Estorsioni in Emilia, nuove accuse (di ‘ndrangheta) per gli Amato

Ci sarebbe una matrice mafiosa dietro le intimidazioni ai ristoratori reggiani. Misure cautelari per i tre figli dell’uomo che si era asserragliato in un ufficio postale

REGGIO EMILIA Ci sarebbe una matrice mafiosa dietro le minacce e le intimidazioni del gennaio e febbraio scorsi nei confronti di ristoratori e pizzaioli di Reggio Emilia e provincia, con tanto di “pizzini” (foto) attaccati alle porte e colpi di pistola esplosi contro le vetrate di due pizzerie della zona: fatti per i quali erano stati fermati Cosimo, Mario e Michele Amato, tre fratelli figli di Francesco Amato, 55 anni, condannato per mafia nel processo Aemilia, che nel novembre dello scorso anno per circa 10 ore si era asserragliato all’interno dell’ufficio postale di Pieve, a Reggio Emilia, con cinque ostaggi, per poi essere arrestato dai carabinieri.
Dalle indagini condotte dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Reggio Emilia e del Nucleo Investigativo di Piacenza, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, è emerso che i tre fratelli avrebbero agito per agevolare i clan di ‘ndrangheta operanti in Emilia, la cui esistenza ed operatività è stata riconosciuta nell’ambito del processo Aemilia.
Con queste nuove accuse, il gip di Bologna, su richiesta del sostituto Beatrice Ronchi della Dda, ha firmato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, eseguita dai carabinieri, che ha raggiunto i tre destinatari nei rispettivi carceri dove sono detenuti, aggravandone la posizione.





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