REPORT SVIMEZ | Stallo dei consumi. Algieri: «Nessuno difende gli interessi della Calabria»

Il presidente di Confcommercio Calabria propone una strategia mirata per far ripartire l’economia regionale: «Non servono interventi a pioggia, ma azioni concrete per aiutare chi investe». E attacca la politica locale: «La nostra terra non ha mai avuto difensori degni di nota»

di Roberto De Santo
Una questione meridionale mai affrontata con le giuste misure di compensazione e una politica economica che sembra aver dimenticato negli ultimi anni la Calabria. Ma soprattutto senza la corretta interpretazione della vera vocazione dei territori e conseguenti interventi mirati per accompagnarne la crescita, la regione rischia di scivolare sempre più in basso negli indicatori socio-economici del Paese. Ne è convinto Klaus Algieri, presidente di Confcommercio Calabria, che per invertire la marcia e imboccare la strada della ripresa economica della regione indica come soluzione una strategia mirata che punti a valorizzare le enormi risorse che i territori possiedono. L’alternativa al percorso indicato dal leader regionale di Confcommercio resta “una sorta di galleggiamento” dell’economia calabrese senza possibilità di sviluppo serio e strutturato. Una situazione in cui versa ora la regione e che emerge impietosamente dai dati di Svimez con una stagnazione dei consumi pro capite impressionante – nel 2018 c’è stata una crescita di appena lo 0,2% – che è l’indice forse più diretto della profonda crisi in atto. Un indicatore che segna ben 9 punti percentuali in meno rispetto ai consumi del 2008. Come Corriere della Calabria ne abbiamo parlato con Algieri.
Il rapporto Svimez indica che il divario economico tra la Calabria e il resto del Paese cresce. La regione sembra non essere uscita dalla recessione. E così?
«È così. E non c’era bisogno del rapporto Svimez per acquisire un dato che è sotto gli occhi di tutti. La nostra regione risente in misura superiore alle altre del generale rallentamento economico del Paese per svariati motivi: dalla difficoltà di spesa dei fondi europei alla riduzione del livello di investimenti pubblici efficienti, dallo spopolamento dei nostri territori alla difficoltà di fare impresa a causa dell’eccessiva burocrazia e, non ultimo per importanza, per l’impatto di una legislazione nazionale spesso sfavorevole, rispetto alla quale la nostra terra non ha mai avuto difensori degni di nota».
Il settore del commercio sembra tra quelli più colpiti. I consumi non riescono a riprendere forza soprattutto al Sud. Cosa occorre fare per farli ripartire?
«Il commercio non è l’unico a risentire di questo andamento negativo. Pensiamo ad esempio all’agricoltura o all’industria che mostrano segnali di rallentamento molto più consistenti. Ovviamente però non c’è da rallegrarsi. L’effetto della stagnazione economica d’altronde si riflette proprio sui consumi. Ne è una sorta di cartina tornasole. Con una flessione degli investimenti pubblici, un rallentamento di quelli privati e una disoccupazione che in Calabria galoppa più che altrove non si poteva aspettare che i consumi pro capite potessero salire. È frutto anche dei bassi salari che, come emerge chiaramente dal Rapporto, erodono la capacità di spesa dei cittadini. Redendoli in qualche modo cittadini di serie B. E poi c’è quel fenomeno che sta devastando i negozi di prossimità: lo spopolamento di interi territori. Anche di città medio-grandi. È una vera e propria emorragia che ha ripercussioni pesantissime sul settore del commercio. La riduzione drastica della popolazione comporta soprattutto per i piccoli negozi all’interno delle nostre città una conseguente riduzione della redditività. Questa è la causa principale che porta tanti esercizi commerciali ad abbassare la saracinesca. Di contro però c’è un tessuto commerciale che non si arrende e che ha voglia di continuare ad andare avanti. Però c’è la necessità che vengano fatti investimenti mirati che aiutino le imprese, soprattutto quelle più piccole e sane, a reggere l’urto di un mercato decisamente aggressivo. Riconoscendo il ruolo che ad esempio i piccoli negozi di prossimità svolgono per le comunità interne della nostra regione e senza i quali il fenomeno dello spopolamento non potrà che amplificarsi. Occorrono in tal senso regole certe sul settore. È da anni, ad esempio, che nella nostra regione si è in attesa di un testo unico del commercio. Regole in grado di creare un ambiente favorevole per il tessuto produttivo e di generare l’occupazione necessaria a far ripartire i consumi».
