REPORT SVIMEZ | Mezzogiorno oggi: la stratificazione delle disuguaglianze

di Rosanna Nisticò*

Crescono numero ed entità delle disuguaglianze nell’ultimo decennio: è il nitido fermo immagine dell’economia e della società del Mezzogiorno tracciato nel Rapporto Svimez 2019. Le regioni del Sud tardano ad uscire dalla trappola della stagnazione e alcune di esse, in particolare la Calabria, peggiorano le dinamiche degli assetti civili, sociali, oltre che economici.
Le disparità interne all’Italia e al Mezzogiorno sono molteplici e vanno oltre il tradizionale divario in termini di Pil: il Rapporto fornisce evidenza empirica che le disuguaglianze e le distanze toccano tutte le dimensioni del vivere. Sono molto disomogenee le dinamiche economiche: al Centro-nord nel 2018 le regioni registrano tutte un incremento di Pil mentre nel Mezzogiorno, accanto a regioni che realizzano una crescita superiore alla media nazionale (Abruzzo, Puglia e Sardegna), la Calabria mostra un andamento negativo (-0,3 per cento); alquanto diseguale è la quantità e qualità dei servizi essenziali che definiscono i diritti di cittadinanza (nel campo dell’istruzione, della sanità, della mobilità); la struttura demografica si indebolisce particolarmente al Sud a causa del calo della natalità, dell’invecchiamento della popolazione e perché sempre più giovani e meno giovani abbandonano il Mezzogiorno.
L’incalzare e l’interdipendenza di queste dinamiche rendono ancora più complesse e urgenti che nel passato le misure per contrastare il declino. La scarsa capacità di produrre reddito nel Mezzogiorno, che risulta ancora oggi 10 punti percentuali al di sotto dei livelli del 2008 (-2,4 nel Centro-nord), abbassa gli standard di vita delle persone e i loro consumi, contribuendo a deprimere la domanda interna. Per questa via, flettono le aspettative produttive delle imprese, in un gioco perverso di equilibrio al ribasso, che si traduce in una sempre minore capacità da parte di creare nuova occupazione (vi sono oggi 295 mila occupati in meno nel Mezzogiorno rispetto al 2008, mentre nel Centro-Nord nello stesso periodo crescono di 437 mila unità) e con un effetto ricomposizione verso il lavoro precario e a tempo determinato che rende l’occupazione di più bassa qualità. D’altro canto, gli investimenti pubblici segnano un tracollo: la spesa in conto capitale nell’ultimo decennio si dimezza, passando da 20,1 a 10,3 miliardi di euro a valori costanti (e la quota del Mezzogiorno sull’Italia si riduce dal 33,8 al 29,8 per cento). Debole e rarefatta, con specializzazioni in pochi settori, è anche la presenza sui mercati esteri e la capacità di esportare delle imprese.
Ma non è tutto. Il benessere economico non è il solo aspetto rilevante del tenore di vita: vi sono altre dimensioni che investono la sfera dell’ambiente, dell’istruzione, della salute, dei servizi essenziali alla popolazione, dell’accessibilità dei luoghi, della sicurezza personale. L’insoddisfazione per l’assistenza ospedaliera della popolazione che vive nel Mezzogiorno è in media doppia rispetto a quella manifestata dalla popolazione che vive al Nord; la percentuale di anziani che usufruiscono di assistenza domiciliare integrata è nel Mezzogiorno meno della metà di quella del Nord; i rifiuti urbani smaltiti in discarica in percentuale del totale sono al Sud 4 volte superiori e la percentuale di famiglie che denunciano irregolarità nell’erogazione dell’acqua risulta addirittura cinque volte più alta; l’indice di competitività infrastrutturale dei servizi ferroviari ad alta velocità colloca le regioni del Sud mediamente a un livello pari al 50% del valore medio Ue. E poi c’è la dotazione e la qualità dei servizi per l’istruzione: il Mezzogiorno soffre di più bassi livelli di istruzione e di competenze acquisite durante il