Tirreno cosentino, ricercatori a caccia di fondi per studiare i vulcani

Uno studio sul complesso vulcanico sottomarino è stato presentato all’Unical dal ricercatore Antonio De Ritis. Ha illustrato le tecniche utilizzate per individuare le masse “Diamante” “Enotrio” e “Ovidio”

RENDE Gli studiosi e i ricercatori non lo escludono, ma neanche lo confermano. È possibile che così come l’arcipelago delle Eolie anche il complesso scoperto a 15 chilometri dalla costa del cedro calabrese, nell’alto Tirreno cosentino, in una determinata Era sia stato visibile. Fantasie e ipotesi che da quando il complesso vulcanico Diamante, Enotrio e Ovidio è stato scoperto, balenano nella mente degli studiosi.
Ma andando alle cose concrete e utili in termini scientifici, il prossimo passo sarà quello di trovare i fondi per la campionatura del magma che si trova nei bassifondi marini calabresi. Questa sarà la nuova frontiera, oltre che, la continuazione nell’analisi del territorio alla ricerca di nuovi complessi vulcanici. Prelevare un campione di magma, permetterebbe agli studiosi di caratterizzare la roccia e acquisire cosi ulteriori informazioni utili per capire quanto sia cambiato fisicamente e morfologicamente il terreno calabrese nel corso dei millenni.
La scoperta, fatta dai ricercatori dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, è stata illustrata in uno studio selezionato come «research spotlight» del mese di settembre della rivista Eos – Earth & Space Science News. Oggi, lo stesso studio è stato presentato dal ricercatore Riccardo De Ritis nella sala stampa dell’Università della Calabria. «Sono 10 anni che l’Ingv lavora con questo obiettivo di scoprire nuovi complessi vulcanologici – spiega De Ritis al Corriere della Calabria -. Già nel 2008 a largo di Capo Vaticano è stata trovata una struttura relitta, ossia una serie di vulcani antichi e inattivi. Attraverso una integrazione di tecniche geofisiche che vengono utilizzate scandagliamo questo settore del Tirreno per vedere la natura delle montagne sottomarine. Due di queste, la zona di Capo Vaticano e quella di Ovidio e Diamante hanno rivelato la loro natura vulcanica. Questo per noi ha grande valore scientifico in quanto la loro posizione rispetto a quella delle isole Eolie ci parla di contesti particolari dal punto di vista geodinamico che noi studiamo nell’ambito della teoria della tettonica a placche».
I vulcani, tutti spenti e non attivi, si stima abbiano una età non più giovane di 20mila anni e non più vecchia di 780mila anni. «Non si tratta di vulcani antichi», commenta De Ritis.
«L’aspetto scientifico ci presenta l’attività di una presenza vulcanica che noi chiamiamo periferica rispetto all’arcipelago eoliano – continua il ricercatore -. Questo vulcanismo è determinato dall’affondamento di una parte di crosta ionica, un lembo residuo di crosta, sotto l’arco calabro che affonda nel mantello. Questo affondamento provoca refusione e vulcanismo». «Noi – aggiunge – tipicamente sappiamo che questo fenomeno genera al disopra di questa placca che scende nel mantello del vulcanismo di arco tipico delle isole Eolie, ma con questa scoperta abbiamo visto che questo vulcanismo avviene anche ai bordi della placca e lambisce molto la linea di costa». Il complesso vulcanologico che si trova nella “Fossa del Tirreno”, come spiegato dal ricercatore durante l’incontro con la comunità accademica dell’Università della Calabria, è : «Stato suddiviso in due porzioni. Una parte occidentale, più distante dalla costa, i cui edifici vulcanici presentano una morfologia accidentata e deformata da strutture tettoniche. La parte orientale, più vicina alla costa, presenta invece edifici vulcanici arrotondati dalla sommità pianeggiante, causata dall’interazione tra vulcanismo e variazioni del livello del mare che ha generato nel tempo cicli di erosione e sedimentazione». (mi.pr.)





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