Cosa chiedono le imprese calabresi alla politica e alle istituzioni per colmare il gap?
«Le imprese chiedono innanzitutto meno burocrazia alle istituzioni e più coraggio alla politica e ai corpi intermedi. Il coraggio di intervenire sui processi legislativi a livello nazionale nell’esclusivo interesse della nostra terra, rappresentandone con forza le reali esigenze e difendendola da scelte scellerate, indipendentemente da chi si trova a governare la Regione nel corso del tempo. Occorre una strategia lungimirante per valorizzare quelle risorse che la Calabria possiede da sempre. Non servono interventi a pioggia, ma misure che creino le condizioni per far crescere l’economia calabrese rafforzando il tessuto produttivo che già esiste e consentendo di amplificarne la portata. Questo permetterebbe di diffondere ricchezza e creare occupazione sul territorio. Due precondizioni per contrastare la fuga in massa dalla nostra regione. Soprattutto dei giovani. Ogni qualvolta che un esercizio commerciale abbassa definitivamente la saracinesca o un’azienda chiude i cancelli a perdere non è solo l’imprenditore, c’è un intero territorio che muore progressivamente. La politica deve concentrarsi su questi elementi. Puntare a rafforzare i territori attraverso il sostegno alle imprese sane».
Se dovesse fare autocritica su alcune scelte intraprese dal mondo delle imprese calabresi?
«Dovremmo imparare a fare più rete. A fidarci maggiormente l’uno dell’altro. Fare massa critica per consentire di contare di più in occasione di quelle scelte strategiche che possono condizionare il futuro della nostra regione. Forse è questo il limite più grande che intravedo. Anche se ci sono esempi incoraggianti che vanno in questa direzione e che fanno ben sperare per il futuro. Sono in diversi che si sono accorti che stando assieme è possibile reggere meglio la concorrenza e competere su più mercati. Ma anche su questa linea vi è la necessità di misure che stimolino l’aggregazione tra imprese».
Esiste ancora una questione meridionale o è solo un modo per gli imprenditori per non assumersi le proprie responsabilità?
«Tutto si può dire tranne che gli imprenditori calabresi non si assumano le proprie responsabilità. Ogni mattina ognuno di noi, nonostante le mille difficoltà che affronta nel quotidiano, apre la propria attività e la manda avanti con dignità e spirito di sacrificio. Pur sapendo che spesso subirà anche perdite. Lo fa non solo per se stesso ma per il senso di dovere che nutre nei confronti dei propri dipendenti e per il territorio in cui vive. Per cui non credo che l’imprenditore medio calabrese sia irresponsabile e neppure si senta “vittima” di qualcuno. Credo piuttosto che la questione meridionale effettivamente esista perché non si sono affrontati seriamente alcuni “nodi” del processo di crescita del Sud. Non sono state fatte scelte serie e strutturali del modello di sviluppo dei territori. Non sono state interpretate bene le vocazioni delle singole regioni del Mezzogiorno e della Calabria in particolare. Non si è premiato quel percorso virtuoso che avrebbe potuto creare occupazione stabile e lo sviluppo robusto dell’economia meridionale. Ecco, in questo intravedo l’assenza della politica. Per questo ribadisco che la “questione meridionale” continua a esistere ed è la ragione forse più autentica del ritardo di sviluppo del Sud. Una mancanza di programmazione che pesa e alla quale la nostra classe dirigente non ha mai saputo opporre alcuna difesa».
Quale modello di sviluppo immagina per il futuro della nostra regione?
«Guardi, il futuro della Calabria deve necessariamente transitare dalla valorizzazione delle nostre risorse. Ne sono sempre più convinto e lo sostengo da tempo. Innanzitutto abbiamo una risorsa inesauribile rappresentata dalla nostra identità millenaria, dalle nostre coste e dalle nostre montagne. Se saremo in grado di gestire e difendere con coraggio queste risorse – valorizzandole e pretendendo che la politica e le istituzioni focalizzino la massima attenzione su di esse – allora non soltanto la Calabria vedrà intraprendere un percorso di sviluppo socio-economico ed occupazionale, ma riuscirà a recuperare quel ritardo che da troppo tempo la relega ai margini del Paese». (r.desanto@corrierecal.it)







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