Falvo e la guerra alla ‘ndrangheta: «Spezzare il legame tra clan e politici di riferimento»

La tenuta dell’operazione Rinascita («le misure modificate dal Tdl non ne hanno minato la forza»). L’immagine «mortificante» offerta dalle toghe sporche. Le valutazioni tecniche su intercettazioni e uso del trojan. Intervista al procuratore di Vibo Valentia. «Alla Dda di Catanzaro sono state fatte cose straordinarie» – LA PUNTATA INTEGRALE

LAMEZIA TERME Scioglimento dei Comuni, interdittive antimafia, i decreti (procrastinati all’infinito) sulle intercettazioni, la maxi-inchiesta “Rinascita-Scott” che nasce proprio dalle sue mani, il caso delle toghe sporche e persino il Coronavirus e gli affetti sull’attività degli uffici giudiziari. Un’intervista a tutto campo è quella che il procuratore capo di Vibo Valentia, Camillo Falvo, ha concesso al Corriere della Calabria nella puntata “20.20” condotta da Danilo Monteleone e Ugo Floro. Già sostituto procuratore della Dda di Catanzaro su un territorio caldo come quello di Vibo Valentia, vi è ritornato pochi mesi fa alla guida di una Procura sguarnita da troppo tempo, pronto a prenderne le redini e a proseguire, come un unico corpo, il dialogo con la distrettuale antimafia diretta da Nicola Gratteri. Partiamo dalla fine a riassumere questa vasta intervista.

RINASCITA-SCOTT Partiamo dal 2014 quando, appena arrivato alla Dda, Falvo comincia a lavorare, tra le altre cose, proprio a “Rinascita-Scott”, l’inchiesta monumentale che lo scorso 9 dicembre ha portato a 334 misure cautelari e a un totale di 416 indagati. Falvo era già a guidare Vibo lo scorso 9 dicembre e la richiesta al gip è stata vergata dai sostituti Antonio De Bernardo, Annamaria Frustaci e Andrea Mancuso, ma l’indagine porta parecchio del suo Dna e il procuratore la sta seguendo con grande attenzione. Sulla tenuta delle investigazioni Falvo non nutre alcun dubbio: «L’indagine ha tenuto anche oltre le previsioni più rosee». E per quanto riguarda i rumors su una mancanza di forza dell’impianto accusatorio dovuta alle scarcerazioni disposte dal Riesame, il procuratore col suo consueto parlare calmo, chiaro e diretto spiega: «Io ritengo che, per un verso, sia fisiologico, quando fai un’operazione di queste dimensioni, che qualcosa venga limata in termini soprattutto di esigenze cautelari e bisogna stare attenti quando qualcuno dice “ah, però è stato scarcerato”. Il fatto di passare dal carcere ai domiciliari o ad altra misura cautelare vuol dire che, rispetto a determinate condotte avvenute a distanza di tempo, vi è un diverso apprezzamento del Tribunale del Riesame il quale può prevedere che l’indagato non è necessario che rimanga in carcere. Ma questo non ha nulla a che vedere con la forza dell’accusa. La tenuta dell’indagine e del lavoro veramente monumentale che è stato fatto noi lo potremo vedere solo alla fine». Per quanto riguarda il luogo nel quale tenere il processo il procuratore non ha dubbi sul fatto che debba tenersi nella città teatro dello scenario criminale, riferimento delle locali del Vibonese che Rinascita-Scott ha decapitato.

