“Martingala”, il pm Musolino chiede pene da uno a 9 anni di carcere

La requisitoria nel processo abbreviato scaturito dall’inchiesta sulla imprenditoria di ‘ndrangheta e su una rete di aziende ritenute espressone dei tre “mandamenti” di ‘ndrangheta del Reggino

di Alessa Candito
REGGIO CALABRIA Vanno dai 9 a un anno di carcere le richieste di pena avanzate dal pm Stefano Musolino al termine della sua requisitoria al processo abbreviato scaturito dall’inchiesta “Martingala”. Un’inchiesta sull’imprenditoria di ‘ndrangheta e sull’imprenditoria a cui sta bene la ‘ndrangheta che ha fatto emergere una rete di aziende impegnate nei settori più diversi – dalla grande distribuzione all’acciaio, dalle costruzioni agli appalti pubblici – tutte considerate di diretta espressione di clan dei tre “mandamenti” del reggino. In dettaglio, 9 anni sono stati chiesti per Andrea Francesco Gallo, mentre è di 4 anni di reclusione la pena invocata per Pierfrancesco Arconte e Antonio Nicita. Tre anni di carcere, con l’esclusione dell’aggravante mafiosa, sono stati chiesti invece per Tindaro Giulio Barbitta, 2 anni e 8 mesi per Domenico D’Agostino, mentre è di un anno la pena invocata per Serafina e Francesca Ceravolo. Quasi nessuno di loro è fra i protagonisti dell’inchiesta, che in larga parte hanno scelto di essere giudicati con il rito ordinario, ma per l’accusa tutti hanno avuto a vario titolo a che fare con quella rete di imprese dietro cui i clan si sono nascosti per investire in Italia e all’estero.
L’INCHIESTA Al centro del sistema, per la Dda c’era Antonino Scimone, l’uomo che il clan Nirta di San Luca aveva scelto per gestire una rete di società cartiere che ha permesso ai clan della jonica, come della tirrenica di ripulire enormi quantità di denaro. A Scimone e ai suoi “padroni” di ‘ndrangheta faceva capo un complesso sistema di società cartiere, sparpagliate fra Croazia, Slovenia, Austria e Romania, che generalmente dopo non più di un paio di anni di “attività”, venivano sistematicamente trasferite nel Regno Unito e cessate. Un metodo – è emerso dall’inchiesta – funzionale ad evitare accertamenti, anche ex post, sulla contabilità delle aziende, gestita in modo quanto meno creativo. Tutte le società venivano infatti regolarmente coinvolte in una serie di transazioni commerciali, formalmente regolari, ma in realtà fittizie, come falsi erano i pagamenti. Del resto, lo scopo di quelle operazioni era ben altro. Quelle false compravendite servivano infatti ai clan per mascherare innumerevoli trasferimenti di denaro da e verso l’estero, necessarie per lavare il denaro sporco e per poterlo poi reinvestire.
RICICLAGGIO UNITARIO Un sistema che per anni ha funzionato grazie al grande numero di aziende e “clienti” coinvolti e rappresenta plasticamente l’unitarietà delle élites della ‘ndrangheta reggina, perfettamente coordinate e unite nella gestione dei maxiaffari e del riciclaggio. Alle cartiere di Scimone si rivolgevano infatti numerosi imprenditori di diretta o indiretta espressione dei clan dei tre mandamenti. Fra i reggini ci sono Pietro Canale (socio di maggioranza ed amministratore della CANALE Srl, società molto attiva nel settore della costruzione e gestione di condutture di gas), e Antonino Mordà, ras della vendita di elettrodomestici,  già in passato interessato da procedimenti in materia di criminalità organizzata.
IMPRENDITORE – USURAIO Ufficialmente a capo di una capillare rete di negozi di elettronica ed elettrodomestici, in realtà secondo gli investigatori Mordà sarebbe stato impegnato in altra e ben più redditizia attività. La straordinaria liquidità, proveniente dalla vendita al dettaglio, veniva infatti utilizzata per finanziare un giro di usura e di esercizio abusivo del credito, soprattutto ai danni di imprenditori locali in difficoltà. Un settore di business che Mordà avrebbe gestito insieme a Pierfrancesco Arconte, figlio del più noto Consolato, già condannato nel Processo Olimpia quale elemento di vertice della cosca Araniti. Nella rete della DIA è finito anche, con la contestazione del reato di riciclaggio, un impiegato di banca, il quale si è dimostrato sempre solerte nel soddisfare le illecite esigenze del Mordà.
I CLIENTI DELLA PIANA Ma anche per gli imprenditori di ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro, Scimone era un riferimento sicuro. Alle sue imprese di carta – ed in particolare alla croata “Nobilis Metallis Doo” e alla slovena “B-Milijon, Trgovina In Storitve Doo” –  si sono rivolti anche i Bagalà e Giorgio Morabito, già finiti in manette nell’operazione “Cumbertazione” come imprenditori della famiglia Piromalli, che in nome e per conto del potentissimo casato mafioso avevano messo le mani sui principali lavori pubblici nell’area della piana di Gioia Tauro. Un obiettivo raggiunto anche grazie alla movimentazione e pulizia dei capitali fornita dalla holding di Scimone. Sotto la lente degli investigatori, sono finiti due appalti, finanziati con i fondi europei Pisu (Piani Integrati di Sviluppo Urbano), quello per “Centro Polisportivo a servizio della città – porto”, gestito dal Comune di Rosarno, e quello per il “Centro Polifunzionale – lato sud del lungomare di Gioia Tauro”, gestito dal comune di Gioia.
IL COMUNE DI ROSARNO BANCOMAT Nel primo caso, ad aggiudicarsi l’appalto era stata la Barbieri Costruzioni srl, che dal Comune di Rosarno aveva ricevuto un’anticipazione per euro 877.557,12.  Parte di tale somma, circa 670 mila euro, era stata fatta confluire dai conti correnti della “Barbieri”  alle società italiane riconducibili allo Scimone, quindi a quelle estere, la Nobilis Metallis Doo e la Bmilijon, da cui sono poi partiti bonifici in favore di vari imprenditori coinvolti nel sistema, tra cui Mordà ed Canale, e sono stati prelevati contanti poi consegnati a Morabito. Metodo simile è stato utilizzato a Gioia Tauro, dove il Comune ha concesso alla società aggiudicataria dei lavori, la “Cittadini Srl”, un anticipo sull’importo del Sal per euro 775.966,66 a fronte di fatture emesse, tra le altre, da imprese riconducibili allo stesso Scimone.
IL BROKER DEL RICICLAGGIO Scimone e le sue imprese di carta erano dunque in grado di lavare e riciclare in modo adeguato, sicuro e protetto enormi quantità di denaro sporco per intere filiere criminali riconducibili alle principali cosche di ‘ndrangheta di tutti i mandamenti. Al pari di un broker della droga, pronto a mettersi al servizio di qualunque clan, Scimone era un riciclatore professionista al servizio di tutta la ‘ndrangheta, a cui ha messo a disposizione il suo collaudato sistema di società di comodo italiane e straniere.





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