Doti segrete e logge parallele, il potere reale (e lo specchietto per le allodole) dei clan

I pentiti Facchinetti e Canale al processo ’Ndrangheta stragista: magistrati e avvocati insieme ai boss in un “limbo” massonico

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA Cariche formali che fanno da specchietto per le allodole e nascondono chi ha il reale potere, doti così segrete da non poter essere neanche spiegate, logge parallele dove si cementano i rapporti su cui i clan radicano il proprio dominio. È il rapporto fra ‘ndrangheta visibile e ‘ndrangheta invisibile, declinato dalla prospettiva di due “soldati”, quello raccontato oggi  dai pentiti Salvatore Facchinetti e Simone Canale, chiamati a testimoniare al processo “’Ndrangheta stragista”, che vede imputati i boss Rocco Filippone e Giuseppe Graviano come mandanti degli attentati contro i carabinieri con cui la ‘ndrangheta ha “firmato” la propria partecipazione alla strategia della tensione negli anni Novanta.
DUE PENTITI, UNA VOCE Attivo in Calabria, nella Piana, il primo, tra Milano e Biella il secondo, tanto Facchinetti come Canale – rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo – hanno parlato con una voce sola nello spiegare che il potere amministrato da questo o quel responsabile operativo, in realtà non è che il riflesso di un potere reale e che in pochissimi sono abilitati a conoscere. Ed entrambi hanno puntato il dito contro Rocco Filippone come uno degli “eletti”. Un gioco di specchi per nascondere e tenere al sicuro i veri burattinai.
IL GIOCO DI SPECCHI NELLA PIANA Succedeva alla metà degli anni Novanta nella Piana, dove «le cariche formali erano state date a Mico Oppedisano, ma il vero potere ce l’aveva Vincenzo Pesce», afferma Facchinetti e per spiegarsi aggiunge: «Se si doveva fare una rapina, non si parlava con Oppedisano ma con Pesce». Un potere ulteriore, ancor più inaccessibile, era in mano a Rocco Filippone, aggiunge. Ma lui, da soldato, ha potuto solo sentirne parlare da altri.
LE VERITÀ DEL NORD Anche Simone Canale non è mai salito tanto nei ranghi «dell’organizzazione» – così definisce lui la ‘ndrangheta – da avere accesso a rapporti e relazioni che solo certe «sovra-cariche» gestiscono. Ma più di qualcosa ha saputo. «È successo quando si è deciso di aprire una locale a Biella perché era un vero passaggio di consegne fra me e Penna» racconta. Alvaro per parte di madre e in tutto e per tutto espressione di rango del clan di Sinopoli in Lombardia, Nino Penna – spiega il pentito – «era un vangelo con incappucciata riservata, cioè aveva delle doti segrete che venivano date a chi ha contatti un po’ più alti, più potenti. Solo chi ce l’ha sa che dote è e chi la concede». Ma quando deve istruire Canale, sgarrista così fedele all’organizzazione tanto da rendersi disponibile ad accollarsi una condanna al posto del capo, Penna è obbligato a spiegare in dettaglio le regole di funzionamento dei clan. Anche quelle che non sono generalmente ad appannaggio degli affiliati di rango più basso.
LEGGE COPERTE E FRATELLI NASCOSTI È così che Canale scopre quelle logge segrete che permettono ai clan di vivere e prosperare nel mondo massonico. Un limbo in cui si mischiano gente come «il Barone Nesci, Monteleone, Cosimo Alvaro (Pelliccia)» ma anche magistrati. «Penna mi ha parlato di Alberto Cisterna, ma soprattutto mi disse che Tuccio era uno di loro – spiega Canale – che li aiutava, in particolare in relazione al processo Olimpia». Poi – aggiunge – nelle logge c’erano anche avvocati come «De Stefano, Romeo e dell’avvocato Luppino. Lui era particolarmente legato ai Piromalli, Mancuso ed Alvaro. Aveva rapporti diretti con l’avvocato Gioacchino Piromalli, che era massone. Anche Antonio (figlio di Facciazza) e Girolamo erano massoni». Informazioni – aggiunge il pentito – che anche altri affiliati di rango al Nord hanno confermato, come Antonio Macrì (Palletta) che era operativo a Brescia o con Antonio Nirta, «fratello di Giuseppe, quello che fece fare i festeggiamenti per la madonna di Polsi in Val d’Aosta».
L’ASSE REGGIO-PALERMO Ed è proprio grazie a questi rapporti, che Canale viene informato di quanto avvenga nei ranghi più alti, dove la ‘ndrangheta si mischia con la massoneria e diventa interlocutrice per altri poteri. E concorda strategie, favori e scambi. Come ad esempio con Cosa Nostra, con cui i calabresi hanno condiviso killer, affari e progetti di lungo corso. Canale non sa dare una spiegazione organica, non è un livello a cui abbia avuto pienamente accesso. «Capitava che se ne parlasse, magari dopo aver sentito una notizia in televisione» spiega. Ma il patrimonio di conoscenze che ha, lo mette a disposizione. Accenna all’omicidio del generale Dalla Chiesa, «l’esecutore era Nicola Alvaro Codalonga, c’era lui sulla moto», a quello dei brigadieri Fava e Garofalo, a proposito del quale – afferma – «diverse persone mi hanno detto di un’alleanza Riina, insomma Palermo-‘ndrangheta».
IL REFERENTE ERA FILIPPONE Rapporti strutturati e che avevano un terminale ben preciso. «Con me hanno sempre fatto riferimento a Rocco Filippone. Non mi hanno detto con chi avesse rapporti. Mi parlarono di lui al carcere di Biella, successivamente Nirta me ne parlò in chiesa». Era stato lui – dice di aver saputo – «a gestire la latitanza di Nitto Santapaola in Calabria. Mi hanno detto che lo nascondevano i Molè, uno dei fratelli Molè, forse Mommo. Filippone aveva fatto da tramite. Era collegato ai palermitani e aveva gestito la latitanza». E alla fuga in Calabria, riferisce Canale, avrebbe pensato anche Riina. «Lo si valutava tra Gioia Tauro, Sinopoli e il Reggino. Doveva essere nascosto in Sila, ma non se ne fece niente. Mi dissero che era intervenuto anche lui per fare da paciere nella seconda guerra di ‘ndrangheta, o meglio era stato interessato. Poi avevano risolto la questione Domenico Alvaro, Peppe Pelle Gambazza e i Macrì». (a.candito@corrierecal.it)







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