REPORT SVIMEZ | La debacle dell’agricoltura. Statti: «Maggiore marketing territoriale»

Il presidente di Confagricoltura Calabria decifra i dati negativi del comparto che hanno determinato la flessione del Pil regionale. Ed individua anche possibili soluzioni. Con il suo intervento il Corriere della Calabria apre un ciclo di interviste ad alcuni dei principali attori del mondo economico e sociale della regione

di Roberto De Santo
La Calabria praticamente non è mai uscita dalla recessione. I timidi segnali registrati negli anni passati che sembravano indicare una ripresa economica della regione – seppur limitata – segnano il passo. Certificando che da quella lunga stagione di crisi che ha colpito l’Italia fin da 2008, la regione non è ancora uscita. Anzi. I dati pubblicati dal rapporto Svimez 2019 “Il Mezzogiorno nella nuova geografia europea delle diseguaglianze” chiariscono che la Calabria addirittura compie passi indietro anche rispetto a quei flebili progressi. Dimostrando ancora una volta tutti i limiti di un sistema economico-produttivo troppo fragile per reggere qualsiasi leggero sussulto del mercato principalmente interno. Dietro la flessione dello 0,3 per cento del Prodotto interno lordo accusato dell’economia calabrese nel corso del 2018 – unica regione a registrare un dato negativo – c’è proprio questo.
Come Corriere della Calabria cercheremo di dare un’interpretazione più veritiera possibile di quei dati – ed anche qualche sollecitazione per i decisori politici – sentendo alcuni dei principali attori del mondo sindacale, economico e produttivo calabrese. Ad iniziare dall’agricoltura che rappresenta – sotto certi aspetti più di altri comparti – una sorta di parafrasi dell’economia calabrese. Ed è stato proprio il settore primario – con un crollo di oltre 12 punti percentuali (per l’esattezza 12,1%) – a trascinare in basso l’intero andamento economico dello scorso anno. Ne prendiamo spunto per confrontarci con Alberto Statti, presidente di Confagricoltura Calabria e capirne le ragioni e comprendere le possibili soluzioni.
Come spiega questa flessione così consistente dell’agricoltura nel corso del 2018?
«È da attribuire al crollo della produzione e delle vendite di alcuni settori decisivi per l’intero comparto. La consistente riduzione della quantità prodotta in olivicoltura nella passata annata ha avuto delle ripercussioni decisamente importanti. Voglio ricordare che la campagna olearia in quell’anno si è chiusa con un -76,6%. E dato che questo settore rappresenta oltre un quarto del valore totale della produzione agricola calabrese non poteva non avere contraccolpi sull’andamento economico dell’intero comparto primario. Se a questo aggiungiamo che anche l’agrumicolo – secondo segmento produttivo agricolo in Calabria per incidenza in termini di volumi e di redditività – ha registrato flessioni consistenti nelle vendite, quel dato così negativo si comprende meglio».
Ma questo è anche un indice della fragilità del sistema produttivo?
«Sì, è vero. In altre regioni le imprese agricole riescono comunque a controbilanciare il calo della produzione facendo leva sul proprio marchio. Riescono in altre parole a mantenere la redditività aziendale alzando semplicemente il prezzo del prodotto finale. Un meccanismo praticamente automatico che deriva dal mercato finale. Se il cliente chiede quel determinato prodotto a marchio, il mercato si adegua. Cosa che purtroppo non avviene per gran parte dei nostri prodotti. Per questo siamo più sensibili di altri all’andamento delle singole annate di produzione. Soprattutto se questi si riferiscono a comparti strategici come l’olivicoltura. Ed inoltre subiamo una concorrenza spietata di mercati stranieri che impongono per alcuni prodotti prezzi decisamente bassi che spiazzano le nostre aziende».
Eppure i dati sull’export del settore agroalimentare sembrano suggerire una strategia per il futuro.
«Il trend delle esportazioni dei nostri prodotti indica un valore positivo ma essendo ancora un dato che in valore assoluto è basso non incide molto sull’andamento complessivo dell’agricoltura. Ma è un segnale decisamente buono che va colto e rilanciato in chiave di sviluppo di interventi strategici. Occorre innanzitutto, in questo senso, mettere in piedi azioni di marketing territoriale per alzare l’attrazione sul made in Calabria. C’è anche la necessità di trovare mercati esteri che siano capaci di pagare adeguatamente il prodotto calabrese che ancora oggi non viene valutato in proporzione alla qualità garantita. Ma questo vale anche per il mercato interno. Se una produzione viene presentata bene e legata ad un territorio d’elezione ne consegue un apprezzamento da parte dei consumatori. In questo c’è anche l’importante azione che andrebbe fatta per fidelizzare i cittadini a consumare made in Italy, trarremmo benefici un po’ tutti. Ovviamente anche noi calabresi».
Ma c’è qualcosa che come imprenditori potreste fare?
«Certamente. Dovremmo utilizzare meglio e diversamente le risorse pubbliche che vengono destinate al settore ad iniziare da quelle europee. Si dovrebbe puntare ad investimenti dedicati all’innovazione del sistema produttivo e alla diversificazione. Cercando di cogliere tutti i segnali che derivano dal mercato. Inoltre occorre che ogni imprenditore sappia mettersi in gioco facendo più squadra. L’imperativo per ognuno dovrebbe essere questo. La strada giusta è quella dell’aggregazione. Questo consentirebbe di creare le condizioni per rispondere meglio alle richieste del mercato ma anche di difendersi dalla politica dei prezzi imposti. In Spagna ci sono riusciti e non vedo perché non si possa fare anche qui. Occorre solo maggiore coraggio da parte di tutti noi, ma anche di misure che facilitino il nostro compito».
Quali ad esempio?
«Meno burocrazia. Non è possibile che un imprenditore perda tanto tempo per seguire un determinato progetto, per ottenere un finanziamento utile ad investire sul territorio. Troppi passaggi che spesso rallentano le ricadute positive delle nostre iniziative. E poi c’è la difficoltà di accedere al credito che per gli imprenditori calabresi resta un scoglio importante da superare. Servono iniziative legislative per snellire le procedure e facilitare il rapporto tra imprese e istituti di credito. Occorrono misure specifiche in questa direzione per consentire agli imprenditori di ristrutturare finanziariamente le proprie aziende che negli anni più duri della crisi hanno subito forti contraccolpi ma che allo stesso tempo hanno dimostrato di saper competere. Nonostante tutto». (r.desanto@corrierecal.it)







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