Tra Regione e Comuni inizia la “guerra dell’acqua”: vale 300 milioni

Come nasce (e quanto vale) il buco nelle casse pubbliche che ha “azzoppato” il bilancio della Cittadella. Per la Corte dei conti i crediti che l’amministrazione pensa di poter recuperare sono troppi. E inizia la corsa alla riscossione con ingiunzioni di pagamento e minacce di “tagliare i viveri” agli enti locali

di Pablo Petrasso
CATANZARO
Grande è la confusione contabile sotto il cielo calabrese. Lo certifica la Corte dei conti, lo conferma il progetto di legge con il quale la giunta regionale chiede l’autorizzazione dell’esercizio provvisorio per il Bilancio 2020. Al di là delle polemiche deflagrate nell’ultima seduta del consiglio regionale, una delibera dell’esecutivo regionale aiuta a rintracciare la radice del problema: il buco nell’acqua della politica. I dubbi espressi dalla magistratura contabile, dubbi che creano una voragine nelle casse della Regione, riguardano i crediti iscritti a bilancio per la riscossione dei canoni idrici da parte dei Comuni. In sostanza, per la Corte dei conti non è affatto sicuro che la Regione riesca a incassare quanto previsto: parte dei crediti sarebbe virtuale.
Partiamo dalla cifra monstre calcolata nel 2015 dagli uffici: 356 milioni, riferiti agli anni che vanno dal 1981 al 2004. Un dato così grosso che la Regione ha avviato dei piani di rateizzazione per le amministrazioni locali. Altri numeri: 117 Comuni hanno sottoscritto il “mutuo”, per l’importo complessivo di 88,6 milioni; fino al 31 dicembre 2018 sono stati incassati 22 milioni di euro. E 29 Comuni hanno dichiarato il dissesto finanziario, sette dei quali hanno estinto il debito utilizzando la cosiddetta “procedura semplificata”.
Il credito residuo è di 329 milioni, ma quelli iscritti in bilancio «a fini prudenziali», sono 266. Nella massa dei crediti, per, «sono conteggiati anche gli importi dei Comuni che hanno avviato un contenzioso». Per la giunta, «l’importo del credito oggetto di contenziosi ammonta a 23 milioni di euro, connesso alle contestazioni di 10 Comuni (Briatico, Cariati, Cenadi, Frascineto, Laureana di Borrello, Locri, San Nicola da Crissa, San Pietro a Maida, Soverato e Tortora)».
Oltre a questi denari in bilico perché sottoposti al vaglio di un giudice, la Regione ha deciso di tagliare i debiti di Reggio Calabria, passati da 79 milioni circa a poco meno di 65 milioni. Ma ci sono altri fondi sui quali non si può fare affidamento. Soldi che potrebbero trasformarsi in fuffa e che la Corte dei conti chiede di “coprire” mettendo le casse pubbliche al riparo da rischi.

COSA DICE LA CORTE DEI CONTI In questo quadro, infatti, si inseriscono le valutazioni della Corte dei Conti. Per la Sezione regionale di controllo «il credito di 266 milioni non risulta connotato dai requisiti di certezza di liquidità ed esigibilità stante la remota provenienza e le riscossioni realizzate nel periodo di attivazione delle procedure messe in atto dalla Regione Calabria (risalenti al 2015)». Quel maxi credito è costituito per 79 milioni di euro circa da debiti del Comune di Reggio Calabria e per 19,5 milioni circa da debiti del Comune di Cosenza; per 78 milioni circa da debiti comunali oggetto di piani di rientro, per i quali il rispetto degli impegni non viene considerato scontato; per 183 milioni circa da debiti per cui non risultano accordi di rateizzazione. Come se non bastasse, «nell’ambito dei crediti per cui non sono stati fatti accordi con i debitori, una buona parte è costituita da obbligazioni in capo a Comuni in dissesto».
Il quadro complessivo, una volta tenute presenti le osservazioni dei giudici contabili, diventa complicato. Tra crediti che non lo sono più (i 15 milioni di Reggio), cifre messe in dubbio dal contenzioso (i 23 milioni dei 10 Comuni che hanno portato la Regione in Tribunale) e soldi da recuperare dai Comuni in dissesto (circa 64 milioni), la Regione deve rimaneggiare i conti in maniera sostanziale.
Da recuperare, secondo Michele Mercuri, amministratore comunale di Falerna e attento osservatore delle dinamiche finanziarie della Regione, ci sarebbero 314 milioni (i 329 del credito residuo meno i 15 tagliati a Reggio). Una mole che rischia di mettere (ancor più) nei guai i piccoli Comuni che si muovono sulla soglia del dissesto.

IL DISAVANZO SI AGGRAVA Le richieste della magistratura sono poche ma si traducono in uno spostamento degli equilibri. Basti pensare alla necessità di accantonare «immediatamente l’importo di 104,8 milioni di euro nell’ambito del Fondo crediti di dubbi esigibilità» perché Catanzaro, Cosenza, Reggio Calabria e Vibo Valentia «non hanno provveduto ad assumere l’impegno contabile delle somme corrispondenti al credito vantato dalla Regione e/o a riconoscere il debito nei confronti dell’amministrazione regionale». Altre somme da mettere da parte per coprire eventuali buchi sono quelle «che non presentano i requisiti della certezza».
Tutte misure che «comportano l’aggravarsi del disavanzo di amministrazione».

INGIUNZIONI DI PAGAMENTI: COMUNI NEL MIRINO La Regione sceglie di reagire alla crisi finanziaria facendo pressioni sui Comuni attraverso ingiunzioni di pagamento. La necessità è quella di fare cassa subito. L’apparato burocratico si è mosso creando una task force dipartimentale intersettoriale composta da 7 persone e coordinata dal dirigente del settore Affari generali e una Unità di coordinamento che vigili sulle procedure amministrative per recuperare i crediti.
I Comuni sono classificati a seconda della riottosità a rispettare gli impegni. Quelli che finora non hanno “manifestato alcuna volontà” di pagare saranno raggiunti dall’ingiunzione di pagamento entro 30 giorni, gli altri avranno un po’ di tempo in più per mettersi in regola. Inizia la “guerra dell’acqua” tra Regione e Comuni. La minaccia della Cittadella è tutta nella previsione, come “unica alternativa al pagamento (…) la compensazione di cassa tra i debiti dei Comuni per il servizio idropotabile – anni 1981/2004 – e le somme da erogare a favore dei Comuni”, fatte salve quelle che afferiscono alla Programmazione operativa cofinanziata dai fondi comunitari. Un macigno da oltre 300 milioni grava sui Comuni (e sulle teste dei loro cittadini). (p.petrasso@corrierecal.it)







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