processo formativo, come testimoniato dalle indagini Ocse-Pisa; al 16% soltanto degli studenti della scuola primaria è offerta la possibilità di frequentare la scuola a tempo pieno nel Mezzogiorno a fronte del 48% nel Centro-nord; la percentuale di bambini tra 0 e 3 anni che hanno usufruito di servizi per l’infanzia è del 5,1% nel Sud e del 18% nel Centro-nord-est, mentre sistematicamente e significativamente più elevate sono nel Mezzogiorno le incidenze di edifici scolastici senza certificato di agibilità, senza mensa, senza palestra. Vi sono molti motivi per ritenere che l’esistenza di divari di quantità e qualità di istruzione tra il Nord e il Sud sia un aspetto allarmante, non solo perché vi sono rendimenti individuali dell’istruzione in termini di produttività e di possibilità di accedere a professioni più qualificate e meglio remunerate, ma perché l’istruzione genera rilevanti esternalità sociali in termini di salute, ambiente, convivenza civile.
Più in generale è preoccupante che al di là della gracilità della base produttiva e della capacità occupazionale, il Mezzogiorno riscontri una così forte e persistente sotto-dotazione quantitativa e qualitativa di servizi pubblici essenziali, dal sistema scolastico ai servizi sanitari, ai trasporti, che non consente ai residenti di godere appieno dei diritti di cittadinanza fondamentali e spinge all’esodo e allo spopolamento. Giungiamo così a un altro tema centrale del Rapporto Svimez 2019 e dell’attuale dibattito sulle aree interne, non solo meridionali: l’abbandono di ampie fette di territorio con deficit assoluto di servizi pubblici essenziali. La Strategia nazionale aree interne (Snai) riscontra che queste aree rappresentano un terzo della popolazione italiana e coprono i due terzi dell’intero territorio nazionale; secondo il Rapporto i comuni del Sud con meno di 5 mila abitanti hanno perso negli ultimi 15 anni circa 250 mila abitanti (+321 mila nel Centro-nord).
La qualità della vita, nella sua multidimensionalità, è decisiva nella scelta delle persone di restare o abbandonare i propri luoghi di residenza: se è vero che si emigra alla ricerca di un’occupazione è anche vero che la decisione di spostarsi è sempre più legata anche agli altri ambiti del benessere. E sempre più giovane sembra essere l’età in cui questo esodo ha inizio. Dal Mezzogiorno “emigra” circa il 23 per cento dei giovani neo-diplomati che si immatricolano in atenei del Centro-nord, la gran parte dei quali non rientra una volta conseguita la laurea. Sono invece pochissimi gli studenti che fanno un percorso inverso, creando un’asimmetria che indebolisce fortemente il processo di accumulazione di capitale umano nelle regioni del Mezzogiorno. In questa scelta conta certamente l’ampiezza e la qualità dell’offerta formativa al Centro-nord, ma anche le condizioni del mercato del lavoro e i fattori di contesto, la disponibilità di reti e servizi di trasporto, i servizi pubblici di base, l’offerta ricreativa e culturale.
Dunque, gemmano le disuguaglianze: allo storico divario Nord–Sud di reddito prodotto, il Rapporto affianca l’ulteriore livello di disparità che si genera dall’allontanamento dell’Italia dalla media dell’Unione europea. Non meno preoccupante è, tuttavia, l’Italia dei divari civili, con possibilità diverse della popolazione appartenente a uno stesso Stato unitario di fruire dei diritti di cittadinanza a seconda del luogo in cui si nasce e si risiede: una sorta di lotteria che determina iniquità di opportunità e richiama l’urgenza di mettere al centro dell’attenzione i bisogni delle persone che vivono nei luoghi, prescindendo da criteri morfologici, demografici o meramente economico-produttivi.
*docente Politica economica – Università della Calabria







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