RINASCITA | La “locale del carcere” a Vibo

Dall’inchiesta emerge quale era il gruppo dominante e le regola da seguire nella casa circondariale. Il capo-sezione e il capo-cella imponevano ai detenuti ogni comportamento. Mentre Peppone Accorinti raccontava che a Cosenza si stava «una favola dopo l’omicidio del direttore Cosmai»

di Alessia Truzzolillo
VIBO VALENTIA La cosca ovunque vada deve comandare, che si tratti del territorio che controlla o la sezione di un carcere in cui un boss viene rinchiuso. In un carcere vengono stabilite le stesse dinamiche che vigono fuori: c’è una struttura verticistica, ci sono regole, riti di affiliazione, regole comportamentali. Un boss che entra in carcere, soprattutto se è un carcere che si trova nel proprio territorio, farà di tutto pur di non essere spostato, farà di tutto per mantenere l’ordine – comandando a bacchetta gli altri detenuti –, farà di tutto pur di avere adepti pronti a eseguire i suoi ordini e poter portare messaggi fuori dalle mura entro le quali è rinchiuso (lo abbiamo raccontato qui). Dalle indagini dell’inchiesta antimafia “Rinascita Scott” – che ha spazzato via gran parte degli organici delle locali di ‘ndrangheta vibonesi – è emerso come anche all’interno della casa circondariale di Vibo Valentia esistesse una “locale del carcere”. Un esempio emblematico è la detenzione di Peppone Accorinti a Vibo Valentia, un uomo per il quale si potrebbe citare la celebre frase del film “La grande bellezza”: «Io non volevo solo partecipare alla feste, io volevo avere il potere di farle fallire». È lui, infatti, che, ristretto nel reparto Alta sicurezza, convince altri detenuti, contro la loro volontà, a non partecipare a manifestazioni organizzate dalla Direzione. Perché la polizia penitenziaria è il nemico se si oppone e controlla i desiderata dei boss. Ma procediamo con ordine.
PEPPONE IN CARCERE Giuseppe Accorinti, detto “Peppone”, considerato il boss di Zungri, aveva creato uno stabile e duraturo vincolo con i detenuti della sua cella, la numero 12 del primo piano, reparto A della casa circondariale di Vibo. Su Giovanni Lenza e Nicola Fusca Peppone aveva fatto presa, tanto che Lenza si metterà a disposizione del boss anche all’esterno della struttura, durante la fruizione di un permesso premio. Ma a monitorare la cella numero 12 ci sono gli agenti della Polizia penitenziaria in coordinamento operativo con Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria e con il Nucleo investigativo del Reparto Operativo del Comando provinciale dei Carabinieri di Vibo Valentia. La camera detentiva 12 – annotano gli agenti – era divenuta una sorta di “quartier generale” «della consorteria in cui la stessa avrà modo di osservare quanto stava accadendo in sezione, curando di raccogliere le informazioni provenienti anche dagli altri sodali e di pianificare le condotte da tenere». Quella cellula criminale, secondo gli investigatori,«con il supporto di altri detenuti ha progressivamente permesso il controllo della sezione detentiva, facendo alterare, a piacimento dei tre, le regole della predetta sezione». Ognuno, nella 12, acquisisce un ruolo: «Accorinti costituisce l’indiscusso vertice della consorteria criminale, forte dell’elevato spessore criminale e dell’esperienza di vita carceraria, anche in sezioni a categorie detentive Alta Sicurezza che gli consentono di imporsi agevolmente. Fusca, dalla minore caratura delinquenziale rispetto all’Accorinti, ma dall’importante esperienza carceraria e con una pregressa conoscenza dell’Accorinti, si porrà quale braccio destro dello stesso, pronto a sostenerlo costantemente in ogni sua decisione e disposto anche all’azione fisica contro altri ristretti pur di portare avanti gli obiettivi della consorteria. Lenza, dalla cultura superiore alla media, pur all’apparenza non gravitante attorno ad ambienti delinquenziali, vanterà conoscenze con l’ambiente delinquenziale vibonese e si metterà in toto a disposizione della consorteria per tutta la durata della sua permanenza, anche sfruttando le sue conoscenze e fornendo il suo apporto al clan, assumendo il ruolo di scrivano nelle istanze inoltrate dai componenti della camera detentiva e non solo». Ma il gruppo criminale che farà capo a Peppone sarà costituito da più persone: oltre a Lenza e Fusca ci sono – secondo le accuse – sodali quali Saverio Lacquaniti, Francesco Gasparro, Antonio Barone, Tarik Essadik, Antonino Cutrì, Giuseppe Lo Bianco, Luigi Zuliani, Paolo De Domenico.
