‘Ndrangheta stragista, la finta ritrattazione e la “trappola” per Calabrò

L’ex pentito depone al processo in corso a Reggio tentando di smentire quanto dichiarato in precedenza. Ma entra in contraddizione. E la madre finisce sotto inchiesta per minacce

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA È uno dei testimoni chiave. E nonostante i tentativi di smarcarsi, lo rimane, finendo per confermare in modo granitico quello che ha disperatamente tentato di smentire. Autore, insieme a Consolato Villani, degli attentati che tra il ’93 e il ’94 sono costati la vita ai brigadieri Fava e Garofalo e gravi ferite ad altri quattro militari, per i quali oggi rispondono il boss palermitano, Giuseppe Graviano, e quello di Melicucco, Rocco Filippone, Giuseppe Calabrò è un personaggio controverso. Pentito, poi pentito di essersi pentito e poi pentito nuovamente, e ancora una volta pentito di averlo rifatto, arriva in aula al processo “’Ndrangheta stragista” con un passato pesante, pieno di ombre e tante cose da spiegare.
IL CONTROVERSO PERCORSO DI CALABRÒ Dopo anni di bugie, silenzi e ricostruzioni fasulle che gli sono costate l’uscita dal programma di protezione e una serie di procedimenti per calunnia, nel 2014 Calabrò aveva confermato il quadro che già da tempo stava emergendo dalle indagini della Dda di Reggio e della Dna. Secondo quella ricostruzione, anche gli attentati di Reggio Calabria sono da inscrivere nella generale strategia della tensione avviata da mafie, settori dei servizi, della massoneria e dell’eversione nera per mantenere il potere costruito anche nel mutato quadro politico e imporre i propri interlocutori politici. E Calabrò, dopo anni di silenzi e di bugie, aveva finito per confermarlo.
DICHIARAZIONI A SORPRESA E UNA RITRATTAZIONE A CUI NESSUNO CREDE Quelli del ’93-’94 – ha raccontato in una lettera mai spedita ma arrivata comunque agli inquirenti e confermato sotto interrogatorio – erano attentati su commissione, l’ordine e le armi erano arrivate da suo zio, Rocco Filippone, e solo per paura per quasi due decenni non aveva avuto il coraggio di rompere il comando di silenzio che gli era stato imposto. Ma passato un anno, dopo un colloquio con i familiari in carcere, ha ritrattato ancora, negando tutto quanto di recente messo a verbale. Il gip che ha ordinato l’arresto di Graviano e Filippone non ha creduto a quel nuovo cambio di versione. Ma ancora nell’orbita di quest’ennesima giravolta, l’ex pentito questa mattina si è presentato in aula al processo “’Ndrangheta stragista”.
LA “TRAPPOLA” Spavaldo, convinto di poter riproporre una delle tante versioni propinate agli inquirenti nel corso degli anni, Calabrò si è presentato in aula determinato a rispondere. Quello che non ha capito – o magari ha capito troppo tardi – è di essersi infilato in una trappola da cui difficilmente sarebbe riuscito ad uscire. Anche perché il procuratore aggiunto Lombardo ha un’idea ben precisa di dove, quando e perché sia nata la decisione di ritrattare. E chi gliel’abbia chiesta. Forse anche per questo, il magistrato sfodera un’insospettabile pazienza nell’ascoltare le illogiche spiegazioni inanellate da Calabrò nel ricostruire gli attentati ai carabinieri. Autonomamente progettati e messi a segno a 21 anni, insieme ad un ancora minorenne Villani, negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra di ‘ndrangheta, con equilibri e regole freschi di assegnazione al direttorio – sostiene – per «attirare l’attenzione degli investigatori che era dei Ficara-Latella e scaricare la colpa su di loro». A Villani però – afferma – «avevo detto che avremmo dovuto attaccarli per prendere le loro armi».
