Erosione e cemento, ecco perché le coste «non possono difendersi da sole»

Intervista a Filippo D’Ascola, ingegnere reggino specializzato in idraulica marittima che lavora per l’Ispra. Il caso di San Lorenzo e i dati del secolo scorso. «Se la spiaggia arretrasse di venti metri, il danno turistico sarebbe già concreto, ma soprattutto sarebbe l’anticamera di danni enormi per il futuro»

di Sergio Pelaia

Lo sfregio del territorio italiano dal Dopoguerra ai giorni nostri è il possibile titolo di un’opera triste, anzi tragica, che, vista la rilevanza storico-sociale dell’attacco capillare ai beni paesaggistici e ambientali nazionali, reclamerebbe un narratore che abbia stomaco forte. Da tempo il Corriere della Calabria ha raccontato alcuni di questi attacchi e anche i casi di resistenza civica, come quello messo in atto dal “Laboratorio territoriale permanente di San Lorenzo e Condofuri” (cartello di associazioni locali impegnato nel Reggino a contrastare un progetto di lungomare a parere degli ambientalisti votato all’asfalto), riportando anche le riflessioni di esperti e studiosi come i docenti universitari Alberto Ziparo e Paolo Pileri. La questione, visti gli ennesimi danni provocati a molti lungomari calabresi nel corso delle recenti mareggiate – è successo a Davoli Marina (nella foto di Elena Gallo i danni del 2017 sul lungomare appena costruito), Bova Marina, Melito di Porto Salvo e in molti altri paesi costieri – è più attuale che mai. Per questo abbiamo rivolto alcune domande a Filippo D’Ascola, ingegnere reggino specializzato in idraulica marittima, coordinatore del gruppo di lavoro del Centro nazionale dell’Ispra dedicato alla caratterizzazione ed alla difesa delle coste. D’Ascola ha fatto anche parte del Tavolo Tecnico (composto da Ministero dell’Ambiente, Ispra, Regioni e altri enti ed università) che ha portato alla realizzazione delle Linee guida per la difesa della costa dai fenomeni di erosione e dagli effetti dei cambiamenti climatici.
Quali sono le indicazioni fondamentali che emergono dal documento?
«È articolato e molto ricco di contributi. Si affronta un problema della massima complessità, questo proprio perché le dinamiche costiere non sono mai state uniformi né costanti, inoltre alle dinamiche naturali si sono aggiunti negli ultimi decenni impatti sempre maggiori dovuti alle attività umane, impatti che sono diretti, come la costruzione di un lungomare, oppure indiretti, come le variazioni delle condizioni del territorio, sia le condizioni in cui il territorio si trova, ad esempio il dissesto idrogeologico, sia del modo di gestire il territorio da parte dell’uomo. Come ultimo non possiamo non considerare ii cambiamenti climatici: cambia il livello del mare e cambiano la frequenza e la forza degli eventi che producono le mareggiate. Per sommi capi sono questi gli elementi che definiscono le dinamiche di accrescimento o erosione di un sistema-spiaggia; il documento del Tavolo nazionale sull’erosione costiera prende questi elementi e cerca di fare luce anche sulle possibili azioni per limitare gli impatti negativi su un territorio costiero che è già quasi ovunque oltre il limite della possibilità di “difendersi da solo”».
Quale strumento più incisivo, in assenza della tanto attesa legge nazionale sul consumo di suolo, si può immaginare per evitare che queste Linee guida non vengano rispettate?
«Le Linee guida per definizione non costituiscono procedure vincolanti, cercano di mettere chiarezza su un argomento complesso e mostrano buone pratiche efficaci ad evitare problemi più gravi in futuro. Ci sono strumenti che vengono indicati per analizzare molto meglio le condizioni che poi devono essere, per legge, materiale vincolante per i progetti. Ad esempio, l’integrazione e la precisione degli strumenti di analisi ha fatto dei passi da gigante negli ultimi anni, dandoci l’opportunità di capire meglio come sono cambiate le condizioni di uso e gestione del territorio negli ultimi decenni rispetto al Dopoguerra, nonché alle modificate condizioni delle forzanti meteo-marine dovute anche ai cambiamenti climatici. Essendo a disposizione questi strumenti, ed essendo tanto “nuove” e tanto al limite le condizioni delle nostre coste, non si può non tenerne conto nell’ambito della progettazione di manufatti che impattano sulle dinamiche costiere».
È stato fatto un calcolo delle somme sperperate ogni anno a causa della manomissione degli ecosistemi costieri da parte dell’uomo?