INTERCETTAZIONI E SOFTWARE TROJAN Il tema delle intercettazioni è complesso, delicato e parecchio dibattuto (e combattuto) dal legislatore. Cosa fare trapelare. Cos’è importante. A chi demandare la responsabilità di ciò che può uscire e ciò che deve essere mantenuto riservato. «La materia sulle intercettazioni è una materia molto delicata perché è una materia che oltre all’avere a che fare con l’accertamento dei fatti di reato, ha a che fare anche con la riservatezza delle persone. È difficile da gestire perché quando si interviene a tutela, che è sacrosanta, della riservatezza delle persone, necessariamente si va ad incidere sul campo investigativo e quindi trovare un punto di equilibrio è complicato. Già con il decreto Orlando del 2017 si credeva di aver raggiunto una sorta di accordo politico per disciplinare la materia delle intercettazioni, le vicende successive che hanno portato al decreto del 2019 prorogando la gestione di questa materia molto complessa». Il pm ha non poche responsabilità in materia, spiega Falvo: «Ogni procuratore ha in mano tutta una serie di obblighi di vigilanza, di riservatezza, di segretezza, deve predisporre degli impianti accessori che siano idonei a tutelare questo archivio riservato. C’è un registro riservato dei provvedimenti autorizzativi. Un sistema molto complesso che non eravamo pronti a gestire. Io vengo dalla Dda di Catanzaro dove Nicola Gratteri ha fatto delle cose straordinarie. Arrivo alla procura di Vibo dove i colleghi hanno fatto quello che hanno potuto però da un punto di vista strutturale non riuscivano a intervenire. C’è un problema di informatizzazione che deve essere ancora risolto». È un meccanismo complesso, farraginoso, sul quale da poco gli uffici si erano assestati. Falvo parte anche dalla sua esperienza in qualità di giudice: «Io, per esempio – racconta -, prima di fare il pm ho fatto il giudice e mi sono trovato a dovere annullare una serie di intercettazioni, e quindi di processi, in alcuni dei quali vi erano detenuti, per via del fatto che c’erano delle prassi diverse da pubblico ministero a pubblico ministero sulle autorizzazioni o sui decreti. Era da un po’ di tempo che ci eravamo assestati su questo fronte anche perché dalla gestione dei decreti e delle autorizzazioni derivano delle nullità insanabili e quando ti cade il processo che si fonda sulle intercettazioni ti cade tutto. Adesso ci eravamo assestati e io temo che tutta questa disciplina così complessa possa, fino a quando non si raggiungerà una stabilizzazione nelle prassi, portare qualche problema». Le proroghe sulla legge si sono susseguite nel tempo. L’ultima modifica doveva entrare in vigore il primo marzo ed è stata prorogata di altri 60 giorni.

LA GESTIONE DELLE INTERCETTAZIONI Per un pm che deve gestire anche dieci fascicoli, e relative intercettazioni, stare attento a cosa è trasmissibile e cosa va nell’archivio riservato non è facile. E se “scappa” la notizia più golosa, i giornali non se la lasciano sfuggire, anche se non ha attinenza con il lavoro dell’accusa. «Il problema – spiega Falvo – è che spesso, quando vengono fuori le intercettazioni, fa gola la notizia più particolare, più vicina al pettegolezzo, rispetto a ciò che è rilevante per la prova del reato per il quale era stata disposta l’intercettazione. I giornalisti rispondono a delle regole diverse che sono quelle dell’informazione. Anche questo deve essere disciplinato a garanzia del diritto di riservatezza delle persone, ed è innegabile. Ora, questo strumento nuovo che è dato dall’archivio riservato è un’altra cosa sacrosanta, e va bene. Se noi avremo dotazioni necessarie per poter contenere tutta questa mole di dati, allora riusciremo a fare buon uso di questa normativa. A me è capitato di dovermi occupare di anche 12 indagini contemporaneamente e dovere gestire una grossa mole di intercettazioni. Non è facile».

TROJAN E DISTRUZIONE DELLE INTERCETTAZIONI Da un anno circa è assurto agli onori della cronaca l’uso di un malware, il trojan, che una volta inoculato nel cellulare di un indagato ne controlla praticamente ogni attività. «Ora, il trojan è uno strumento di una invasività incredibile, si entra nella vita delle persone col trojan, c’è poco da fare – ammette il procuratore Falvo –. Bisogna maneggiare con cura lo strumento e il risultato delle captazioni. Per questa ragione questa legge era indispensabile. Bisogna vedere come riusciremo a tenere questi dati sotto traccia e sensibilizzare molto sull’argomento perché se tutto viene demandato alla polizia giudiziaria e il controllo del pubblico ministero deve essere a 360 gradi allora sarà molto difficile. Se invece la polizia giudiziaria sarà più professionale nell’attività di intercettazione e di sviluppo dei risultati dell’intercettazione, allora faciliterà l’attività del pm nel controllo, nel versamento dei risultati nei fascicoli e di conseguenza faciliterà anche l’attività del giudice. Perché non dimentichiamo che vi sono tutta una serie di disposizioni che prevedono la distruzione delle intercettazioni non rilevanti». Ma anche su questo tema il procuratore di Vibo attinge a quella che è la propria esperienza personale: «Io mi sono ritrovato ad esercitare l’azione penale, ad arrestare persone, a distanza di molto tempo da quando si è verificato il reato, grazie anche al fatto di avere ancora a disposizione determinate e apparentemente non rilevanti intercettazioni. Ma che a distanza di 20 anni diventavano rilevanti perché magari ti andavano a riscontare le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia».

