L’altra emergenza: così il virus mette in ginocchio precari e dipendenti in nero

Intervista a una lavoratrice della ristorazione. «Iniziata la crisi, nessuno è più venuto al locale e non ci hanno più pagati. E alla fine del blocco potrei perdere il lavoro. Ma estendere il reddito di cittadinanza non è una soluzione»

di Francesco Donnici
LAMEZIA TERME Le misure adottate dal Governo per far fronte ai crescenti disagi delle imprese – soprattutto piccole e medie – e dei lavoratori, contenute nel Decreto n.18 del 17 marzo 2020, così detto “Cura Italia”, non bastano a tenere a distanza gli spettri di una dolorosa recessione e dell’annessa crisi occupazionale. Ma di certo non saranno le ultime, come traspare dalle parole di molti componenti dell’esecutivo. Tra questi il Ministro per il Sud, Peppe Provenzano che in un’intervista rilasciata a La Repubblica ha sottolineato che bisognerà intervenire per «mettere i soldi nelle tasche degli italiani a cui fin qui non siamo arrivati. Questa è la priorità del decreto di aprile. Così come va assicurata liquidità al sistema delle imprese per tenerlo in vita, bisogna tenere viva la società. Liquidità anche per le famiglie, per chi ha perso il lavoro e non ha tutele».
Larga parte della popolazione, invero, è rimasta tagliata fuori dalla legislazione di emergenza. Solo per fare qualche esempio: i senzatetto, i lavoratori in “nero” o anche in “grigio” – come sono ad esempio i braccianti agricoli ai quali non vengono dichiarate tutte le giornate effettivamente svolte – e anche un’intera generazione di più o meno giovani precari con contratti e tutele che, ad emergenza finita, se esisteranno ancora, saranno sempre più instabili.
Per dare voce e rappresentare le difficoltà di questa categoria – e generazione – il Corriere della Calabria ha intervistato Maria (nome di fantasia), studentessa universitaria e cameriera in un locale della provincia di Cosenza, che ha accettato di raccontarci la sua esperienza, e come l’arrivo del Covid-19 e conseguenti misure restrittive, abbiano influito – e potrebbero influire – sulla condizioni di vita sua e di molti altri.

Da quanto tempo fai questo lavoro? Che tipo di contratto hai?
«Sono stata assunta circa 2 anni fa. I primi 6 mesi di “prova” ho lavorato senza contratto e venivo pagata in nero. Scaduti i sei mesi, mi è stato fatto un contratto di praticantanto “full time” di 28 mesi, quindi mi rimarrebbe poco meno di un anno. Oggi prendo circa 700 euro netti al mese e da contratto dovrei garantire 6 ore al giorno per 6 giorni lavorativi a settimana. Abbiamo un giorno di riposo settimanale».

È il tuo unico lavoro?
«Per forza, prende tutta la giornata. E poi ci sono anche gli studi universitari».

Quindi sei anche una studentessa. Quando e perché hai deciso di iniziare a lavorare?
«Lavoro ormai da anni. Prima ero in un altro locale fuori città, ma poi ha chiuso. Quello che era il Maitre ci propose dei lavori extra per arrotondare. Soprattutto “catering” ai matrimoni. Qui ci pagavano tra le 60 e le 80 euro a seconda delle mansioni che dovevamo svolgere, ma la vera difficoltà era spostarsi da un paese all’altro quasi tutti i giorni. Il lavoro che ho adesso mi dà un po’ più di stabilità.
Avevo già di mio la volontà di vivere autonomamente. Ma dopo una certa età ne senti proprio il bisogno. Così ho iniziato a lavorare per pagarmi gli studi universitari e con quello che rimane pago l’affitto, le bollette e faccio la spesa. Così riesco a mantenermi – almeno, ci riuscivo in tempi normali – eccetto il periodo in cui devo pagare le tasse universitarie: lì devo tirare un po’ la cinghia. Però tutto sommato andava bene perché il mio datore ci ha sempre pagati con discreta puntualità».

Usi il passato: è cambiato qualcosa in quest’ultimo periodo?
«Gli stipendi non ci arrivano da dicembre. Questo perché l’attività, dal periodo delle festività in poi, ha iniziato a calare. Sono arrivati meno profitti ed ovviamente ne hanno risentito i fornitori, oltre che i nostri stipendi».

