I migranti che arrivano sono molti di meno dei meridionali che partono

La Calabria ha il più alto tasso migratorio interno d’Italia. Solo nel 2017 sono stati quasi 14mila i calabresi emigrati al Nord. E dal 2000 ad oggi 1 milione di giovani ha lasciato il Sud. Il Rapporto Svimez fotografa l’emorragia di residenti e l’eutanasia dei piccoli centri

Dal 2000 ad oggi hanno lasciato il Mezzogiorno 2 milioni e 15mila residenti: la metà sono giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati; il 16% circa si sono trasferiti all’estero. Oltre 850mila di loro non tornano più nel Mezzogiorno. Nel 2017, in presenza di un tendenziale rallentamento della ripresa economica, si sono cancellati dal Mezzogiorno oltre 132mila residenti, un quarto dei quali ha scelto un Paese estero come residenza, una quota decisamente più elevata che in passato, come più elevata risulta la quota dei laureati, un terzo del totale. È quanto riporta il Rapporto Svimez 2019 (qui altri dettagli) che fotografa la «nuova migrazione», un fenomeno generato dai profondi cambiamenti intervenuti nella società meridionale, un’area «che sta invecchiando e che non si dimostra in grado di trattenere la sua componente più giovane». Oltre il 68% dei cittadini italiani che nel 2017 ha lasciato il Mezzogiorno per una regione del Centro-Nord, aveva almeno un titolo di studio di secondo livello: diploma superiore il 37,1% e laurea il 30,1% (nel 2010 le quote risultavano rispettivamente pari al 38,7 e a 25,1%).
IN CALABRIA IL TASSO MIGRATORIO PIÙ ALTO Per quanto riguarda le migrazioni interne, nel 2017, quasi 110 mila abitanti si sono trasferiti dal Mezzogiorno in una regione centro-settentrionale, 2mila in più dell’anno precedente. Le partenze più consistenti avvengono dalle regioni più grandi come la Campania con 31,4 mila unità, la Sicilia con 26,4 mila e la Puglia con 19,6 mila unità; a esse si unisce la Calabria (13,9 mila) che presenta il più elevato tasso migratorio, 4,0 per mille, seguita dalla Basilicata (3,8 per mille) e dal Molise (3,0 per mille). La Lombardia è la meta preferita da coloro che lasciano una regione del Mezzogiorno, quasi un terzo del totale; meno attraenti risultano, invece, le regioni del Nord-Est, a vantaggio di quelle del Centro, tra le quali, il Lazio si conferma stabilmente, con quasi un quinto del totale, la seconda regione di destinazione degli emigrati dalle regioni del Mezzogiorno. Cresce la componente femminile delle emigrazioni giunta ormai alla quasi parità con quella maschile; con essa aumenta anche il tasso di scolarità dei migranti. I laureati del Mezzogiorno, nella maggior parte dei casi, preferiscono trasferirsi in Lombardia con un’incidenza del 40%, seguono l’EmiliaRomagna con 32,7% e il Trentino-Alto Adige con il 28,7%. Decisamente più modesta è la quota di laureati diretti in Valle d’Aosta e in Friuli Venezia Giulia (rispettivamente pari al 16,6% e al 22,7%).
SPOPOLAMENTO, L’EUTANASIA DEI PICCOLI CENTRI Continua il processo di spopolamento dei piccoli centri, in particolare dei comuni della dorsale appenninica e insulare, non compensato dall’afflusso di immigrati. Dal 2015, infatti, il rallentamento dei flussi di immigrati, unito alla nuova migrazione italiana, hanno contribuito al calo della popolazione totale, che ha interessato anche i medi e grandi centri urbani della penisola. La minore presenza di migranti extra comunitari nei centri minori e periferici non ha contribuito al contrasto di un processo di denatalità, invecchiamento e, soprattutto, migrazioni interne, che hanno ridisegnato la geografia umana del Paese spostando masse ingenti di persone dalle zone interne