INTERDITTIVE ANTIMAFIA E SCIOGLIMENTO DEI COMUNI L’attività investigativa antimafia spesso diventa la stura per l’emanazione di interdittive antimafia o lo scioglimento di consigli comunali per infiltrazione mafiosa. Ma anche in questi casi la soluzione può non avere effetti duraturi o il potere di cambiare il radicamento delle cosche su un territorio. «L’interdittiva interviene in un momento in cui l’accertamento delle responsabilità non è così chiaro ma è necessario intervenire perché non si può lasciare nelle mani di imprese in odore di mafia il destino dell’economia in territori difficili. E così – dice Falvo – avviene anche per lo scioglimento dei Comuni, fatto, questo, che presenta un’altra problematica molto seria a mio avviso: l’intervento sullo scioglimento dei Comuni deve essere un po’ più chirurgico, nel senso che andare a colpire solamente il livello politico-amministrativo, non serve. Se tu hai un soggetto all’interno de Comune che è vicino all’ambiente mafioso, e in qualche modo ha aiutato l’amministrazione a essere eletta, non basta andare a colpire l’amministrazione a livello politico, a volte forse non è nemmeno necessario farlo. Bisognerebbe avere lo strumento per intervenire senza usare il procedimento penale, cosa che comunque facciamo ogni qualvolta ve n’è la possibilità. Occorrerebbe uno strumento legislativo che consenta di estirpare, in maniera chirurgica, il male dove è collocato». Questo è un argomento che Camillo Falvo, nominato consulente a tempo parziale della Commissione parlamentare antimafia, ha avuto modo di esprimere ai nostri rappresentanti al governo.
Ma c’è di più. Spesso i sindaci di Comuni sciolti per mafia vengono rieletti a furor di popolo. «Questo però è sintomatico di una qualche patologia – risponde Falvo – io non faccio riferimento a casi specifici ma il fatto che spesso gli stessi soggetti o soggetti prossimi a coloro che sono stati tacciati di mafiosità vengano rieletti dimostra che in un territorio come il nostro veramente le organizzazioni criminali sono in grado di dirottare i voti. E se non si interviene e non si riesce a trovare il modo per creare questa cesura tra il pacchetto di voti che viene portato dalle organizzazioni criminali e i soggetti di riferimento allora non ne usciremo mai».

TOGHE SPORCHE Impossibile non fare un domanda sulle inchieste che di recente hanno disvelato la presenza di “toghe sporche” all’interno degli uffici del distretto di Catanzaro. «È chiaro che è stato alzato il tiro nella lotta al crimine e quanto tu alzi il tiro accade che colpisci anche chi lavora al tuo fianco, dall’interno, e che magari non ha avuto degli atteggiamento del tutto corretti. All’inizio siamo stati visti come dei giustizialisti poi il consenso (all’interno dello stesso ambiente di lavoro) è aumentato».
«La struttura è tendenzialmente sana», dice Falvo riferendosi alla struttura giudiziaria. Ma come vive un magistrato le vicende che investono coloro che dovrebbero lottare per la stessa causa?
«Per chi come me fa questo mestiere, non voglio dire – si schernisce quasi – che rischia la vita (anche se oramai sono anni che vivo tutelato) ma ci mette l’anima e la passione per cercare di colpire fenomeni che sono molto aggressivi e poi vede che al proprio fianco qualcuno, con molta leggerezza, trasgredisce le regole e commette illeciti, è mortificante».

CORONAVIRUS Quando è stata fatta l’intervista al procuratore ancora il premier Giuseppe Conte non aveva annunciato il decreto che fa di tutto il Paese zona protetta. Ma le misure di sicurezza erano già restrittive nel Tribunale di Vibo. «Oggi si fanno solo le urgenze e abbiamo disposto l’accesso solo per questi casi. Per il resto si lavora per via telematica. Naturalmente non si ferma l’azione penale, gli arresti o i sequestri, e le forze di polizia restano sul territorio. Le attività che verranno rinviate andranno ad incrementare il lavoro dei colleghi, però bisogna contemperare le diverse esigenze. In una situazione come questa in cui tutti siamo chiamati a tutelare il diritto alla salute è chiaro che vengano ottemperate solo attività urgenti come quelle che riguardano minori, persone deboli, le convalide degli arresti».
Le misure di sicurezza non fermano le indagini, questo è certo. Il procuratore Camillo Falvo appare sereno e ottimista. Il dialogo con la Dda di Catanzaro e il procuratore Gratteri è costante. «Quando ho lasciato la Procura di Catanzaro e ho fatto il saluto, ho detto che lasciavo una portaerei perché questo è oggi la Procura di Catanzaro». (ale. tru.)





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