«Un calcolo complessivo non avrebbe neanche tanto senso, mi spiego: se la spiaggia di San Lorenzo arretrasse di venti metri, il danno turistico sarebbe già concreto, soprattutto sarebbe l’anticamera di danni enormi per il futuro, col mare che potrebbe arrivare alle case e la necessità di agire con costosi ripascimenti o scogliere artificiali non certo ideali alla promozione turistica. Se gli stessi venti metri venissero persi sull’unica spiaggia di Marina Grande, a Scilla, le condizioni sarebbero decisamente più allarmanti, per non dire altro. Quindi, per ogni tratto del litorale impatti diversi e danni diversi, diversi di troppo per ricondurre tutto ad una quantificazione unica, anche solo per fare un’analisi di massima».
Essendo reggino conosce il caso (che ha appena citato) di San Lorenzo, dove – a differenza della limitrofa Condofuri dove si sta lavorando al progetto di restauro dunale chiamato “Parco a mare“ – si vorrebbe realizzare un lungomare consacrato al traffico veicolare? Ha visionato il progetto? Che ne pensa?


«In un primo momento, ovvero fino all’analisi del documento sulla compatibilità idraulico-marittima, sono rimasto molto perplesso a trovare più volte citati dei dati del secolo scorso, quando quelli più recenti e determinati sono disponibili ed in controtendenza con quanto riportato in quelle prime relazioni. Sono rimasto molto sorpreso a leggere come riferimento per un’opera che avrebbe una vita utile di decenni, una stima “ad occhio” della linea di tempesta relativa, a quanto affermato, solo ad un anno. Ci sono dei dati pubblici, ovvero la dinamica della linea costiera realizzata da Ispra per l’evoluzione 2000-2006, e il confronto tra la linea 2000 e quella visibile nelle ortofoto del 2018. In entrambi i casi si rilevano due elementi: una tendenza all’erosione costiera, che nel secondo caso arriva a compromettere addirittura il 30% della larghezza della spiaggia, poi una misura di questo scostamento che riguarda maggiormente il tratto di costa su cui insiste la via marina attuale, rispetto al tratto dii costa in cui non insiste la struttura. La relazione sulla compatibilità idraulico-marittima propone dati più coerenti, ma che andrebbero verificati meglio. La non pericolosità degli stati di mare previsti andrebbero verificati conti alla mano, Se il run-up del mare non arriva in fondo alla spiaggia con eventi di Tempo di ritorno 200 anni, significa che probabilmente la spiaggia avrà formato nell’ultima sua parte una duna naturale coperta di vegetazione, andrebbe capito perché essa non esiste.
L’assenza della duna, in ogni caso preclude la risposta naturale e la resilienza, per dirla con una parola un po’ di moda, della spiaggia stessa».
Su molte spiagge calabresi – e anche a San Lorenzo – insistono stabilimenti balneari muniti di strutture fisse e blocchi di cemento. Quanto contribuiscono all’ erosione costiera insediamenti di questo tipo?

«Dove la spiaggia è raggiunta dalle onde, installare strutture con piattaforme di cemento armato modifica la risposta naturale della spiaggia, la sua capacità di limitare l’erosione in quel punto è quella di ricostituirsi naturalmente. L’esistenza della duna con la sua vegetazione, il materiale organico come la Posidonea Oceanica spiaggiata, sono elementi che definiscono una “elasticità della spiaggia” che le manomissioni dell’uomo spesso precludono. Purtroppo l’arretramento della spiaggia, ad oggi evidente e preoccupante, è un fenomeno che mal si coniuga con l'”irrigidimento” costituito dalla costruzione di un lungomare in quella posizione».
Perché quando si parla di erosione è sbagliato dire che è il mare che “mangia” la spiaggia?

«Perché in determinate condizioni l’energia del mare determina proprio il contrario. In ogni caso le mareggiate spostano grandi quantità di sabbia, spesso muovendo le masse accumulate alla foce dei fiumi e delle fiumare e distribuendole sul litorale. Ad oggi le masse di sabbia apportate dai corpi idrici sono una frazione di quella apportata nel Dopoguerra. I rimboschimenti e la rinaturalizzazione da una parte, l’imbrigliamento e la perdita di energia che porti a valle la componente sabbiosa, soprattutto l’estrazione della sabbia dai fiumi per ottenere materiali da costruzione, sono tutti elementi che hanno compromesso l’apporto di sabbia alle nostre spiagge. È un fenomeno nazionale e determina purtroppo grandi danni ed enormi spese per cercare di ricostruire un equilibrio artificiale». (s.pelaia@corrierecal.it)







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