Dall’avanguardia ai paesi di Calabria, addio a Salvatore Piermarini

Si è spento pochi giorni fa a Roma uno dei più grandi fotografi degli ultimi 50 anni. Che aveva amato e raccontato anche il Sud. Il ricordo di Vito Teti, «fratello di una vita» che con lui ha percorso «le strade di casa»

di Sergio Pelaia
Aveva percorso molte strade e altrettante case erano ancora lì ad attenderlo, anche al Sud, soprattutto in Calabria. Una casa e una strada per ogni racconto impresso, per sempre, nelle 300mila immagini che ha lasciato dopo una vita dedicata alla fotografia. Dagli artisti dell’avanguardia ai paesi di Calabria, da New York all’Aquila post terremoto, dai luoghi di Pasolini a quelli dei braccianti del Sud. Salvatore Piermarini, morto a 70 anni la sera del 29 novembre scorso a Roma, è stato uno dei più grandi fotografi italiani degli ultimi 50 anni, antropologo e reporter, pensatore e artista libero che certamente era molto distante dalla ricerca ossessiva della perfezione – spesso artificiosa – che ormai domina l’era dell’immagine digitale. 
Una distanza mai rivendicata con l’orgoglio e la retorica della nostalgia posticcia, ma coltivata semmai in mezzo ai dubbi e alle imperfezioni, alle incompiutezze di cui racconta nelle «indagini sulla fotografia» raccolte nel libro “Il perduto incanto”, pubblicato di recente da Rubbettino, in cui non parla – con parole e immagini – solo della “perdita” che l’effimera proliferazione post-moderna delle immagini rischia di infliggere alla fotografia, ma anche dell’importanza della ricerca, dell’esperienza sul campo, della sperimentazione, dell’empatia con l’umanità che si fotografa, con il circostante. Della pazienza, soprattutto.
Era tutto questo, Piermarini, ma non era solo questo. Era schivo ma non si è mai fermato, e il diario della sua vita artistica sta nell’immenso patrimonio che lascia. Oltre alle foto – centinaia di migliaia e ognuna irripetibile – anche 2000 disegni di una storia della fotografia di cui, proprio pochi giorni fa, aveva scritto Michele Smargiassi su Fotocrazia, il suo blog su Repubblica.it: «Lui comunque è un grande fotografo appartato e profondo, settantenne tondo quest’anno, un fotografo di artisti a cui anche l’etichetta di reporter veste bene, ma a volte un po’ stretta, un antropologo forse, concettuale a volte, comunque avido di visioni umane negli estremi del disagio come negli splendori delle metropoli, discepolo intellettuale di due grandi maestri che sembrerebbero così distanti, Ugo Mulas e Wim Wenders».
In Calabria lo piangono in molti, a partire dal «fratello di una vita», l’antropologo e scrittore Vito Teti, con cui ha condiviso molti lavori, molti giorni, molti racconti poetici e reali come quelli raccolti in “Le strade di casa, visioni di un paese di Calabria” pubblicato nel 1983. «Per me – ha scritto Teti ricordando Piermarini poche ore dopo la sua scomparsa – niente sarà più come prima, ma, senza di lui, il mio “prima” e quello di tante altre persone con cui ha condiviso e collaborato, non sarebbe stato, certo, così ricco e così bello, pieno di umanità e di amore, teso verso il cielo e le cose belle. Delle mille e mille immagini che mi legano a lui, che amplificano il rimpianto e il dolore, ma anche la gratitudine per averlo incontrato, scelgo, riproducendo in fretta e in maniera inadeguata, in una notte difficile e d’insonnia, uno scatto (foto in basso, ndr) nello specchio delle nostre “strade di casa”, nel mio paese, uno dei paesi di Calabria e del Sud che egli ha amato profondamente e saputo raccontare con sguardo vero, profondo, rispettoso, con la capacità di andare dentro le cose, di guardare e sempre guardare, di vedere e sempre vedere, di camminare e sempre camminare, di cercare e sempre cercare». (s.pelaia@corrierecal.it)







Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto