LA REGIONE CHE VORREI | «Il problema degli enti locali? Funzionari mediocri»

Le grandi opere aspettano di essere sbloccate e con le amministrazioni locali, tra dissesti e casse che languono, realizzare opere pubbliche è sempre più difficile. Gianfranco Sposato è tra i costruttori più apprezzati e stimati del Mezzogiorno. «Serve un piano di formazione per chi redige i bandi pubblici, non hanno contezza della materia di loro competenza»

Gianfranco Sposato

di Michele Presta
CATANZARO Il ruggito dei costruttori è quello che esce dalla viva voce di Gianfranco Sposato, amministratore unico e direttore tecnico della “Sposato costruzioni”. L’Italia e la Calabria ancora di più sono ferme al palo delle grandi opere da realizzare e aspettano lo scossone (politico) definitivo che anno dopo anno si perde dietro le promesse dei «faremo». È in questo contesto che Sposato segue il protocollo di una filosofia aziendale fondata sul “Manuale delle qualità”. Ma dalle sue parole trasuda l’amarezza di chi si scontra con una burocrazia troppo spesso mediocre. Gli ostacoli delle imprese che si occupano di costruzioni nel Sud sono ispidi e il fallimento è spesso causato dai crediti nei confronti di enti locali difficili da riscuotere.
I governi si alternano ma nessuno dà la spinta giusta per sbloccare le grandi opere, perché?
«Non ci sono soldi. Nonostante vengano stanziati, realmente, non c’è disponibilità finanziaria e a conferma di quanto dico c’è un aggrovigliato sistema normativo. Mi riferisco soprattutto al decreto numero 50 del 2016. Nonostante manchino ancora tutti i regolamenti di attuazione, questo decreto ha di fatto bloccato l’esecuzione dei lavori in tutta Italia. La verità è che quei pochi cantieri che sono stati avviati, sono stati fatti in deroga a questo decreto. Vuole sapere il paradosso dei paradossi? La ricostruzione del ponte Morandi di Genova. Per ricostruirlo hanno dovuto fare una deroga ad una legge che doveva di fatto evitare le deroghe. L’Italia è sostanzialmente ferma».
È un problema che per la Calabria si acuisce?
«Sì. Se l’Italia è ferma per mancanza di soldi, in Calabria va ancora peggio perché non esiste alcun tipo di programmazione. Se la memoria non mi inganna, l’ultimo piano infrastrutturale risale a un ventennio fa. Chiaramente rimase sulla carta, nulla è stato realizzato e questo è rappresentativo di una regione che è totalmente allo sbando. Ma senza pensare alle grandi opere, la nostra regione non è stata in grado di fare i lavori relativi al dissesto idrogeologico. Da 10 anni sono nominati dei commissari che al posto di accelerare i processi sono diventate semplicemente delle persone che hanno occupato dei posti».
Lavorando con le pubbliche amministrazioni spesso le imprese devono fare i conti con il ritardo nei pagamenti. Molte aziende chiudono nonostante siano creditrici, possibile che non si trovi una soluzione?
«Questo è un problema che è molto più grave e serio di quanto venga percepito dall’opinione pubblica. Molti imprenditori falliscono nonostante avanzino crediti dalla pubblica amministrazione. Ma non c’è solo questo aspetto da tenere in considerazione, ci sono anche i contenziosi con gli enti pubblici che non vengono mai definiti. Attualmente non ci sono leggi che tutelano gli imprenditori in questo senso ma solo leggi che agevolano l’ente pubblico a non pagare. Se si propone un decreto ingiuntivo è difficile che i tribunali diano la provvisoria esecuzione. Considerando che per la notifica dell’ente passano 40 giorni e che per l’opposizione ci sono 4 mesi di tempo, capita sempre più spesso che le pubbliche amministrazioni usino questo tempo per ritirare i soldi dall’istituto di credito in modo tale che se si propone un pignoramento verso terzi si rimane con in mano un pugno di mosche. Vivo questo problema sulla mia pelle, ottenere lo stato di avanzamento dei lavori è un miracolo. L’unica tutela che abbiamo è quella di fermare i lavori ma in questo modo lievitano solo i costi e si innescano contenziosi. Oggi chi fa lavori pubblici con gli enti non ha più accesso al credito per colpa della pubblica amministrazione».
