«Opportunismo e personalismo. Ecco cosa condiziona il voto in Calabria»

Francesco Raniolo, ordinario di Scienza Politica all’Unical, analizza i rapporti tra elettorato e politica. «Al Sud il passaggio dai notabili al partito di pigliatutto»

di Michele Presta
RENDE
Quello che passa tra la sigla di un patto di alleanza e i risultati elettorali da tempo è ormai il pane quotidiano degli analisti politici. Con delle esperienze di governo che sono sempre appese al filo e condizionate dalle elezioni locali, «il quadro politico-elettorale è destrutturato. L’esito del gioco spesse volte casuale e condizionato dal clima congiunturale». Di questo è convinto Francesco Raniolo, professore ordinario di Scienza Politica dell’Università della Calabria, che nell’analizzare la crisi dei partiti e la riscoperta delle scuole di formazione politica, nell’intervista rilasciata al Corriere della Calabria, analizza anche il rapporto che nella nostra regione intercorre tra elettori e classe dirigente.
La politica teme l’elettorato, scappa dalle sue responsabilità e si rifugia nel civismo per evitare l’onta di una possibile e probabile sconfitta. È quello che sta succendo nel PD?
«Può darsi. Non ci sarebbe da stupirsene, le campagne elettorali e le strategie connesse rispondono anche, e oggi soprattutto, alle condizioni reali e percepite del “campo di gioco” (clima politico, fatti contingenti, sistema elettorale, esiti di altre elezioni, politica nazionale). Il “divorzio di velluto” dei renziani, l’esperienza non facile del governo con i 5 Stelle, la mai risolta frammentazione a sinistra pesano nelle scelte tattiche e strategiche dei gruppi dirigenti locali e nazionali del PD in vista delle campagne elettorali appena consumate (Umbria) e prossime venture (Emilia-Romagna e Calabria). C’è, però, nella corsa alle liste civiche altro. Il fenomeno data oramai dagli anni ’90. C’è probabilmente quella che io chiamo la “spirale del discredito” dei partiti politici sempre più costretti a giustificare il loro ruolo e cercare affannosamente di riacquistare credibilità agli occhi di cittadini sempre più “infelici e risentiti”. Ma riflette anche lo scarto tra gli imperativi delle regole del gioco (sistemi elettorali nazionali e locali) e lo spazio della politica. Il ricorso a sistemi maggioritari o simil-maggioritari (a partire dall’elezione diretta dei sindaci) “costringe” a fare alleanze artificiose, per es. per vincere un collegio uninominale o per conquistare il ruolo di primo cittadino (magari con alleanze spericolate tra il primo e il secondo turno). Il fatto è che da quasi trent’anni nel nostro Paese, specie e a livello regionale e locale, tanto  più al Sud, i tre pilastri su cui poggia la competizione elettorale sono in stato di “crisi permanente”: le regole elettorali (continuamente modificate più a livello nazionale, ma con ovvie ricadute sulla politica locale), la domanda elettorale (gli elettori sono sempre più intermittenti, entrano ed escono di continuo dal mercato elettorale;  volatili nelle loro scelte; radicalizzati nelle preferenze di voto), l’offerta politica (i partiti si fanno e si disfano con accelerata velocità, ma anche le fortune dei leader, così come le coalizioni sono a “geometria ad elevata variabilità”). Il quadro politico-elettorale è destrutturato. L’esito del gioco spesse volte casuale e condizionato dal clima congiunturale».
In Calabria più che nel resto del Paese la cosiddetta classe dirigente politica ha sempre privilegiato chi è in sintonia con il leader di turno rispetto alle capacità, perché ora dovrebbe cambiare?
«Il voto in Calabria e in generale al Sud è stato storicamente caratterizzato da elevata alienazione (astensionismo più disinteresse), da una ancor più elevata personalizzazione (vedi le vicende del voto di preferenza), da un “naturale” opportunismo (già dai tempi di Giolitti si parlava di “ministerialismo”, essere dalla parte del governo). Questi aspetti, assieme ad altri (conservatorismo con picchi di ribellismo sociale e politico e un cinismo diffuso) sono arrivati fino ai nostri giorni. Un bell’esempio di quanto “passato c’è nel presente”. Del peso della cultura politica. Però funzionale alla riproduzione di un certo tipo di élite politiche e sociali auto-interessate, quando non semplicemente estrattive. Ciò ha sempre reso i partiti politici delle macchine strumentali alle competizioni tra élite per il voto popolare. Il Sud ha sperimentato il passaggio, con un salto di fase, dalla politica notabiliare al partito di pigliatutto, senza avere sperimentato la fase dei partiti di integrazione di massa. Da sempre il rapporto di rappresentanza è stato un rapporto che andava dai candidati, agli elettori, passando per il partito. Piuttosto che un rapporto con gli elettori veicolato dal partito, attraverso i candidati. Questo modello di relazioni “personalizzato” oggi si è generalizzato a tutto il quadro nazionale e occidentale. Il combinato disposto è stato offerto dalla crisi delle grandi identità collettive e dalla rivoluzione della comunicazione mediale e digitale. La società liquida agevola la produzione di contatti e di identificazioni su immagini personali, ma non più