LA REGIONE CHE VORREI | L’isola dell’acqua nelle montagne delle Serre

Pietro Federico guida un’azienda, la Mangiatorella, che dal cuore dell’entroterra calabrese è arrivata a diventare leader nazionale del settore coniugando tradizione e innovazione. «Ho deciso di offrire ai miei clienti oltre che l’acqua anche il territorio da dove sgorga»

di Michele Presta
CATANZARO Andare avanti nonostante tutto. È questo lo spirito che anima Pietro Federico, amministratore delegato dell’azienda Mangiatorella, società leader nel settore delle acque minerali. Ha basi solide la tradizione che colloca l’impresa che dirige tra le più importanti nel panorama italiano, ma nelle fondamenta della sua attività c’è anche l’ingegno e l’occhio dell’uomo visionario che ha puntato sulle nuove tecnologie. «Se non valorizziamo quello che abbiamo e non esaltiamo le nostre diversità come pensiamo di farcela?», ripete instancabile. È così che dai 1200 metri, alle falde del Monte Pecoraro, nelle montagne del Parco delle Serre, Mangiatorella agli italiani non offre solo acque minerali dalle caratteristiche uniche ma anche un prodotto intriso di Calabria sotto ogni aspetto. Più di 200 milioni di litri di acqua passano per lo stabilimento che si trova in prossimità della sorgente in un’area boschiva di oltre 40 ettari. Negli anni, Pietro Federico e la “sua” Mangiatorella sono diventati punto riferimento di chi ha investito nel territorio.
La sua azienda ha puntato molto sulle innovazioni tecnologiche: non crede che la Calabria paghi, sotto questo aspetto, il deficit di politiche poco lungimiranti?
«Da imprenditore calabrese non posso che rispondere di sì, ma la risposta è già sottintesa nella domanda. In Calabria soffriamo un vistoso ritardo tecnologico e non è un aspetto da sottovalutare. Questo perché nel mondo economico-industriale di oggi la tecnologia è uno dei parametri che permette di fare la differenza tra realtà avanzate e realtà meno avanzate. Se penso alla tecnologia nel suo complesso non mi sento di dire che siamo una regione leader, ma ci sono sempre delle realtà individuali che non possiamo non considerare. Preferisco pensare a queste realtà individuali come se fossero delle isole, ma nonostante la solitudine in cui operano, da un punto di vista tecnologico sono molto competitive e riescono ad ottenere dei risultati che sembrerebbero impensabili».
Lei ha deciso di puntare sulla fidelizzazione investendo sulla storia e sulle caratteristiche del territorio in cui opera la sua impresa. La politica a suo avviso potrebbe usare la stessa strategia per rendere la Calabria attrattore per imprese e turisti?
«La risposta secca è sì. Lo sviluppo del territorio non può che passare da una valorizzazione degli aspetti sia socioeconomici che culturali. È chiaro: la Calabria è una terra che ha delle potenzialità da poter esaltare. Penso alla storia dei territori e dei popoli, al patrimonio paesaggistico e a quello architettonico. Alle tante realtà esistenti che riguardano angoli di regione che nel tempo si sono aperti al mondo. Io ho deciso di offrire ai miei clienti oltre che l’acqua anche il territorio da dove quest’acqua sgorga. Ma come me ci sono altre aziende che hanno adottato delle strategie di marketing molto simili. Considerate le tante esperienze che la Calabria può offrire penso che, con la giusta programmazione, potremmo organizzarci per diventare più attrattivi sia per i turisti che per le imprese».
La realtà calabrese è fatta di molte eccellenze imprenditoriali di piccole dimensioni, quali difficoltà affrontano per raggiungere il mercato globale dove operano i diretti competitor?