COSENZA «UNA FAVOLA DOPO LA MORTE DI COSMAI» Intercettato in carcere Accorinti afferma, nel 2017 che attualmente il carcere di Cosenza sia “una favola”: «te ne vuoi andare a Cosenza dice, che è una favola». Fusca e Lenza fanno la differenza con Vibo asserendo che «è difficile qua». Peppone racconta che un tempo era difficile anche a Cosenza ma le cose sono cambiate dopo la morte del direttore Sergio Cosmai, «dopo che hanno ammazzato a coso, quando hanno ammazzato a Cosmai”». Le cose “migliorano” secondo il racconto del boss di Zungri, con l’arrivo del nuovo direttore che subito avrebbe individuato 3 figure criminali «di spessore al fine di coadiuvarlo nella gestione del penitenziario collocando ogni detenuto all’interno di differenti padiglioni al fine di mantenere l’ordine interno», annotano gli agenti.
Racconta Accorinti ai suoi compagna di cella: «Ammazzano a quello – ride – dopo una quindicina di giorni, venti, passano questi, ne arriva un altro, ha chiamato e disse che ci vuole, che vuole tre persone, tre, quattro persone che ci voleva parlare…»
ATTENTI ALLE “GUARDIE” Il controllo della sezione da parte del nucleo criminale consisteva anche nel metter in pratica tutti gli accorgimenti per non farsi scoprire dalle “guardie” per evitare il rischio di eventuali trasferimenti in altre strutture penitenziarie, l’allontanamento dalla famiglia e di conseguenza il rischio di veder incrementati i controlli che potrebbero interrompere la cura degli interessi illeciti dei detenuti. Nella sezione di Accorinti tutto doveva filare liscio, senza episodi possano attirare l’attenzione sul carcere. D’altrode la massima di Peppone è: «Non è successo niente oggi, pubblicità zero».
E perché tutto fili liscio vengono adoperati i metodi classici e riconosciuti delle associazioni mafiose: «l’intimidazione, l’assoggettamento, la creazione di una diffusa omertà e di uno stato di timore grave indirizzate ai soggetti coabitanti nelle sezioni stesse sino a coinvolgerli “nell’obbligatoria” partecipazione all’associazione stessa e se non soccombenti obbligandoli in taluni casi all’allontanamento dalla sezione detentiva, a volte non solo portandoli a richiedere l’ubicazione presso un altro piano detentivo, ma addirittura mettendoli nelle condizioni di dover inoltrare istanza di trasferimento presso altre strutture penitenziarie». Così è avvenuto per un detenuto di appena 21 anni che ha chiesto di essere trasferito in un latro carcere perché temeva per la propria incolumità personale.
LA LOCALE DEL CARCERE E LE SUE REGOLE Nel carcere in cui comanda un nucleo ‘ndranghetista non esiste solo la restrizione della libertà personale ma anche le restrizioni che impone la locale del carcere. In carcere avvengono i riti di affiliazione. È nella struttura di Vibo che viene scoperta una nuova carica ‘ndranghetistica: il “Cavaliere di Cristo”. Nel carcere esistono figure gerarchiche come il capo-sezione o il capo-stanza. Il capo-stanza, per esempio, può imporre ad altri detenuti regole sulla fruizione del pasto, l’utilizzo del telecomando per la tv o l’abbigliamento da tenere. «La detenzione secondo i costumi calabresi comporterebbe il rispetto di regole non scritte che limitano ancor di più la libertà personale. Tra queste regole posso citare il divieto di permanere in camera a torso nudo. In ogni stanza vi è un detenuto del posto o perché di particolare spessore criminale che detta le regole che tutti gli occupanti la cella debbono rispettare. Il cosiddetto capostanza occupando il posto a capotavola è il primo a sedersi durante la fruizione dei pasti ed è colui che detta anche i tempi di fruizione del pasto…all’interno della sezione vi è un detenuto di riferimento tra quelli del luogo o tra quelli di elevato spessore criminale che vengono interpellati per qualsiasi evento che dovesse interessare la sezione detentiva…», sono le dichiarazioni spontanee rese nel 2018 da un detenuto non calabrese nel carcere di Vibo, il quale teme per sua incolumità vista l’incompatibilità nella convivenza con i detenuti calabresi. L’uomo racconta come sia il capostanza a imporre ogni singola regola. Con la frase “possiamo mangiare, buon appetito», dà il via al pasto. Con un pugno sul tavolo e la frase “buona digestione” è terminato il pasto, ma prima di allora nessuno può alzarsi da tavola. Anche chi voleva cambiare cella, prima di rivolgersi alla Direzione, chiedeva il permesso a Peppone Accorinti. (a.truzzolillo@corrierecal.it)







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