di relazioni di senso e di identificazioni su progetti collettivi. Quando progetti e identità riappaiono lo fanno in modo negativo attraverso gli “imprenditori della paura” e del risentimento. In questo quadro il leader di turno si offre agli elettori come oggetto di identificazione e di “innamoramento”, mentre ai candidati e leader locali offre una “organizzazione ombrello” – si dice anche una struttura in franchising –  attraverso la quale mette a disposizione il marchio celebre, parole d’ordine e temi sensibili, reti di relazioni e “punti vendita”. Entrare nel giro conta e può essere redditizio. Tutto però è appeso alla vulnerabilità del leader: al ciclo della sua popolarità e viabilità politica. Berlusconi, Renzi, Di Maio e lo stesso Salvini confermano tale sindrome».
Ritornano le scuole di partito e nelle “classi politiche” non siederanno quadri e dirigenti ma studenti universitari consapevoli che la dilagante indifferenza dell’elettorato verso i vecchi partiti si combatte con la competenza e non con il populismo spicciolo..
«Il grande economista austriaco Joseph A. Schumpeter alla fine degli anni ’40, affermava con forza che la qualità della democrazia dipende principalmente dal fatto che “il materiale umano [che la dovrebbe comporre] sia di qualità sufficientemente elevata”, con doti intellettuali e morali adeguate. Il Nostro si riferiva alle élite politiche – le forze che avevano per lui un ruolo attivo in politica. Negli anni ’70, in un contesto del tutto diverso, il filosofo Norberto Bobbio vedeva una delle principali  “promesse non mantenute” della democrazia nell’esistenza del “cittadino non educato”. Per lui voleva dire il cittadino che non si interessa, che non partecipa, che si muove solo seguendo il proprio tornaconto. L’idea del “buon politico”, prima, e del “buon cittadino”, dopo, hanno attraversato il pensiero politico occidentale. L’ultima, specialmente, riflette le premesse e promesse dell’illuminismo. Lo sviluppo delle scuole di formazione politica, specialmente, nel dopoguerra risponde a queste esigenze ma anche ad altro: il contesto della politica ideologica aveva bisogno di “credenti”. Oggi il quadro è molto diverso, lo sviluppo delle scuole di formazione politica dal basso (non di partito) datano nel nostro Paese dalla fine degli anni ’80 con un crescendo nel corso degli anni ’90. Riflettono una voglia di emancipazione della società civile dalla società politica, un bisogno profondo di conoscere per contare ed essere protagonisti. Ciò credo valga anche quando dietro queste esperienze c’è il ruolo delle diocesi locali o delle esperienze dell’associazionismo cattolico. Penso, per es. all’esperienza generativa, della scuola di formazione politica “Pedro Arrupe” dei gesuiti Bartolomeo Sorge ed Ennio Pintacuda nella seconda metà degli anni ’80 a Palermo. Che avrebbe dato un contributo importante alla diffusione della cultura antimafia e, quindi, al clima politico che porterà alla primavera dei sindaci negli anni ’90: Orlando a Palermo, Bianco a Catania».
La scuola di formazione politica di Enrico Letta più che a Palazzo Chigi guarda all’Europa dove, di fatto, si decidono le sorti dell’unione e dei cittadini tutti.
«Lei mi chiede della “Scuole di Politiche – Formiamo il Futuro” di cui è presidente Enrico Letta, costituita dallo stesso dopo la sue esperienza di Presidente del consiglio. Al riguardo, va detto che l’UNICAL e il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali ne hanno attivato la terza sede periferica (dopo Torino e Milano), la prima per tutto il Mezzogiorno. Il tema di quest’anno sarà “Mezzogiorno, Coesione e Innovazione” e sarà aperta a titolo gratuito a 40 giovani compresi tra i 18 e i 30 anni con ogni tipo di formazione (umanistica e scientifica). La scuola ha colto la sfida di Schumperter e di Bobbio, il futuro dipende dalla qualità delle nostre classi dirigenti e dei nostri cittadini. In breve, da ciò che domani saranno i nostri figli e i nostri studenti. La ricchezza di un paese dipende oggi più di ieri, tanto più in realtà come la nostra scarsa di risorse naturali, dal capitale umano e sociale. Capitale immateriale che poggia sulla ricchezza dei valori di pace, tolleranza, libertà e solidarietà, oggi non sempre adeguatamente sostenuti e per ciò stesso minacciati. Ma che poggia anche sulle conoscenze e i saperi per il futuro in grado di affrontare le sfide della complessità e dell’interdipendenza. Il che vuol dire certo guardare all’Europa, ma io direi al mondo. Ma anche guardare alla sostenibilità ambientale del nostro stile di vita, alla rivoluzione digitale e alle conseguenti trasformazioni antropologiche e, d’altra parte, con un occhio rivolto al locale, dare spazio alla coesione sociale, ai divari di cittadinanza ai tanti ritardi che ancora frenano i territori del nostro Sud (come dei tanti Sud del pianeta). Erich Fromm ad esergo di un suo celebre libro (L’arte di amare) affermava (vado a memoria): chi non sa nulla, non capisce nulla e non ama nulla. Ecco, per concludere, direi che non si può amare alcunché se non si conosce e non si ascolta».  (m.presta@corrierecal.it)







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