Pitaro: «L’area centrale calabrese sia trasformata in “food Valley”»

Il candidato consigliere regionale della lista “Io resto in Calabria” lancia una proposta sull’agricoltura: «Sostenere il settore primario»

CATANZARO «Quando si discute di agricoltura in Calabria bisogna fare un salto nella modernità anche nel linguaggio. Visitando alcune aziende si ravvisa un’agricoltura tutt’altro che ferma, ma d’avanguardia e con tesori agro-alimentari ed enogastronomici dell’area centrale che finora le politiche regionali hanno trascurato». Lo dice Francesco Pitaro, candidato al Consiglio regionale con “Io resto in Calabria” – Pippo Callipo Presidente. «Da Spilinga a Soveria Simeri – aggiunge – da Nocera Terinese a Tropea, da Sersale a Vallefiorita passando per Lamezia, Maida, Decollatura, l’intera fascia centrale della regione vanta un patrimonio agroalimentare, enologico e gastronomico fra i più importanti del Mezzogiorno».
Per Pitaro, «la Regione, però, non ha svolto fino ad oggi in pieno la sua parte nel sostenere gli sforzi e i sacrifici dei privati. In questa parte della regione si è stati costretti ad aiutarsi da soli. Qui ci sono vini straordinari che mietono successi di critica e di pubblico. Oltre alle Doc Lamezia, Savuto e Scavigna e all’Igp enologica Val d’Amato, il presidio Slow Food Zibibbo di Pizzo, c’è la Dop dell’Extravergine ‘Lametia’».
«Questa fascia centrale della regione – sostiene Pitaro – dal Savuto al Lametino alle aree ioniche e a quelle tirreniche vibonesi, vanta una varietà straordinaria dell’ulivo, la Carolea, autoctona e tipica della Calabria centrale. Si tratta dell’estensione di uliveti monovarietali più grande d’Italia. Nella zona opera la Comunità per la valorizzazione della cultivar Carolea, promossa da Slow Food. Da decenni il CRA-Istituto Sperimentale per l’Agrumicoltura di Acireale (uno dei più prestigiosi centri di ricerca nel mondo) sperimenta proprio nel Lametino nuove varietà di agrumi, portainnesti e originali incroci».
«Chi lo sapeva – si interroga – che in molte zone del Sud non solo le cipolle rosse di Tropea, ma anche altri ortaggi come le rape sono molto apprezzate sui banchi dei fruttivendoli? Insomma, il Lametino e l’intera area centrale della regione sono anche una food-valley ed una importante realtà eno-gastronomica del panorama meridionale. Ed è certo, e anche assai grave che finora le istituzioni non se ne siano accorte».
«Persino l’Enoteca regionale – sottolinea – istituita con legge nel 2011, si è rivelata un fattore negativo: ha diviso le terre del vino e lacerato il già precario equilibrio del mondo enologico regionale. Le scelte della Regione sull’Enoteca Casa dei vini di Calabria presentano un bilancio deludente. Tra sottrazione (fondi), suddivisioni e cancellazione (del concetto di sede fisica), e moltiplicazioni (delle strade dei vini), si è consumato l’ennesimo scippo a danno del mondo del vino. Il budget iniziale di 100 mila euro è sceso a 5. Una sede fisica per la casa dei vini sarebbe dovuta nascere ma… nella Cittadella regionale! Così da evitare ogni incomodo ai rappresentanti regionali e alle autorità in visita».
«È stata stravolta – denuncia – persino la legge istitutiva. I capitali sono pubblici come i finanziamenti, le cariche (il presidente che assomma in sé pieni poteri, anche quelli che nella legge emendata appartenevano al Consiglio di Amministrazione e al Comitato tecnico-scientifico) sono di nomina pubblica. Spesa pubblica e incarichi pubblici senza controlli però: perché non è indicata alcuna autorità di controllo, né sono previsti soggetti preposti alla vigilanza ed alla verifica e neppure un collegio sindacale.
«Si è poi caricata di compiti impropri l’Enoteca – precisa – facendola diventare un improvvisato tour-operator di turismo enogastronomico perdendo di vista il protagonista, il prodotto-vino e non guardando per niente alle decennali esperienze positive che vengono da altre regioni».
«È urgente, dunque – conclude Pitaro – rivedere questo testo per riprendere le finalità più autentiche: come fare in modo che lo strumento-Enoteca possa lavorare per posizionare al meglio l’immagine dell’enologia calabrese e del comparto vitivinicolo, avvalendosi delle collaborazioni di istituzioni, ricercatori, esperti di marketing e comunicazione, associazioni professionali e degli stessi produttori associati».







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