SPIEGAZIONI ILLOGICHE Una spiegazione inverosimile, che diventa ancor meno credibile quando Calabrò prova a ricostruire il secondo attentato. Avvenuto a Scilla e costato la vita ai brigadieri Fava e Garofalo. Proprio il luogo in cui è avvenuto il duplice omicidio, sbriciola le spiegazioni fornite poco prima. «Abbiamo rubato una macchina, un’Opel Astra, a Melito Porto Salvo e ci siamo recati a Palmi e abbiamo aspettato in una piazzola a Palmi e abbiamo aspettato che passasse una pattuglia che andasse verso sud» inizia a raccontare l’ex pentito, ma Lombardo lo gela «Come mai siete arrivati fino a Palmi e avete ucciso i carabinieri a Scilla se l’idea era di colpirli vicino a Ravagnese per dare la colpa ai Ficara Latella?»
CORTO CIRCUITO LOGICO Calabrò entra in panico. Prova a sostenere che «l’obiettivo era seguire la macchina fino a Ravagnese» (cioè per circa 40 chilometri) e qualsiasi auto delle forze dell’ordine sarebbe servita allo scopo, poi si trincera dietro un flebile «Siamo andati alla rinfusa». Infine dice «è stato un errore, mi sono affiancato troppo presto». Ma il tutto appare come poco credibile, al pari della giustificazione che tenta di dare al mancato “furto” delle armi, esca grazie a cui – aveva detto poco prima – era riuscito a coinvolgere Villani. «In quel momento la paura fa novanta» sostiene cercando di uscire dal vicolo cieco. Ma i tentativi sono vani, così come quelli di spiegare l’ultimo attentato e le fasi successive.
LA FUGA DALLE DOMANDE A partire dalle armi. Nascoste «in un bidone vicino casa mia, sotterrate nel terreno di un vicino». Il procuratore incalza «un caso che fosse di un maresciallo dei carabinieri?». Calabrò ancora una volta si arrampica sugli specchi. «Era in pensione» prova a sostenere, per poi rifugiarsi in un «l’ho saputo dopo». Altrettanto poco credibile è la decisione di aver voluto utilizzare sempre lo stesso mitra e lo stesso fucile. «Nel terzo abbiamo utilizzato la stessa arma perché volevamo far capire che gli episodi erano collegati. Ci siamo fermati perché è venuta fuori la notizia che a sparare era stata la stessa arma. Dopo Fava e Garofalo non se ne erano accorti». Peccato che fra i due episodi fossero passate diverse settimane e per quanto arretrata rispetto ad oggi, la balistica non avesse bisogno di ere geologiche per individuare la “firma” di un’arma. «Ma in quel momento, mi sentivo invulnerabile, intoccabile» dice Calabrò, tentando di nascondersi dietro le follie di gioventù.
CONFESSIONI A OROLOGERIA Non ci riesce, come non riesce ad essere credibile nello spiegare le ragioni della sua prima “confessione”, come della sua successiva ritrattazione. Dopo l’arresto, Calabrò aveva affermato che non si trattava di attentati, ma di essersi fatto largo sparando per coprire un traffico d’armi. «Dopo un lungo interrogatorio – racconta in aula – stressante, durante il quale mi hanno anche picchiato, ho deciso di collaborare. Ma ho raccontato anche cose non vere. Una parte non vera era il fatto che avessimo attentato alla vita dei carabinieri per coprire un traffico di armi e ho coinvolto persone innocenti. L’ho buttata così perché ero sotto pressione». Eppure, quando torna in sé e si rende conto «di aver accusato degli innocenti» avrebbe solo deciso di uscire dal programma di protezione. Ovviamente senza scagionarli. «Ma perché in seguito a questa presa di coscienza ha pensato che la soluzione migliore fosse abbandonare il programma di protezione e non di dire la verità?» Calabrò non risponde, scappa dalla domanda, giura di dire la verità, «c’è Cassazione» arriva a dire. E Lombardo sogghigna. Perché domanda dopo domanda stanno emergendo tutte le incongruenze che probabilmente sperava di far emergere.
