Fare informazione ai tempi dei social, parole e riflessioni per tornare al giornalismo “sano”

Dibattito a più voci nell’ambito del Festival d’Autunno in corso a Catanzaro: a confronto autorevoli addetti ai lavori

di Maria Rita Galati
CATANZARO Social, tempestività, fake news, deontologia. Sono queste le parole chiave attorno le quali costruire il confronto sulla “destrutturazione” dell’informazione ai tempi dei social network, quando le notizie si fagocitano senza “digestione” per nutrire un pubblico affamato, che troppo spesso finisce per sfamarsi di “bufale”. E il ruolo del giornalista professionista “costruttore” di informazione “sana”, in quanto verificata, rispondente alle regole prima di tutto della eticità e della correttezza, oltre che del rispetto del lettore, deve tornare al centro del ragionamento se si vuole garantire un futuro ad uno dei mestieri più belli del mondo. Di parole, social network e dintorni si è discusso nella Sala consiglio della Provincia di Catanzaro nell’ambito del cartellone del Festival d’Autunno che nell’edizione 2019 è dedicato proprio alla irriducibile forza delle parole. A discuterne con il direttore artistico, Antonietta Santacroce e il presidente dell’Ordine dei giornalisti Giuseppe Soluri: Davide Lamanna (Catanzaroinforma.it), Edvige Vitaliano (Il Quotidiano del Sud), Danilo Monteleone (Corriere della Calabria), Antonio Ricchio (Gazzetta del Sud), Enzo Cosentino (Lanuovacalabria.it) e Alessandro Manfredi (Calabria7.it).
PAROLA MATERIA PRIMA DEL GIORNALISMO «La parola viene spesso sotto valutata, ma è la parola che distingue l’uomo – ha esordito il presidente Soluri -. Nel giornalismo la parola è la materia prima, senza la parola è impossibile fare giornalismo. Capita che un buon giornalismo si scontri con un uso della parola impropria». Secondo Soluri i social sono «un grande strumento di comunicazione, un mezzo per esprimere proprie idee ma anche uno sfogatoio e troppo spesso si confonde l’informazione con i social network. I giornalisti sono professionisti non solo perché fanno questo mestiere ma anche perché devono seguire regole e norme deontologiche». Nell’analizzare le parole chiave lanciate in premessa, Soluri ha parlato del social come «una grande risorsa da maneggiare con cura quando si tratta di fare informazione». «Il social viene utilizzato per acquisire notizie, anche dagli stessi giornalisti soprattutto nella comunicazione politica che ha cambiato pelle – evidenzia ancora Soluri -. Capita perfino con le decisioni del Consiglio dei ministri: face book viene utilizzato in maniera inusuale per una istituzione di quel livello, per dare notizie ancora prima delle comunicazioni ufficiali». La seconda parola chiave è tempestività. «Anche questa è una parola che si collega all’avvento del web – continua Soluri – quindi viene meno la possibilità di confrontare le fonti, la notizia viene data in maniera superficiale mentre con il giornalismo “di una volta” c’era modo e tempo di approfondire e valutare la notizia». Oggi, insomma, è si gioca sulla determinazione di ‘bruciare sul tempo’ la concorrenza, e quindi anche la corretta informazione. La terza parola è fake news, di grande attualità è la riflessione sulla produzione di ‘bufale’ che diventano oggetto del lavoro di organizzazioni finalizzate proprio ad inserire sul web notizie false: «Bisogna diffidare delle notizie che viaggiano sul web in maniera vagante e su siti che non hanno credibilità consolidate». Arriviamo, quindi, alla quarta parola che è verifica: «Il dovere principale del giornalista è verificare se la notizia è vera o falsa. La mancata verifica della notizia è una grave irregolarità dal punto di vista deontologico, quindi può anche subire provvedimenti. La verità della notizia di cui parliamo non è quella oggettiva, ma quella quanto meno putativa, a cui chiunque sarebbe arrivato con tutti i fati avuti in quel momento». Dalla verifica al richiamo alla deontologia, l’ultima parola chiave. «La verifica – ha concluso Soluri – è il dovere principale del giornalista che è tenuto a accertare notizia, fonte e attendibilità e diversamente può essere soggetto anche a provvedimento disciplinare da parte dell’Ordine, ricordando poi l’importante concetto della “verità putativa” come ha sottolineato spesso la Cassazione, ovvero la verità se anche non assoluta ma frutto di approfondimenti e ricerche da parte di un professionista serio e corretto».