a quelle costiere e dalle aree svantaggiate economicamente a quelle più dinamiche. Se si osserva, in particolare, l’evoluzione della popolazione nel periodo 2003-2017, il calo demografico nel Mezzogiorno, nei comuni montani e collinari, è di intensità tale da non essere compensata dai modesti incrementi registrati nei comuni medi e grandi. I piccoli e piccolissimi comuni presentano un tasso di natalità decisamente più contenuto di quello rilevato nei centri più grandi sia nel Mezzogiorno che nel Centro-Nord. A bassi livelli di natalità corrispondono indici molto elevati di invecchiamento della popolazione residente: nei piccoli comuni del Mezzogiorno l’indice di vecchiaia è quasi doppio di quello medio dell’area (303,2% a fronte del 152,8%). La situazione è solo leggermente meno grave nel Centro-Nord, con valori rispettivamente pari a 248,9% e 177,5%.
PIÙ EMIGRATI CHE IMMIGRATI Dal 2014, anno di massima espansione della popolazione italiana, è iniziato un calo crescente e continuo che è stato più intenso nel Mezzogiorno. Tra il 2015 e il 2018 si sono registrate -307 mila unità al Sud, contro le -128 mila del Centro-Nord. Un risultato determinato sia dal saldo naturale sempre più deficitario, che da emigrazioni di cittadini italiani e stranieri che sopravanzano il flusso di immigrazione extracomunitaria. Nel 2018 la diminuzione di popolazione è stata di 235,8 mila unità a fronte di un aumento di 111,1 mila stranieri residenti. Sempre nello stesso anno la diminuzione è risultata più intensa nel Sud: circa 100 mila residenti in meno rispetto ai –24 mila del resto del Paese. Il peso demografico del Sud dunque continua, pur se lentamente, a diminuire; è ora pari al 34,1%, 2 punti percentuali in meno dall’inizio del nuovo millennio.
AL SUD EMORRAGIA DI GIOVANI Secondo le proiezioni dell’Istat, nel 2065 la popolazione residente in Italia sarà pari a circa 54 milioni persone, con una perdita di oltre 6 milioni rispetto al 2017 (60.483.973). In questo scenario, secondo la Svimez, il Mezzogiorno perderà una parte consistente delle sue forze più giovani (fino a 14 anni), pari a –1 milione e 46 mila unità, e di quella in età da lavoro (da 15 a 64 anni), pari a –5 milioni e 95 mila unità, per effetto di un progressivo calo delle nascite e di una continua perdita migratoria. Nel Centro-Nord la popolazione si ridurrà di circa 1 milione e mezzo di unità, la componente giovanile della metà di quella del Sud (-444 mila unità) e quella in età da lavoro di 3 milioni e 891 mila unità. In quest’ultima area la riduzione della popolazione sarà contenuta grazie alle immigrazioni dall’estero, da quelle dal Sud e da una ripresa della natalità. Dal generale calo demografico si distinguono solo tre regioni del Centro-Nord nelle quali il contributo degli immigrati compensa ampiamente il calo naturale che colpisce tutte le realtà territoriali italiane. La Lombardia con +300 mila abitanti; il Lazio, regione sede delle unità amministrative nazionali, con quasi 30 mila; e il Trentino-Alto Adige, regione che ha sempre dedicato particolare attenzione alle politiche sociali e del territorio, con un aumento di poco meno di 150 mila abitanti. Tutte le regioni meridionali saranno interessate da un drastico calo della natalità e dunque del saldo naturale, contrastato da una immigrazione dall’estero apprezzabile solo per l’Abruzzo e la Sardegna; al contrario, la Campania e la Puglia sembrerebbero essere interessate da un saldo migratorio continuamente negativo: le immigrazioni dall’estero non sembrano in grado di compensare le perdite migratorie interne.







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