La Calabria è l’unica regione d’Italia in cui è calato il Pil

Non sono rassicuranti i primi dati che emergono dal Rapporto Svimez 2019 sull’economia e la società nel Mezzogiorno. La flessione (-0,3%) è dovuta soprattutto alla performance negativa del settore agricolo e dell’industria. Dal 2000 ad oggi due milioni di persone hanno lasciato il Sud, la metà sono giovani

La Calabria è l’unica regione nel Mezzogiorno e in Italia ad accusare una flessione del Pil nel 2018 (-0,3%), per effetto dovuto quasi esclusivamente alla performance negativa del settore agricolo (-12,1%) e dell’industria in senso stretto (-4,9%), conseguente in particolare alla performance delle public utilities. Questi dati contrastano un andamento positivo degli altri settori. Soprattutto le costruzioni che segnano +3,8%, e anche dei servizi che registrano +0,9%. Sono alcuni dei dati riportati nel Rapporto Svimez 2019 sull’economia e la società nel Mezzogiorno.
DUE MILIONI DI PERSONE VIA DAL SUD Dall’inizio del 2000 «hanno lasciato il Mezzogiorno 2 milioni e 15 mila residenti: la metà sono giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati; il 16% circa si sono trasferiti all’estero». E di questi, oltre 850 mila di loro non tornano più nel Mezzogiorno. Nel 2017, in presenza di un tendenziale rallentamento della ripresa economica, «si sono cancellati dal Mezzogiorno oltre 132 mila residenti, un quarto dei quali ha scelto un Paese estero come residenza, una quota decisamente più elevata che in passato, come più elevata risulta la quota dei laureati, un terzo del totale». Il rapporto Svimez ha rilevato come la «nuova migrazione» sia figlia dei profondi cambiamenti intervenuti nella società meridionale, un’area che sta invecchiando e che non si dimostra in grado di trattenere la sua componente più giovane – appartenente alle fasce di età 25-29 anni e 30-34 anni – sia quella con un elevato grado di istruzione e formazione, sia coloro che hanno orientato la formazione verso le arti e i mestieri. Nel 2017 gli appartenenti a queste due classi di età che lasciano definitivamente una regione del Sud ammontano rispettivamente, a 16 mila e a 12 mila unità. Oltre il 68% dei cittadini italiani che nel 2017 ha lasciato il Mezzogiorno per una regione del Centro-Nord, aveva almeno un titolo di studio di secondo livello: diploma superiore il 37,1% e laurea il 30,1% (nel 2010 le quote risultavano rispettivamente pari al 38,7 e a 25,1%). La consistente perdita dei giovani laureati interessa tutte le regioni del Mezzogiorno e assume un rilevo maggiore in Basilicata e in Abruzzo, rispettivamente il 33,9% e il 35,0%. Nelle altre regioni del Mezzogiorno la quota dei laureati che si trasferisce al Centro-Nord supera sempre il 30% con l’eccezione della Campania (29,1%) e della Sardegna (28%).
«DAL REDDITO DI CITTADINANZA IMPATTO NULLO SUL LAVORO» La Svimez giudica «utile il Reddito di cittadinanza» ma sostiene che «la povertà non si combatte solo con un contributo monetario: occorre ridefinire le politiche di welfare ed estendere a tutti in egual misura i diritti di cittadinanza», spiega l’associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno in occasione della presentazione del Rapporto 2019. «Peraltro – sottolinea – l’impatto del Reddito sul mercato del lavoro è nullo, in quanto la misura, invece di richiamare persone in cerca di occupazione, le sta allontanando dal mercato del lavoro». Nel Rapporto si ricorda che da «diversi anni la Svimez ha proposto l’introduzione anche nel nostro Paese di una politica universale di contrasto al disagio e all’esclusione sociale, per questo va accolta con favore la scelta del primo g overno Conte di porre al centro della manovra di bilancio 2019 una misura di contrasto alla povertà, il Reddito di Cittadinanza». Anche se la Svimez sottolinea «che la povertà non si combatte solo con un contributo monetario e che identificare la misura come una politica per il Mezzogiorno è scorretto perché si basa sulla dannosa semplificazione che vorrebbe dividere il Paese nei due blocchi contrapposti e indipendenti di un Nord-produttivo e un Sud-assistito. Il Reddito di cittadinanza, si sostiene, «è una misura “nazionale” di contrasto alla povertà, le politiche per il Mezzogiorno, soprattutto dopo la crisi, dovrebbero passare attraverso una ridefinizione delle politiche di welfare e sul tema dei “diritti di cittadinanza”».
LA RIPRESA DEBOLE DEL MEZZOGIORNO Come nel 2016 e nel 2017, anche nel 2018 la crescita del prodotto nel Mezzogiorno è risultata inferiore al resto del Paese, con un ulteriore allargamento del gap di reddito e benessere tra le due aree. Nel 2018 il Sud ha fatto registrare una crescita del Pil appena del +0,6%, rispetto al +1% del 2017. Il dato che emerge è di una ripresa debole, in cui peraltro si allargano i divari di sviluppo tra le aree del Paese. Con la significativa eccezione del 2015, anno segnato da fattori congiunturali positivi e dalla chiusura del ciclo dei fondi europei che ha determinato una modesta ripresa dell’investimento pubblico nell’area, anche nel 2016 e nel 2017 il gap di crescita del Mezzogiorno è stato ampio.
SI ALLARGA IL GAP, CONSUMI IN RISTAGNO Uno dei lasciti negativi della crisi è l’ampliamento dei divari di competitività tra aree forti e deboli del Paese, a svantaggio di quest’ultime. Nel 2018 la produttività è stata stagnante in entrambe le aree, il prodotto per occupato è rimasto sostanzialmente invariato nell’industria e nei servizi, ed è calato in agricoltura. Il dato più preoccupante, nel 2018, che segna la divergente dinamica territoriale, è il ristagno dei consumi nell’area (+0,2, contro il +0,7 del resto del Paese). Mentre il Centro-Nord ha ormai recuperato e superato i livelli pre crisi, nel Mezzogiorno i consumi sono ancora al di sotto del livello del 2008 di -9 punti percentuali. A pesare nel 2018 è il debole contributo dei consumi privati delle famiglie, con i consumi alimentari che calano dello 0,5%. Questa prudenza nella spesa privata del Mezzogiorno continua a riflettere il pesante impatto della peggiore crisi dal dopoguerra, rispecchiato nell’ampia caduta dei redditi e dell’occupazione, che ha provocato una netta riduzione dei consumi delle famiglie meridionali rispetto al resto del Paese. Ma soprattutto è mancato l’apporto del settore pubblico. La spesa per consumi finali delle Amministrazioni pubbliche ha segnato un ulteriore -0,6% nel 2018, proseguendo un processo di contrazione che, cumulato nel decennio 2008-2018, risulta pari a -8,6%, mentre nel Centro-Nord la crescita registrata è dell’1,4%. Questa è una delle cause principali, a dispetto dei luoghi comuni, che spiega la dinamica divergente tra le aree.







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