BISOGNA SAPER USARE I SOCIAL MEDIA Davide Lamanna, tra i fondatori di Catanzaroinforma.it e quindi sul campo tra i maggiori esperti di web, ha posto l’accento su una grande verità: i giornali, soprattutto on line, utilizzano i social per tastare il livello della gratificazione che le proprie notizie ottengono sul web, e quale tipo di notizia è più gradita. «E questo è un grande rischio, l’agenda del giornale viene ad essere dettata dalla pancia della gente piuttosto che dalla redazione – afferma Lamanna – Dovremmo interagire di più anche tra di noi attraverso il confronto. Penso che i social non devono essere demonizzati ma dobbiamo saperli utilizzare, quindi è sempre come si usano, anche come elemento di confronto. Da parte delle testate vedo poche, ci facciamo dire le peggio cose, ma non interveniamo». «I social di per sé non hanno una natura cattiva, dipende dall’uso che se ne fa», esordisce Danilo Monteleone, che conosce bene il linguaggio del web e della televisione, ponendo l’accento su problema di agibilità democratica: «L’opinione pubblica che viene condizionata dal web in determinate circostanze rischia di essere alterata, e con essa la volontà popolare. I giornalisti devono recuperare la funzione originaria, e quindi l’autorevolezza che significa credibilità delle notizie che si diffondono». Edvige Vitaliano parte dal mettere in evidenza l’importanza della titolazione, visto che capita spesso che titolo e contenuto del pezzo non coincidano, per evidenziare prima di tutto l’importanza delle redazioni come vere e proprie fucine: «Le redazioni sono il luogo dove si può costruire la coscienza di questo lavoro. Del resto le fake news esistono dalla notte dei tempi, è il giornalista a fare da filtro». Per Antonio Ricchio «l’unico modo di restare a galla per i giornali cartacei è l’approfondimento. Ci si sofferma sul titolo e si condivide magari anche senza leggere il contenuto e questo cammina di pari passo con le fake news. Essere seri e credibili nel proprio lavoro fa la differenza».
RITORNO ALL’APPROFONDIMENTO Enzo Cosentino parla di «parole e parolacce – dice Cosentino – social fa parte della categoria delle parolacce, a differenza della la deontologia. La verità deve essere una guida per tutta la vita, la deontologia è una cosa che resta dentro di te». «Dobbiamo cercare di fare attenzione e non confondere il social con l’informazione – ha aggiunto Alessandro Manfredi – anche i lettori che hanno ritmi che non solo giornalistici. Vorrei una legge che impedisse di fare informazione sul web, perché oggi è il web a dettare le regole. Viviamo di numeri perché i numeri portano la pubblicità e la pubblicità porta i soldi. Credo anche che il lettore oggi sia di meno qualità. Ha ritmi diversi, vuole il video di tre minuti, altrimenti non lo guarda. Oggi manca la ricerca della verità.   Il social non è nato per fare comunicazione. Il social è nato per fare economia, per orientare le persone verso determinati scenari». «La parola è la cifra personale di ognuno di noi. Perché dalle parole si capisce il   livello di esperienza, il livello etico», ha concluso Soluri che cita Emily Dickinson, “la parola non muore appena detta, solo in quel momento comincia a vivere”. «Bisogna essere autorevoli e tornare all’approfondimento, insomma – suggerisce Tonia Santacroce – antidoto all’ignoranza dilagante».







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