Le accuse (mai riscontrate) dei pentiti a Pippo Callipo e le strumentalizzazioni della politica

Dopo le pesanti allusioni di Oliverio tornano di attualità le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia vibonesi. Le intimidazioni a distanza di anni e il rancore dei Bonavota verso l’imprenditore. «Questo è uno che non paga. Gli tocchiamo il figlio e vediamo se capisce». La Dda: «Nessuna prova del rapporto coi Mancuso»

di Sergio Pelaia
VIBO VALENTIA Sono passati tre anni esatti da quando quei verbali sono divenuti di dominio pubblico. Finora erano rimasti nelle colonne delle cronache giudiziarie ma adesso, con le imminenti elezioni regionali, sono diventati materia di polemica politica. A uso e consumo di chi – senza magari neanche averli letti – si riscopre giustizialista o garantista a seconda delle convenienze elettorali del momento. Ma per andare oltre le fazioni e capire le pesanti allusioni che nelle scorse ore il governatore uscente Mario Oliverio ha indirizzato all’imprenditore Pippo Callipo è nella cronaca giudiziaria che bisogna ritornare. Mettendo in fila i fatti e lasciando le conclusioni a chi legge.
DUE INTERROGATORI, DUE INTIMIDAZIONI Ci sono due interrogatori: uno è di pochi mesi prima dell’operazione “Conquista”, coordinata dall’allora sostituto Camillo Falvo (neo procuratore di Vibo) e scattata a dicembre 2016 contro i Bonavota, clan dominante a Sant’Onofrio, alle porte del capoluogo vibonese, che ha guidato un cartello autonomista e insofferente allo strapotere dei Mancuso; l’altro verbale risale invece a 10 anni prima. In uno a parlare è Andrea Mantella, ex boss emergente di Vibo città cresciuto nella cosca Lo Bianco e poi staccatosi per creare un suo gruppo, scissionista rispetto alla galassia Mancuso e alleato dei Bonavota; nell’altro ci sono invece le dichiarazioni di Francesco Michienzi, che è stato un uomo del clan (alleato della famiglia di Sant’Onofrio) Anello-Fruci. E ci sono anche due intimidazioni: avvenute a distanza di 12 anni, entrambe indirizzate proprio a Callipo ed entrambe riconducibili, secondo al Dda, proprio ai Bonavota. La prima risale al giugno del 2004 e ha come obiettivo la sede della “Giacinto Callipo Conserve Alimentari S.p.a”, storica azienda oggi leader nella lavorazione e conservazione del tonno che si trova poco distante dal lago Angitola; la seconda, avvenuta nell’aprile del 2016, ha invece toccato un’altra “creatura” di Callipo, il Popilia Country Resort, sulla strada che dall’Angitola porta a Pizzo. In tutti e due i casi sono stati esplosi dei colpi di pistola ai cancelli e ai muri esterni delle sedi delle aziende.
«GLI TOCCHIAMO IL FIGLIO E POI VEDIAMO SE CAPISCE» Qualche ora dopo il fatto del 2004 lo stesso Callipo, sentito dagli inquirenti, afferma di non avere ricevuto richieste estorsive né minacce, ma accenna comunque ad una richiesta di assunzione arrivata da un cugino di primo grado del capobastone dei Bonavota. Due anni più tardi il pentito Michienzi si autoaccusa di quella intimidazione dichiarando di averla eseguita su incarico di Domenico Bonavota per il tramite di Vincenzino Fruci. «Poi successivamente – dichiara Michienzi – i Bonavota erano arrabbiatissimi perché dice: “Questo qua non si rivolge né niente”. Tengo a precisare, lo avevo dimenticato questo particolare, che erano arrabbiatissimi perché non solo non si è rivolto, perché dice che loro sanno da fonte sicura che lui aiuta i Mancuso, dice: “Lui ai Mancuso li aiuta, potrebbe aiutare anche noi, per aiutare intendo estorsione va”!». Il ragionamento che le cosche fecero all’epoca, secondo Michienzi, continuava così: «Adesso facciamo qualche altro dispetto. Mo ci informiamo che ha un figlio all’Università a Roma, ci informiamo dov’è, mandiamo qualcuno, saliamo, o gli spezziamo le gambe oppure gli facciamo una telefonata al padre e gli diciamo: “Sappiamo l’indirizzo di tuo figlio, vedi cosa devi fare”, però questa cosa non so se l’hanno fatta…». Domenico Bonavota, stando a quanto racconta il pentito, di Callipo diceva: «Questo è uno tosto, che non molla che non paga. Però noi sappiamo che ha un figlio a Roma che studia. Dobbiamo vedere solo dov’è che gli tocchiamo il figlio e poi vediamo se capisce».
I MANCUSO E I POSTI DI LAVORO A SANT’ONOFRIO Dieci anni più tardi a parlare è l’altro pentito, Mantella, che il 27 maggio 2016 fa mettere a verbale: «Per quanto io ne sappia, alle origini, l’imprenditore Filippo Callipo era molto vicino a Luigi Mancuso; questo lo so perché, in un periodo in cui avevamo le mani su Pizzo, sapevamo che non lo potevamo toccare perché era protetto da Luigi Mancuso; mi riferisco agli anni novanta, poi quando abbiamo fatto la scissione con l’appoggio di Vallelunga Damiano, i Mancuso hanno perso una certa parte di potere, perché una parte di cosche satellite si sono allontanate, per cui nei primi anni duemila i Bonavota hanno ritenuto possibile, in accordo con gli Anello, fare l’estorsione a Callipo». Mantella spiega che non sa se questa estorsione sia stata pagata, fa riferimento a dei posti di lavoro che «hanno avuto a Sant’Onofrio da parte dell’azienda Callipo» ma dice che non sa dare indicazioni specifiche in merito, aggiungendo di avere appreso queste circostanze dai Bonavota.
LA DDA: «NESSUNA PROVA DEL RAPPORTO COI MANCUSO» Quindi i fatti, messi in fila, dicono che le dichiarazioni dei due pentiti hanno dei punti in comune ma presentano anche delle incongruenze. I punti in comune sono l’interesse dei Bonavota verso le aziende di Callipo e il rancore del clan di Sant’Onofrio nei confronti dell’imprenditore. Un risentimento che non sembra affievolirsi nonostante il passare degli anni e che è dovuto al fatto che Callipo «non molla» e che, a loro parere, avrebbe invece pagato i Mancuso, fatto che però non è stato riscontrato. Le incongruenze riguardano invece la reazione dell’imprenditore alle intimidazioni: Mantella sostiene che i Bonavota avrebbero beneficiato di alcune assunzioni, Michienzi invece dice che è «uno tosto» e che non ha ceduto, mentre è lo stesso Callipo a denunciare dopo la prima intimidazione di aver ricevuto una richiesta di assunzione dal cugino del capobastone di Sant’Onofrio. A mettere un punto fermo sono però proprio i magistrati che hanno condotto l’inchiesta “Conquista”, che sul presunto rapporto tra Callipo e i Mancuso scrivono: «Occorre evidenziare come non siano emersi elementi utili a dimostrare quanto affermato dai Bonavota al Mantella circa la originaria “vicinanza” dell’imprenditore Callipo ai Mancuso, verosimilmente da intendersi nel senso di “vittima” che “pagava” a quella cosca, per cui, per questa ragione, non poteva essere “toccato”». (s.pelaia@corrierecal.it)





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto