Porsche «per l’avvocato» e tv 50 pollici per il ricovero dorato dei boss

Dai verbali inediti dei pentiti vibonesi emergono i presunti rapporti scottanti con alcuni legali. E i comfort della clinica in cui si sarebbero tenuti anche battesimi di ‘ndrangheta. Dai telefoni intestati agli altri malati al lettore dvd e alla Play Station. «Era meglio di casa mia, facevamo quello che volevamo»

di Sergio Pelaia
CATANZARO Quella clinica era una «villona». Francesco Scurgli – cognato e braccio destro del boss scissionista Andrea Mantella, poi ucciso nel marzo del 2012 a Vibo – diceva che ad alcuni ‘ndranghetisti che erano riusciti a farsi ricoverare lì davano i telefoni intestati ad altri malati, che loro erano liberi di uscire, avevano la Play Station, il lettore dvd e pure il televisore 50 pollici che veniva montato dagli stessi infermieri. Non solo: avrebbero avuto a disposizione il parchetto per vedersi all’esterno, il cancello aperto e le auto se dovevano uscire, perfino le chiavi delle stanze. A Villa Verde, casa di cura privata sulla collina che si affaccia su Cosenza, i boss che lì erano detenuti per finte malattie mentali avrebbero fatto anche riti di ‘ndrangheta, “battesimi” e affiliazioni, consolidando tra quelle mura i loro gruppi criminali. Tutte ipotesi, per ora, su cui la Dda di Catanzaro dovrà fornire riscontri e che dovranno passare al vaglio di un eventuale dibattimento e delle successive sentenze. Ma comunque ipotesi inquietanti.
LA CLINICA CHE «ERA MEGLIO DI CASA MIA» I nuovi verbali dei pentiti vibonesi Andrea Mantella e Raffaele Moscato, depositati agli atti di un procedimento in cui sono imputati diversi medici e avvocati (qui i dettagli), delineano un contesto che solo in parte è già emerso dalle dichiarazioni del pentito Samuele Lovato, ex affiliato al clan Forastefano di Cassano, da cui era scaturita un’altra indagine. Ed è proprio Moscato, ex bocca di fuoco dei Piscopisani il cui interrogatorio è recentissimo (5 ottobre 2019), a riferire cosa raccontava Scrugli di quella clinica che, gli aveva detto, «era meglio di casa mia, facevamo quello che volevamo». Le “cantate” di Lovato però avevano destato preoccupazione anche in altri vibonesi del clan Pardea “Ranisi”, che erano passati da Villa Verde e che si lamentavano che il pentito di Cassano «li aveva rovinati» perché era «informato di tante cose».
L’AVVOCATO E LE ESTORSIONI PER CONTO DEL BOSS Le dichiarazioni dei due pentiti si incrociano in molti punti e riguardano in particolare il ruolo di alcuni avvocati, uno dei quali non coinvolto nel procedimento in cui sono stati depositati gli atti. «Tramite» questo avvocato, in particolare, Mantella dice di aver «chiuso delle estorsioni», aggiungendo poi che avanzava delle pretese nei confronti del legale «poggiandosi» su sue presunte «precedenti collusioni». L’avvocato, dunque, secondo Mantella «non poteva poi tirarsi indietro solo perché si era avvicinato ai Mancuso». Il boss pentito, che si muoveva in autonomia rispetto al casato mafioso di Limbadi, nega di aver mai rivolto minacce al legale in questione «se non velate» e relative, appunto, alle presunte collusioni a cui fa riferimento. «Ho mandato anche dei messaggi epistolari, anche velatamente minatori, nei confronti di alcuni di loro – riferisce Mantella – quando ho avuto l’impressione che stavano “giocando” con noi, vendendoci con qualche Magistrato. Messaggi che erano i pensieri che poteva fare un carcerato quando non vede dei risultati».
«PERCHÈ NON VI FATE I FATTI VOSTRI?» Le vicende di Mantella e Moscato, riguardo a Villa Verde, si incrociano ancora quando in un appartamento-covo di Vibo, i capi dei Piscopisani parlavano dell’abilità di Mantella a fingersi malato. Non sapevano di essere intercettati, Moscato e soci, ma quelle loro parole sarebbero poi finite nei brogliacci di un’inchiesta e il boss autonomista lo era venuto a sapere. Così, racconta Moscato, dal carcere Mantella aveva mandato a dire ai Piscopisani: «Ma pecchì non vi fate i fatti vostri? Perché l’avvocato mi ha detto che in una intercettazione parlate con Francesco e con gli altri che io ero bravo u mu simulu a malattia». A riferire dell’intercettazione, stando a quanto emerge dal racconto dell’ex piscopisano, era stato proprio un avvocato.
LA PORSCHE «ALL’AVVOCATO» Ma oltre alle sceneggiate ben riuscite, l’ex boss vibonese da Villa Verde «dava indicazioni a chi era rimasto fuori sulle cose da dare» a un avvocato «per ricompensarlo»: nello specifico, racconta ancora Moscato, «dava ordini di portargli il formaggio, i pasticcini; altre cose ed anche una macchina, in particolare una Porsche». Il pentito dice di aver saputo da un altro vibonese che questo avvocato addirittura «li stava rovinando» perché gli dovevano mandare sempre dei regali per ringraziarlo della loro permanenza nella clinica. Secondo quanto Moscato dice di aver saputo, poi, lo stesso avvocato «manteneva sempre quello che diceva, ma il suo interessamento aveva un costo molto elevato». Quando «diceva che in 15 giorni uno usciva dal carcere, effettivamente poi il detenuto usciva», perché questo legale – sostiene ancora Moscato – ha «più “strade” in Tribunale ed in Cancelleria». Alcune di queste “strade” il pentito dice di non conoscerle e poi racconta «un particolare» che però nei verbali è ancora coperto da omissis. Tutto da verificare, ipotesi da vagliare e particolari in alcuni casi appresi non direttamente, ma da terze persone. Moscato comunque sostiene, riferendosi alle dinamiche di cui parla, che «c’erano delle cose sotto». Le cose, appunto, a cui si riferisce quando menziona quelle «strade» che evidentemente non sono percorribili a tutti e che, sempre a suo dire, «hanno un costo elevato». (s.pelaia@corrierecal.it)





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