Un discorso che necessariamente si collega con le difficoltà di lavorare con i Comuni in dissesto. La sola spesa ordinaria non può bastare.
«Per una impresa lavorare per Comuni così come per le Province è impossibile ed è una tendenza che sta diventando realtà anche per chi lavora con la Regione Calabria. Non possiamo fare un discorso generalistico, sui dissesti, la situazione è uguale in tutto il Mezzogiorno. Ma attenzione, stiamo parlando in astratto, ritorniamo da dove siamo partiti: non ci sono lavori da fare. Non si fanno più gare e a questo, aggiungiamo il problema nascosto della mancanza di adeguata preparazione dei funzionari pubblici. Gli uffici pubblici sono riempiti di persone che hanno una mediocre intelligenza che non sono padroni della propria materia e non riescono a fare gare. Non mi limito solo ai bandi, alcuni funzionari, non permettono neanche l’esecuzione dei lavori perché hanno paura di sbagliare. Ci vorrebbe un grosso piano di formazione professionale per i dipendenti pubblici. Posso giustificarli solo in parte, è vero che la normativa cambia ogni tre mesi, bisogna tenere conto delle eventuali pregiudiziali dell’Anac, ma se tutto rimane in mano a dei funzionari mediocri è logico che si blocca tutto».
Come valuta le interdittive antimafia?
«Anche in questo caso, gli uffici preposti non sono adeguati a sopperire in tempi brevi alla domanda che c’è. Quando si rimuove la certificazione antimafia ad un’azienda di fatto se ne decreta la morte. Una morte che diventa amara se poi il Tar certifica che non c’era nessuna pregiudiziale per agire in quella direzione. Le imprese muoiono e il Tar prova a rianimarle, ma passa troppo tempo. Occorrerebbe che gli uffici che hanno il compito di rilasciare la certificazione siano adeguati con personale e strumenti per dare risposte in tempi certi. Ci vuole un’attenzione scientifica, sulle interdittive il margine di errore deve essere pari a zero, ne va della vita di una impresa e delle persone che ne costituiscono il capitale umano».
Che rapporti dovrebbero istaurarsi tra la classe degli imprenditori e quella politica?
«Il problema è che nel Sud le imprese non sono viste come partner, o come risorse per lo sviluppo. Francamente viviamo in una regione dove questa cultura non c’è proprio. L’imprenditore, nel rispetto delle norme, deve essere accompagnato nella programmazione degli investimenti e in Calabria questo non succede. Va avanti solo l’amico o chi è più raccomandato. Le richieste di molti imprenditori si bloccano, si fermano alle autorizzazioni o alle certificazioni che non arriveranno mai. È logico che ci sono imprenditori pronti ad investire, a farlo anche in modo consistente, ma anche in considerazione di quello che ho detto prima, diventa impossibile. Si parla molto di agricoltura in questa regione ma sono 5 anni che non abbiamo un assessore. Non esiste, è impensabile che non ci siano punti di riferimento in settori così vitali. Ma lo stesso avviene con i responsabili dei lavori pubblici. Io l’assessore non so neanche chi è, non si vede, c’è un distacco del mondo politico con mondo imprenditoriale sano. Non possiamo pensare che il rapporto si riduca solo con gli imprenditori che stanno tutti i giorni negli uffici di Germaneto».
Tutto questo ha una soluzione?
«Se andiamo avanti così no, c’è bisogno di un cambio radicale. Abbiamo parlato solo di alcuni problemi, l’elenco poteva essere ben più lungo». (m.presta@corrierecal.it)







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