«Le famiglie assistono impotenti alla mancata formazione dei figli»

Il Coronavirus stravolge il mondo della scuola. Le difficoltà degli alunni che necessitano di sostegno con la didattica a distanza e le paure dei docenti di veder sprecati i loro sacrifici per gli studi professionalizzanti

di Michele Presta
COSENZA
Da un mese per i maestri il suono della campanella è quello di accensione di un Mac o dell’avviamento di Windows. Si accomodano alle sedie nei loro studi o soggiorno e danno inizio alla lezione. Pile di compiti da fare con l’assistenza dei genitori sono il resto. Su di una cosa però concordano tutti, non si lavora di meno, anzi. E se le difficoltà per chi si è ritrovato maestro ai tempi del Coronavirus sono raddoppiate, quelle per chi invece guidava nel suo percorso formativo alunni che necessitavano di sostegno si sono decuplicate. Strumenti e competenze da una parte, difficoltà nell’istaurare un rapporto a causa della distanza fisica dall’altra. Ma quando si parla di sostegno nell’universo scuola le cose si complicano. La domanda supera sempre l’offerta. Bisogna ricorrere ai rudimenti dell’economia: gli alunni che necessitano di sostegno sono sempre maggiori degli insegnanti che il ministero ha a disposizione. Gli studenti così vengono affidati a supplenti che esercitano il loro ruolo come docenti in deroga, la maggior parte delle volte non specializzati in quanto pescati dalla “terza fascia” dove si iscrivono gli aspiranti professori o dove si trovano quelli che per titoli o punteggio non hanno avuto lo scatto in “seconda”. «Se la violazione dei diritti degli alunni con disabilità risultava già drammatica in una situazione di normalità, ora, attraverso la didattica a distanza, ne sta maggiormente svelando gli effetti nefasti in termini di abbandono, di ragazzi lasciati a sé stessi – spiega la maestra Maria Caruso -. E non lo sono solo i ragazzi: è la solitudine di famiglie con disabilità. Famiglie che assistono impotenti alla mancata formazione dei figli. Proprio loro che riponevano nella Scuola le principali aspettative per un miglioramento della qualità della vita dei loro figli».
IL SOSTEGNO Il titolo unico, al termine degli studi universitari, per diventare docente di sostegno si acquisisce dopo aver superato un concorso e frequentato un corso di un anno fatto di lezioni frontali e tanti laboratori. Il quarto ciclo (dal quale usciranno più di 14mila docenti) si sarebbe dovuto concludere proprio di questi periodi ma il Covid-19 ne ha bloccato la prosecuzione. «La formazione è fondamentale per i docenti, approcciare con un bambino sordo, o cieco, o con qualsiasi altra forma di disabilità, presuppone che si abbiano a disposizione delle competenze. Non si può improvvisare e non si può pensare che basti la sola esperienza maturata in classe». Maria Caruso è anche rappresentante del Corso di Specializzazione su Sostegno dell’Unical. «In questo anno abbiamo fatto molti sacrifici, alcuni di noi nonostante l’ottimo punteggio e la posizione in graduatoria hanno rinunciato agli incarichi pur di poter completare il corso di formazione». Formazione che ha un costo non indifferente e alla quale si accede attraverso una prova preselettiva molto impegnativa.
LO SPETTRO Il Coronavirus potrebbe sparigliare tutte le carte. In che senso? L’ipotesi è quella che il Miur proceda ad una stabilizzazione del personale precario e dunque che le cattedre dedicate al sostegno vadano anche ai professori che non hanno frequentato il corso di formazione. «La combinazione delle due emergenze sta generando isolamento nell’isolamento, impossibilità di crescita formativa, creazione di barriere che sembrano insormontabili, specie sulle spalle di chi li vive – aggiunge la professoressa Maria Caruso –. Il perché di questa situazione ha radici remote, difficili da dispiegare in poche battute.L’emergenza sostegno coincide con la mancanza di docenti specializzati su sostegno  e che vede, di guisa, gli alunni con disabilità, spesso privati del pieno diritto di avere un docente che abbia quelle competenze idonee a facilitarne l’apprendimento e realizzare gli obbiettivi in termini di crescita effettiva».
L’INSEGNAMENTO La sanatoria ed il tutti in cattedra, preoccupa molto i docenti specializzati e specializzandi. La sola formazione in aula non basterebbe per guidare nel percorso scolastico l’alunno. «E’ come se un infermiere di sala operasse un paziente – aggiunge l’insegnante -. Potrebbe essere in grado di farlo ma non ne ha i titoli ma soprattutto non farebbe il bene per il paziente. Lo stesso, chiaramente non si affiderebbe nelle mani di chi non ha i requisiti per operare. Con la scuola funziona allo stesso modo. La formazione dei docenti, lo studio di strategie e metodologie di apprendimento, non è fine a sé stessa: si riversa sui discenti, li valorizza, costruisce il futuro cittadino. La scuola di oggi è il riflesso del domani. Ma se la formazione non c’è, se i docenti non hanno quelle basi metodologiche – didattiche cui si accennava prima, come è possibile trasmettere saperi non acquisiti». (m.presta@corrierecal.it)





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