«La differenza tra le imprese calabresi e quelle del contesto globale nel quale spesso si trovano ad operare ritengo sia riconducibile a due aspetti. È imprescindibile la conoscenza del territorio dal quale si proviene, spesso ignota. Poi c’è un aspetto di natura infrastrutturale. Ritengo si possa ricondurre tutto a queste due macro aree che sono una di tipo identificativo del territorio inteso come origine e l’altro che invece ha valenza di tipo logistico. Se l’aspetto conoscitivo è strettamente personale, così non è invece per tutto quello che riguarda la rete delle connessioni. Questo è un discorso che riguarda tutte le imprese, indipendentemente dal prodotto finito che poi viene messo sul mercato».
Chi fa un lavoro come il suo spesso si misura con le difficoltà della carente rete dei trasporti, come intervenire in questo settore?
«Serve una spinta sugli investimenti. Non vedo altre opzioni. Bisogna investire sia per una rete generale del trasporto, sia per creare reti che selettivamente possano accorciare o creare corridoi privilegiati sui quali convogliare i prodotti delle aziende. Abbiamo bisogno non solo di strade, ma anche dell’alta velocità così come di una rete di porti che possano essere punto di arrivo e di approdo. Solo in questo modo i tempi di percorrenza delle merci che si producono in Calabria possono essere abbattuti e solo in questo modo quello che si produce in Calabria può raggiungere e aggredire tutti i mercati».
Serve un aiuto concreto a chi vuole fare impresa in Calabria ed è oggetto delle mire della criminalità organizzata?
«Noi abbiamo una sola necessità: avere delle condizioni generali di base che siano allineate con quello che è lo standard del vivere civile. Questo a più livelli vale per l’intera regione e mi spiego: non tutti i centri abitati hanno un livello di viabilità minima di base che consente la sicurezza e la mobilità del cittadino. Questo è già un campanello d’allarme, perché com’è pensabile che si possano avviare attività d’impresa in un’area dove già i cittadini sono in sofferenza? Servono maggiori presidi delle forze dell’ordine, serve la presenza di tutti gli organismi di rappresentanza: la politica, gli organi istituzionali periferici, tribunali, scuole, ospedali. La vita delle imprese è lo specchio della vita dei cittadini. Le aziende non hanno una vita indipendente dal contesto che le circonda, sono fatte di persone e dove esistono territori con i disagi delle persone, gli stessi sono automaticamente ribaltati sulla vita lavorativa delle imprese. Non si possono dividere i disagi delle persone da quelle delle imprese. La Calabria ha aree urbane e aree periferiche e altre ancora marginali. Non possiamo generalizzare un discorso per la nostra regione, altrimenti si rischia di essere qualunquisti rispetto ai giudizi dati sulla Calabria».
Se lei potesse intervenire, dunque, agirebbe per ridurre gap tra aree urbanizzate e deurbanizzate?
«No, il punto è un altro. Per ridurre le differenze bisogna partire dal tessuto urbano e sociale che esiste in Calabria nelle diverse aree regionali. Non possiamo pensare di risolvere i problemi adottando delle ricette che siano generiche. Non è scontato che le misure utilizzate per superare un momento di crisi in un’altra regione funzionino anche per la nostra. Noi abbiamo bisogno di una nostra ricetta e questa deve comprendere sia gli aspetti legati alla società che quelli legati all’impresa».
Fosse per lei da dove si dovrebbe iniziare?
«Inizierei da quello che abbiamo e da quello che esiste. Servono strategie utili a valorizzare tutto quello che abbiamo attraverso la conoscenza e la consapevolezza del territorio dove viviamo. Solo in questo modo possiamo esaltare il profilo della produzione e del valore. Il compito di chi vuole lavorare veramente per il bene della Calabria è quello di individuare la vocazione del territorio e come si possa trasformare la vocazione in sviluppo, solo dopo questo passaggio fondamentale si può creare una ricetta. Tutto passa attraverso la valorizzazione delle diversità e l’opportuna trasformazione in maniera utile». (m.presta@corrierecal.it)
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