Coronavirus: se “restare a casa” è una trappola per le donne vittime di violenze

Le restrizioni dovute al coronavirus rischiano di far crescere i casi di abuso. Figliuzzi: «Drastico calo delle chiamate nei nostri centri, siamo preoccupati. Tra Catanzaro e Pizzo 4 chiamate contro una media di 15-20 dei mesi precedenti». Parte una campagna social

di Giorgio Curcio
CATANZARO La quarantena non vuol dire sicurezza per tutti. Per le donne vittime di violenza domestica la convivenza forzata di questi ultimi giorni rappresenta, infatti, un elevato fattore di rischio. Un’esposizione “continua” al pericolo che ha le forme di un compagno e un marito aggressivo e violento. Di fatto un’emergenza nell’emergenza: da una parte il pericolo sanitario rappresentato dal contagio da coronavirus, dall’altro l’ansia e la paura per i casi violenza fra le mura di casa. Ma non solo. Già, perché in gioco ci sono altri elementi di rischio legati all’isolamento e il controllo continuo e ossessivo da parte del compagno e l’impossibilità delle donne vittima di poter chiedere aiuto. Ad aiutarci a delineare il quadro attuale ci ha pensato Stefania Figliuzzi, presidente di “Attivamente Coinvolte”, Onlus inserita nel circuito nazionale D.i.Re e che in Calabria, nelle sedi di Catanzaro e Pizzo, si occupa di offrire servizi di assistenza alle donne vittime di violenza. «Abbiamo un Codice Rosso a livello nazionale – spiega al Corriere della Calabria Stefania Figliuzzi – e in questa situazione di emergenza sanitaria abbiamo lanciato il servizio telefonico h24 per le richieste di ascolto, lasciando alle altre donne la possibilità di restare collegate via Skype per poter garantire altri servizi come ascolto e sostegno psicologico».

CHIAMATE IN CALO Ma non mancano gli elementi di preoccupazione: «Dopo i primi feedback durati circa in dieci giorni, abbiamo notato che le chiamate verso i nostri centri sono drasticamente diminuite, e questo ci preoccupa tantissimo. Le telefonate sono praticamente dimezzate, quasi silenti. Segno che le donne ovviamente ci sono ancora ma non riescono a chiedere aiuto. Tra Catanzaro e Pizzo, sono arrivate 4 telefonate contro la media di 15/20 dei mesi precedenti». Si tratta di quello che viene definito “effetto weekend”, ovvero quando le donne (ad esempio nei fine settimana, nei periodi estivi o festivi) sono costrette a rimanere con i propri compagni non riescono a chiamare.

LE VIE D’USCITA «Utilizzare le restrizioni per chiedere aiuto – spiega ancora Stefania Figliuzzi – è un’altra strada che stiamo cercando di percorrere. Andare a fare la spesa, dal Tabacchi, in farmacia o gettare l’immondizia può essere l’occasione, utilizzando dei segnali, per poter chiedere aiuto. Un’altra possibilità (o speranza) è quella di incontrare qualche posto di blocco delle forze dell’ordine impegnati nei controlli per il rispetto delle restrizioni da Covid-19 e poter dunque chiedere aiuto e sostegno».

APP E SOCIAL Impossibile non sfruttare i social e la tecnologia. Per questi motivi la rete D.i.Re ha creato un video di sensibilizzazione e informazione (QUI) e anche un’app per smartphone che consente di mettersi immediatamente in contatto con il numero d’emergenza 1522 (QUI).

LE STRATEGIE La preoccupazione monta anche a livello nazionale con l’impegno delle istituzioni e anche del ministro dell’Interno Lamorgese. Stefania Figliuzzi ha le idee chiare: «Accogliere le donne in emergenza e in sicurezza in appartamenti protetti dove ci sono donne e minori tutelati anche da eventuali contagi e implementare le risorse per poter creare queste realtà. Si potrebbe pensare ad una convenzione con alcune strutture alberghiere o B&B per poter creare dei centri per accogliere le donne in emergenza. E’ un’idea e se ne sta ancora parlando». Ma la soluzione ideale appare quella già intrapresa in numerose occasioni in ambito nazionale dove ci sono stati degli ordini di protezione con il successivo allontanamento dell’uomo violento e non della donna vittima, così come previsto dagli articoli 342bis del codice civile e 282bis del codice di procedura penale. La strada da percorrere è in salita ma con l’impegno di risorse adeguate e gli sforzi delle Prefetture è possibile fornire alle vittime una luce di speranza in fondo a un tunnel fatto di abusi e di violenze fra le mura di casa.

LE MOSSE DEL GOVERNO «Sappiamo bene che, per chi è colpita dalla violenza del marito o del convivente, l’obbligo di rimanere in casa è un rischio ulteriore, quindi abbiamo stabilito in modo unanime di richiedere interventi specifici. Siamo certi di trovare anche in Aula e nel governo la stessa sensibilità registrata da tutte le forze politiche in commissione». Questo quanto affermato dalla senatrice del Pd Valeria Valente, presidente della Commissione Femminicidio. «Con gli emendamenti – spiega Valente – prevediamo lo stanziamento di ulteriori 4 milioni di euro per dotare le case rifugio di spazi dedicati aggiuntivi, kit sanitari, disinfettanti, dispositivi tecnologici e quanto altro possa servire per accogliere al meglio le donne e i loro bambini. Disponiamo inoltre l’istituzione di un fondo presso la Presidenza del Consiglio con la dotazione di 5 milioni di euro per garantire percorsi di sostegno alle donne vittime di violenza, con accesso tramite Inps. Per evitare di esporre a pericoli i bambini soggetti ad incontri protetti con un genitore alla presenza degli operatori socio-assistenziali, che non possono più avvenire, prevediamo la loro sostituzione con collegamenti da remoto. Infine chiediamo di garantire, come per arresto e fermo, la regolare prosecuzione delle udienze necessarie per convalidare anche l’allontanamento dal domicilio famigliare dell’uomo maltrattante, che resta una misura preziosa e tra le più efficaci per mettere in sicurezza immediata la donna e i minori». (redazione@corrierecal.it)







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