LA LETTERA MAI INVIATA Non va diversamente quando Calabrò tenta di spiegare come mai nel 2014 inizi a scrivere una lettera indirizzata al procuratore nazionale antimafia con cui inquadra quegli omicidi, come parte di una strategia terroristica. «L’ho fatto per gioco» afferma e continua insistentemente a sostenere quando il procuratore gli ricorda che quella missiva l’ha anche sottoposta a un altro detenuto, perché la sistemasse e la correggesse. «Nel 2009 quando fui interrogato dal dottor Macri qui, mi ha accennato che un pentito aveva parlato degli attentati ai carabinieri come attentati terroristici. E allora – prova a sostenere – ho scritto quella lettera così giocando. Sto dicendo la verità. Non so darmi la risposta neanche io».
«MI STA DICENDO CHE IO, DE RAHO E CURCIO L’ABBIAMO MINACCIATA?» Peccato che quei contenuti li abbia poi confermati, proprio a Lombardo nel corso di un interrogatorio il 7 maggio del 2014. E quando il procuratore glielo ricorda, l’ex pentito torna a tirare fuori la carta delle pressioni «Ero sotto stress, mi sentivo pressato, e ho detto cose non vere. Nulla di tutto quello che era stato scritto nella lettera. Mio cugino mi ha dato solo armi. Eravate talmente convinti che ho detto cose non vere. Non meritavo quello che è stato fatto a me. C’è Cassazione su quello che dico io» quasi frigna Calabrò, interrotto da Lombardo che gli chiede «mi sta dicendo che io, De Raho e Curcio l’abbiamo minacciata?». Sordo alle domande, Calabrò continua solo a dire «è tutto falso, è vero solo quello che riguarda la dinamica degli attentati». Ma anche qui fa un errore, perché oggi nel corso dell’esame ha finito per confermare una serie di dettagli, in parte inseriti in quella missiva, che permettono a Lombardo di chiedergli «come mai lei oggi dice che l’unica parte falsa è quella che riguarda suo zio e suo cugino?». Calabrò prova ancora ad arrampicarsi sugli specchi. Afferma addirittura di aver raccontato di aver saputo da Mimmo Lo Giudice che quegli attentati erano voluti anche dai palermitani «per così» o di aver raccontato di aver visto Giovanni Aiello, ritenuto da inquirenti e investigatori il Killer di Stato “Faccia di Mostro” ma morto prima che un giudizio lo confermasse, solo «perché l’ho visto in televisione, per darmi credibilità».
INCRIMINATA MARINA FILIPPONE Ma tutti i suoi tentativi sono vani. Del resto, anche il gip, in sede di esecuzione della misura, non ci aveva creduto neanche per un secondo. Tuttavia la sequela di bugie di Calabrò alla pubblica accusa serve per calare l’asso finale. «Alla luce dei colloqui in carcere con la madre, credo sia integrabile il reato di minaccia ai fini della ritrattazione. Il Calabrò è stato minacciato dalla madre, Marina Filippone (sorella dell’imputato Rocco Filippone) che lo ha obbligato a ritrattare tutto quello che aveva dichiarato sullo zio e sul cugino. Dopo quel colloquio Calabrò ha cambiato versione». Al riguardo ci sono le intercettazioni – trascritte in forma sintetica e integrale – di quel colloquio, informative che lo contestualizzano. E soprattutto spiegano perché Marina Filippone, quel giorno in carcere abbia detto al figlio «Fede… fedeltà… fedeltà» e «bocca chiusa… che non sbagli mai» e poi «Hai fatto vent’anni di galera, ricordati che hai due fratelli a Reggio Calabria, uno è ragazzo. Pensaci bene a quello che fai, perché hai sofferto tanto tutti hanno sofferto tanto. Abbiamo perso tanto, abbiamo perso oltre ai soldi anche Francesco».
COMPITI PER CASA Avrà tempo per rifletterci Calabrò. Con lui, né l’accusa, né le parti civili, né la Corte hanno finito. Venerdì prossimo dovrà tornare a deporre e in un prossimo futuro anche in aula, in modo da visionare alcune fotografie che il procuratore ha intenzione di sottoporgli. Per l’ex pentito, probabilmente sarà una settimana lunghissima. (a.candito@corrierecal.it)





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto