Solidarietà e fai da te. Come resiste il Pronto soccorso di Lamezia Terme

Le tute donate dall’Ordine degli infermieri, i sovrascarpe dall’associazione odontoiatri, le maschere protettive comprate individualmente. E il cuore grande dei privati che soccorrono il reparto-trincea contro il coronavirus. Ma c’è ancora tanto da fare

di Alessia Truzzolillo
LAMEZIA TERME «Oggi l’imperativo deve essere proteggere le persone che assistono chi arriva in ospedale. Perché se si ammalano loro poi chi ci assiste?». Parla senza mezzi termini di «sicurezza pubblica», Concetta Genovese, presidente dell’Opi Calabria, la Federazione nazionale Ordini professioni infermieristiche. È stata lei ad andare a bussare alle porte della Regione, dipartimento Tutela della salute, per chiedere le tute protettive da consegnare agli infermieri del pronto soccorso di Lamezia Terme. «Ci hanno aperto le porte e ci hanno mandato alla Protezione civile», racconta Gonovese. Purtroppo il materiale scarseggia e le tute avute sono state 25 circa, che al Pronto soccorso della città della Piana tengono più care dell’oro. «Avevo avuto delle segnalazioni da parte dei colleghi – racconta la presidente di Opi Calabria – per me era un dovere etico nei confronti dei colleghi». «Bisogna dare al personale i dispositivi di protezione individuale – afferma Genovese –, si parla di sicurezza pubblica, bisogna dare loro mezzi».
Come abbiamo già avuto modo di scrivere, a Lamezia Terme i mezzi scarseggiano e il lavoro è più che improbo. Le tute le ha richieste l’Opi, bussando alle porte della Regione, le maschere protettive rigide ogni infermiere le ha comprate da sé.
«Siamo andati con la macchina in giro a recuperare le tute dalla Protezione civile», racconta Genovese che conosce bene la condizione nella quale versano i presidi calabresi e sottolinea «così non va». «Protezione individuale oggi significa davvero salute. Guardi, quello che manca da noi è l’organizzazione e per organizzazione intendo il sistema salute: ognuno è al suo posto e ognuno deve fare il proprio dovere».
La presidente dell’Opi Calabria è consapevole dello stato in cui versa il Pronto soccorso di Lamezia Terme. Sa bene che ci sono medici che non tornano a casa dalla propria famiglia per non essere un pericolo per i propri cari. Chi non può permettersi un appartamento o non ha una seconda casa cerca come può di non mantenere contatti con i familiari.
SOLIDARIETA’ Una buona notizia è che da quando abbiamo raccontato degli “eroi abbandonati all’ospedale di Lamezia Terme” ci sono stati privati che hanno fatto donazioni, si sono presentati al Pronto soccorso con visiere, tute in tessuto non tessuto e altri materiali utili per il lavoro di medici e infermieri. Tempo fa un privato ha fornito schermi in plastica e guanti monouso e dall’associazione odontoiatri sono arrivati dei sovrascarpe. Insomma si va avanti a donazioni e solidarietà. Le necessità sono ancora tante ma i lametini stanno mostrando senso di comunità e generosità. In Pronto soccorso sperano che questa gara di solidarietà non si fermi perché le carenze sono tante.
COSA MANCA Oltre ai dispositivi di protezione individuale vi sono carenze di carattere organizzativo. Sono necessarie, scopriamo anche dalle parole di chi purtroppo ci è passato, più postazioni per accogliere i casi sospetti. La sala di isolamento oggi è una sola e quando è occupata, se arriva un altro caso sospetto scatta uno stato di stallo e di emergenza. Basti pensare che qualche giorno fa è arrivato un paziente con femore rotto. Era anziano, aveva anche una polmonite e Ortopedia non faceva accettazione se prima non ci fosse stato l’esito negativo del tampone. Tampone che – vista la chiusura del reparto di Microbiologia disposta lo scorso anno – deve essere inviato all’ospedale Pugliese di Catanzaro. Insomma, tempi stratosferici, tutto si blocca anche perché il percorso di sicurezza per portare un paziente sospetto a fare un Rx toracico passa da quell’unica sala di isolamento. Pare che i tecnici dell’Asp stiano lavorando per rimodulare il percorso ma ad oggi, sabato 21 marzo, le difficoltà sono ancora enormi, i presidi di sicurezza sono ancora pochi. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

 







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