Post Covid, i sociologi: «La Calabria soffrirà maggiormente le diseguaglianze dei servizi»

In un e-book i docenti universitari Corposanto e Fotino fanno emergere gli effetti sulla popolazione dopo l’uscita dalla fase 1: «Ci sarà maggiore richiesta di sicurezza. Temiamo l’inasprimento della tensione sociale»

CATANZARO «La Calabria, che si ritiene fortunatamente non colpita in maniera pesante, sconterà piuttosto le sue difficoltà nel post Covid-19» Lo dicono Cleto Corposanto, fondatore e direttore del corso di Sociologia all’Università Magna Graecia di Catanzaro e Massimo Fotino, docente universitario, sociologo, giornalista, curatori di un ebook, editato per i tipi di “The diagonales” dal titolo “Covid19. Le parole diagonali della Sociologia”, una ricerca sulle “conseguenze sociali” della pandemia. «Ci è apparso subito chiaro – rimarcano Corposanto e Fotino – che dopo la prima romantica se non un tantino retorica solidarietà, le cose si sarebbero inasprite. È un rinculo prevedibile. La gente domanderà più attenzione nella cura, più sicurezze, e non solo non le troverà ma vedrà che la corsa alle diseguaglianze nell’erogazione delle prestazioni saranno aumentate. La tensione sociale sarà inevitabile, temiamo».
Secondo Corposanto e Fotino, «molto dipenderà da quello che abbiamo chiamato “il pensiero diagonale”, la capacità di uscire dall’individualismo e attraversare con gli altri il cammino problematico che inevitabilmente ci aspetta a livello economico e sociale. Per fare questo dovremo stare molto attenti. Attenti con le parole, ad esempio. Abbiamo erroneamente parlato di “distanziamento sociale”, definendo scelleratamente così quello che è solo un distanziamento fisico».
Quanto alla Calabria – spiegano i due sociologi – «non parliamo solo dei grandi mali della regione: disoccupazione, scarsa capacità imprenditoriale, sanità inefficiente. Parliamo della fiducia: già era scarsa prima, figuriamoci adesso. Eppure questa terra avrebbe tante risorse su cui puntare e che l’hanno salvata dalla pandemia: i beni naturali, l’aria, il clima, il cibo, insomma la dimensione fortemente rurale. Ma, e questa è la domanda, riusciranno a produrre rinnovamento? Per decenni c’è stata una centralità di città improduttive, legate ai soli servizi».
«Riuscirà ora la politica regionale – si chiedono infine Corposanto e Fotino – a ribaltare questo binomia e far diventare le culture rurali quelle su cui puntare per un riequilibrio sostenibile e umano? Riuscirà, per usare una metafora, a parlare come mangia e come respira?».







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