Intendi che già da quando è iniziato a parlarsi dell’emergenza Coronavirus non siete più stati pagati pur continuando a lavorare?
«Abbiamo lavorato fino allo scorso 9 marzo. Poi il locale ha dovuto chiudere. Già da quando il Governo ha emanato le prime misure contenitive – anche se non interessavano ancora direttamente la Calabria – la clientela è nettamente diminuita perché la gente ha cominciato ad aver paura di frequentare i locali. Da fine febbraio il gestore ci ha fornito i guanti e le mascherine per lavorare più in sicurezza. Quando poi sono intervenute le restrizioni totali anche nella nostra regione, abbiamo dovuto chiudere. C’è stata un po’ di incertezza fino al sopralluogo dei Vigili Urbani che hanno spiegato al gestore che “molto probabilmente l’attività non era compresa tra quelle che potevano rimanere aperte”. E il giorno dopo ne abbiamo avuto la conferma dal Comune.
Per quanto riguarda i pagamenti, da gennaio ad oggi ci sono stati dati degli acconti in contanti – fuori dalla busta paga – perché non avrebbero potuto farmi bonifici giustificando queste somme non corrispondenti – e di molto inferiori – all’ammontare dello stipendio mensile. Il datore ci ha detto che quando ci sarà l’opportunità farà un bonifico della somma totale e dovremo restituire gli acconti ricevuti».

A quanto ammonta il totale degli acconti che hai ricevuto da gennaio fino ad oggi?
«Circa 600 euro».

Nel Decreto “Cura Italia” sono state date “Nuove disposizioni per la cassa integrazione in deroga” (art.22). Vi siete confrontati col datore sul punto?
«Appena è stato pubblicato il decreto, lo abbiamo letto sia coi colleghi che col datore, che in effetti ha scoperto di poter fare richiesta. Nei giorni successivi, ci ha fatto sapere che appena sarebbero stati pubblicati i “decreti attuativi” avrebbe fatto la domanda. Dal canto mio, ho fatto delle ricerche anche per capire meglio i tempi, sia sul sito dell’Inps che su quello della Regione. Sul sito della Regione Calabria era specificato che il 24 marzo c’è stata la riunione della Giunta che ha assicurato, nei giorni successivi, la pubblicazione delle modalità attraverso le quali richiedere la cassa integrazione in deroga. Spero che i tempi siano brevi».

E nel frattempo come vivi?
«Ho dovuto chiedere dei prestiti ai miei familiari o ai miei amici, soprattutto nei momenti di maggiore ristrettezza. Non avevo altre soluzioni».

Cosa pensi succederà quando l’emergenza sarà finita?
«Non so se le piccole aziende come quella per la quale lavoro io riusciranno a riprendersi. E se ci sarà una ripresa, non so quanto sarà dolorosa. Per come stanno le cose oggi, temo che l’attività possa chiudere».

Temi?
«Sì, perché questo significherà perdere il lavoro ed essere costretti a trovarne un altro. Se già è difficile in tempi normali, ancora di più lo sarà ad emergenza finita, quando ci sarà da fare la conta dei danni».

Per venire incontro a questa situazione, il Ministro Provenzano ha proposto, tra le varie, un’estensione del reddito di cittadinanza. Pensi possa essere una misura utile?
«In generale, già prima dell’emergenza, credevo nel reddito di cittadinanza come sussidio per le fasce più povere della popolazione, ma non assolutamente come strumento di attivazione verso il lavoro. Se potessi scegliere tra il lavoro che ho e il reddito di cittadinanza, anche prendendo meno soldi, preferirei mille volte tornare a lavorare. Credo molto che le retribuzioni, quali che siano, debbano corrispondere ad un impegno effettivo. Quindi penso possa essere un aiuto utile, ma non risolutivo. Credo anzi che bisognerebbe focalizzare l’attenzione sulle aziende, più che sui singoli, perché se non le aiutano, e finiscono per chiudere, comunque rimarremo tutti senza lavoro». (redazione@corrierecal.it)







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