Gli agganci dei trafficanti di rifiuti: la professionista, gli Iannazzo e la banca “amica”

Il ruolo del capo dell’organizzazione criminale che secondo la Dda di Milano smaltiva illegalmente anche nel Lametino: intratteneva i rapporti con i clan, diceva di avere a disposizione l’inceneritore di Dusseldorf e faceva business anche in Tunisia e Turchia

di Sergio Pelaia
LAMEZIA TERME Almeno 24 viaggi, per circa 600 tonnellate di rifiuti. Sono le cifre, al ribasso, dei rifiuti smaltiti a Gizzeria, nel Lametino, dal presunto gruppo criminale colpito dall’operazione “Feudo” portata a termine oggi dai carabinieri forestali coordinati dalla Dda di Milano (qui i nomi, qui e qui altri dettagli). Rifiuti indifferenziati provenienti dalla Campania e arrivati in Calabria – tramite un traffico gestito dalla Lombardia – dove venivano scaricati e smaltiti “tal quali”, cioè senza nessun trattamento. Sono quattro i siti del Lametino citati nelle carte dell’inchiesta: innanzitutto quello della società Eco.lo.da a Gizzeria, quindi la “Cava Parisi” in località Caronte, la vicina “Cava Liparota” e l’impianto Eco Power, sempre a Lamezia.
A capo dell’organizzazione dedita ai presunti smaltimenti illeciti ci sarebbe un calabrese di 35 anni, Angelo Romanello, originario di Siderno e il cui nome compariva già in alcune inchieste antindrangheta. Il suo braccio destro, o «alter ego», sarebbe Maurizio Bova, 41enne nato a Locri, che assieme a Romanello sarebbe amministratore di fatto della Eco.lo.da. In concorso col titolare di questa società, Domenico Antonio Sacco, che per gli inquirenti non sarebbe altro che un «prestanome», avrebbero gestito «illecitamente l’impianto» di Gizzeria dove avrebbero realizzato «una discarica abusiva». Proprio quando Romanello, attraverso Sacco, è riuscito ad acquisire la Eco.lo.da, a marzo del 2018, sono cominciati i viaggi dei rifiuti campani verso la Calabria.
LA BANCA COMPIACENTE E I CONTATTI CON IANNAZZO Quello di Gizzeria, secondo i carabinieri forestali che intercettavano i protagonisti del presunto traffico, non era però un vero e proprio impianto dotato di uffici, dipendenti e struttura. Tutto passava dal cellulare di Romanello: era lui a gestire le chiamate dei trasportatori e le criticità che si venivano a creare al momento dello scarico, coi rifiuti che in almeno un caso erano stati semplicemente appoggiati a terra. Nella ricostruzione degli inquirenti ha un ruolo anche la compagna di Bova, Assunta Villella (finita ai domiciliari), che a un certo punto, quando c’erano da risolvere dei problemi bancari della Eco.lo.da, intratteneva dei contatti telefonici con la figlia di un esponente di rilievo della cosca Iannazzo. I problemi si sono risolti anche dopo l’intervento dell’amministratore della Ecopower: viene aperto un conto corrente a nome di Sacco e la stessa compagna di Bova ne è quasi sorpresa: dice al compagno che «hanno fatto una forzatura», e lui conferma.
IL SEQUESTRO E I TIMBRI DA RECUPERARE Alcuni controlli, tra maggio e giugno del 2018, hanno allarmato i presunti trafficanti di rifiuti. Il 31 maggio la Polizia stradale ha controllato due camion che andavano verso il sito di Gizzeria. Il 7 giugno in un nuovo controllo i poliziotti si sono accorti che da un camion arrivava un forte odore nauseabondo, mentre gli autisti dichiaravano che si trattasse di un carico di materie plastiche. In realtà, annotano gli inquirenti, erano rifiuti diversi, mai trattati, molto puzzolenti e quindi dall’«elevata carica organica». L’11 giugno è quindi arrivato il sequestro disposto dalla Procura di Lamezia. Ed è venuto fuori che l’autorizzazione rilasciata al vecchio amministratore di Eco.lo.da non era mai stata volturata a Sacco, né erano mai state rilasciate garanzie fideiussorie. Lo stato dei luoghi, poi, restituiva un capannone del tutto abbandonato, senza sistemi antinfortunistici e di sicurezza, nessun impianto di trattamento, e con cumuli di rifiuti ammassati a terra. Insomma secondo gli inquirenti si trattava di un mero deposito non equiparabile a un impianto di trattamento o anche solo di stoccaggio. «Lo stoccaggio dei rifiuti – si legge nelle carte – avveniva in modo totalmente difforme dalle prescrizioni». Poco prima del sequestro, consapevoli di ciò che stava per avvenire, i presunti trafficanti si adoperavano per far recuperare alcuni timbri, in modo da poter continuare a operare sotto le insegne della Eco.lo.da.
«CHI FA QUESTE COSE O È DEGENERATO O È ‘NDRANGHETISTA» C’è poi nell’inchiesta la ormai immancabile zona grigia, quella dei professionisti conniventi. Come, almeno stando alle accuse della Dda milanese, Sara Costenaro, 43enne consulente ambientale comasca iscritta all’albo della Lombardia, che avrebbe aiutato Romanello nelle operazioni di smaltimento illecito in cambio di una «rendita che – dicono gli inquirenti – avrebbe garantito la sussistenza per sé e per suo figlio nel caso in cui fosse andata in carcere». Nelle conversazioni intercettate tra i due si parlava anche della Calabria, con la consulente ambientale che «coglie l’occasione per proporre a Romanello di collaborare all’invio di un carico di rifiuti via mare utilizzando il sito di Lamezia per lo stoccaggio preliminare: «Stavamo pensando di convogliare un po’ di 19.12.12 su… caricare su una nave», dice Costenaro, che poi aggiunge: «… E pensavo di utilizzare il tuo stoccaggio di Lamezia». In un’altra conversazione un interlocutore diceva alla consulente: «Uno che si mette a fare un lavoro del genere o è un degenerato o è uno ‘ndranghetista…».
L’INCENERITORE DI DUSSELDORF E GLI INTERESSI IN TUNISIA Fra le carte dell’indagine emerge chiaramente come – hanno sottolineato le pm milanesi Alessandra Dolci e Silvia Bonardi – i trafficanti di rifiuti legati alla ‘ndrangheta entrassero nelle aziende del Nord e finissero per appropriarsene. Tanto da arrivare a dire chiaramente a un imprenditore brianzolo: «L’azienda è nostra, metteremo a capo un nome candido come la candeggina». Sarebbe stato proprio Romanello, secondo gli inquirenti, a tenere i rapporti con le cosche – in alcune intercettazioni vengono evocati «i cristiani di Platì e San Luca». Ma non solo in Calabria: nel suo raggio d’azione c’erano interessi internazionali. «Abbiamo sequestrato alcuni documenti – ha spiegato la pm Bonardi – che attestano come uno degli arrestati per suo conto stesse esportando senza autorizzazioni materiale plastico in Turchia. Lo stesso Romanelli detiene quote di un cementificio in Tunisia, ha grossi interessi in Germania e in alcune intercettazioni ammette di avere un canale pressoché illimitato per conferire spazzatura nell’inceneritore di Duesseldorf». Al momento dell’arresto in casa sua ad Erba, nel Comasco, il 35enne di Siderno avrebbe tentato di scappare: i carabinieri forestali lo hanno fermato sul balcone. (s.pelaia@corrierecal.it)







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