;
Gerardo Zucco, a Locri il 15.11.1970, ivi residente.
GLI APPALTI DEL COMUNE E DELLA DIOCESI I carabinieri, in particolare, partendo da alcuni iniziali episodi di estorsione, hanno sviluppato un’articolata attività d’indagine su alcuni sodali, collegati tra loro per diretti vincoli di sangue o da certificati vincoli associativi. Il variegato contesto delittuoso su cui si è poi operato ha permesso di delineare una serie di estorsioni consumate e tentate facendo leva sulla forza intimidatrice che deriva dal riconosciuto blasone del sodalizio d’appartenenza («Non c’è bisogno che parliamo…c’è bisogno solo che ci vedono…») al fine di convincere le vittime a “mettersi a posto” e garantire loro “protezione e sicurezza”.
In particolare, le indagini hanno permesso di ricostruire le pretese estorsive rivolte – con il coinvolgimento, a vario titolo, degli indagati Gerardo Zucco, Domenico Cordì (cl. ’79) e Bruno Zucco – in danno di un imprenditore edile, affidatario di alcuni lavori banditi dal Comune di Locri (“lavori di realizzazione di un teatro in regione Moschetta”, per un valore di 600mila euro, “ristrutturazione dell’edificio scolastico Maresca”, per 210mila euro, subappalto “valorizzazione di Palazzo Nieddu Del Rio”, per 150mila euro, nonché la manutenzione idraulica dei valloni che attraversano il territorio comunale, per 48.450 euro) e di appalti privati (lavori per la ristrutturazione della “Casa Bennati” di Locri, commissionati dalla Diocesi di Locri-Gerace), con richieste variabili dai 1.500 ai 18mila euro in relazione al valore del lavoro. In un caso, gli estortori hanno tentato di imporre all’imprenditore anche stipula di contratto subappalto a favore di una ditta locrese priva dei requisiti di legge, poiché non inserita nella white list prefettizie.
In un altro caso, sono stati documentati episodi analoghi di cui è ritenuto responsabile Emmanuel Micale che, facendo leva sulla sua appartenenza alle note famiglie di ‘ndrangheta dei Cordì e degli Alecce, avrebbe ripetutamente tentato di costringere il titolare di una rivendita di tabacchi a “mettersi a posto” consegnando 1.500 euro al mese al fine di garantirsi “protezione e sicurezza per sè e per il proprio locale”, non riuscendo nell’intento a causa delle difficili condizioni economiche dell’imprenditore, peraltro già sottoposto ad estorsione da parte di Salvatore Dieni.
IL MONOPOLIO SUL CIMITERO L’ingerenza nelle attività economiche afferenti al cimitero di Locri. I militari dell’Arma hanno appurato anche diversi episodi delittuosi verificatisi a Locri, apparentemente estranei a contesti di criminalità organizzata, in realtà ragionevolmente imputabili ad un’unica matrice delittuosa riconducibile a componenti della famiglia Alì che secondo gli inquirenti da anni esercitava un’incontrastata egemonia delle attività riconducibili alla gestione dell’area cimiteriale, come le onoranze funebri e la vendita al dettaglio dei fiori proprio nei pressi del locale cimitero. «A seguito del susseguirsi di gravissimi eventi chiaramente collegati agli interessi economici sul cimitero di Locri, le indagini dei carabinieri hanno infatti permesso di acquisire – si legge in un comunicato delle forze dell’ordine – elementi di prova a carico dei componenti della famiglia Alì (in particolare Gianfranco Alì), i quali hanno acquisito il controllo del settore delle attività cimiteriali locresi, imponendo un regime di fatto monopolistico attraverso gravi azioni intimidatorie e danneggiamenti in danno di ditte concorrenti, privati cittadini e amministratori pubblici».
In particolare, nel periodo compreso tra il 29 maggio 2017 ed il 27 giugno 2019 si sono verificati na Locri una serie di episodi delittuosi accomunati dal contrapposto interesse economico, nella gestione delle attività cimiteriali, tra tutte le vittime e gli Alì: con una tempistica che non lascia margine di incertezza, coloro che svolgevano attività concorrenziale nei confronti degli Alì o gli amministratori pubblici che avevano adottato atti volti a contrastare o, comunque, ad attenuare quel monopolio hanno subito danneggiamenti e gravi minacce arrivate fino all’incendio dei mezzi di lavoro, al posizionamento di un ordigno dinanzi all’abitazione di un funzionario comunale; da ultimo, quale fatto di particolare rilievo, il sindaco di Locri, Giovanni Calabrese, è stato minacciato con modalità particolarmente insidiose ed allusive consistite nell’avergli comunicato la prossima scomparsa delle spoglie dei suoi parenti sepolti nel cimitero di Locri («Giovannoni domani dirò dov’è sepolto qualche tuo parente da tantissimi anni»). Qui un servizio del Corriere della Calabria che si è occupato della vicenda un mese fa.
LE PERLUSTRAZIONI SUL TERRITORIO Le parallele indagini svolte dalla Guardia di finanza del Gruppo di Locri hanno tratto origine dal grave fenomeno di assenteismo degli impiegati comunali di quella città, segnalato anche dallo stesso sindaco tramite numerose interviste pubblicate sui giornali locali e nazionali. «All’esito delle investigazioni, emergeva come i Cordì, con l’ausilio di una fitta rete di associati ed affiliati, abbiano continuato ad esercitare il loro controllo criminale – scrivono le forze dell’ordine – su tutto il territorio locrese, tramite gravi forme intimidatorie e vere e proprie perlustrazioni giornaliere, finalizzate a monitorare le diverse attività commerciali ed imprenditoriali insistenti sul territorio di riferimento. È stato inoltre documentato, grazie all’attività svolta dal Corpo, come la cosca Cordì continui ad esercitare un potere incontrastato nei settori commerciali di maggior interesse, quali le forniture giornaliere di pane, che viene imposto senza possibilità di reso ad ogni singolo esercente del settore, e la gestione delle onoranze funebri».
La attuale pericolosità della cosca è secondo gli inquirenti ulteriormente confermata dalla immediata disponibilità di armi e munizioni, così come è emerso dalle attività investigative svolte dalla Guardia di finanza, tramite le quali è stato possibile sottoporre a sequestro, abilmente occultati all’interno di due tubi di cemento siti in un fondo pubblico ed avvolti in dei sacchi di plastica, 3 fucili semi-automatici e con canne mozzate, tutti con matricola abrasa, unitamente a cospicuo munizionamento».







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