Il Riesame su Petrini: «Aveva momenti di confusione e non era certo di ciò che raccontava»

Le dichiarazioni, non riscontrate, su Vincenzo Sculco e sull’ex procuratore di Crotone. Le ritrattazioni su tre magistrati del distretto di Catanzaro. E quella telefonata con l’ex moglie. Le motivazioni per le quali il giudice torna ai domiciliari. Il 30 giugno inizia il processo a Salerno con rito abbreviato

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO Trascorrerà la detenzione ai domiciliari in un monastero nel lametino. Questa la destinazione che il Tribunale del Riesame ha stabilito per il giudice Marco Petrini, ex presidente della seconda sezione della Corte d’Appello di Catanzaro accusato di una lunga serie di capi di corruzione giudiziaria. Esce dal carcere per la seconda volta il magistrato reo confesso di avere accettato denaro, beni materiali, derrate alimentari, prestazioni sessuali, in cambio di “interventi” su procedimenti pendenti in corte d’Appello o nella Commissione tributaria provinciale di Catanzaro, ove Petrini era presidente. La prima volta era stato tratto in arresto il 15 gennaio, quando la Guardia di finanza di Crotone aveva dato esecuzione all’operazione Genesi, coordinata dalla Procura di Salerno che ha competenza sulle vicende giudiziarie dei magistrati del distretto di Catanzaro. La prima volta Petrini, difeso dagli avvocati Agostino De Caro e Francesco Calderaro, aveva rinunciato al Riesame e di chiarire i fatti contestati e intraprendere un percorso di collaborazione. Una scelta che aveva portato il gip a sostituire il carcere con i domiciliari in un convento in provincia di Salerno. Il 29 aprile lo stesso gip, su richiesta della procura rimanda in carcere il giudice con l’accusa di inquinamento probatorio poiché avrebbe reso dichiarazioni mendaci in almeno due interrogatori, in particolare in quello del 25 febbraio. Come se non bastasse sarebbe emerso da un colloquio, il 22 febbraio 2020, con l’ex moglie, Stefania Gambardella, durante il quale la donna sosteneva la pericolosità di un ritorno del Petrini a Lamezia Terme, poiché tutti desideravano ucciderlo a causa di quello “che aveva combinato”. Poi, la Gambardella invitava il congiunto in futuro ad ascoltare lei e a non agire più da solo, perché avrebbe continuato a sbagliare. Un tentativo di condizionarne le dichiarazioni, secondo l’accusa, che iscrive la Gambardella nel registro degli indagati con l’accusa di induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria. Il 17 aprile Petrini disconosceva la veridicità di dichiarazioni rese nei confronti di tre magistrati del distretto di Catanzaro, stravolgendo, anche, la ricostruzione di una vicenda corruttiva emersa nel corso delle indagini.
LE RAGIONI DEL RIESAME Il Riesame ha accolto l’appello presentato dalla difesa. Secondo il collegio presieduto da Elisabetta Boccassini «la supposta pressione esercitata da terzi non può divenire condizione negativa da porsi a carico del Petrini, né eventuali ritrattazioni possono essere interpretate come un tentativo di alterazione della prova». «Invero, dalla lettura dell’interrogatorio prodotto, emerge chiaramente che sulle vicende in discussione il Petrini aveva momenti di confusione e non era del tutto certo di ciò che raccontava, onde è verosimile che una maggiore riflessione lo abbia indotto a revocare il contenuto di alcune precedenti dichiarazioni. Senza trascurare di considerare che è già emerso, in sede di indagini, che il Petrini, a volte, assumeva l’impegno di interessarsi anche per procedimenti da lui non trattati, acquisendo per essi la promessa di somme di danaro».
LE DICHIARAZIONI INCRIMINATE Petrini aveva dichiarato di avere ricevuto, «per il tramite dell’avvocato Nigro del foro di Crotone, da Vincenzo Sculco (ex consigliere regionale, ndr), in due occasioni, due biglietti di tribuna vip per assistere alle partite di calcio Crotone-Matera, tenutesi nell’aprile e nell’agosto 2017, in cambio di un provvedimento di estinzione della pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici adottato in favore dello Sculco; decisione questa, che adottava senza coinvolgere gli altri due componenti il collegio giudicante». « Detta dichiarazione – prosegue il Riesame – risultava riscontrata dagli esiti della perquisizione effettuata presso l’abitazione del Petrini, in occasione della quale veniva trovata una dichiarazione di cessione in favore del Petrini di due biglietti nominativi a firma dello Scalco, con allegata sua carta di identità, per la partita Crotone – Milan disputata il 20 agosto 2017. In seguito, però, detta dichiarazione veniva smentita dalle ulteriori indagini svolte ed in particolare dal contenuto del provvedimento adottato dalla Corte di Appello di Catanzaro in data 28 giugno 2017 nei confronti dello Sculco, dal quale si evince che il Petrini non componeva il collegio giudicante e che la decisione non era stata di accoglimento, ma di non luogo a provvedere, atteso che l’estinzione della pena accessoria era già intervenuta sulla base di un precedente provvedimento reso dal giudice dell’esecuzione. In sostanza, non trovava riscontra la parte della dichiarazione in cui il Petrini sosteneva di avere composto il collegio e di avere accolto l’istanza senza coinvolgere gli altri componenti il collegio».
Altra dichiarazione riguardava l’ex procuratore di Crotone Francesco Tricoli, deceduto a luglio 2019. «Petrini affermava, anche, di avere ricevuto 5.000 euro dall’ex procuratore della Repubblica, Tricoli, che compiva detta condotta corruttiva in qualità di amministratore del Trust che faceva capo alla famiglia Vrenna e, quindi, per conto di un componente di detta famiglia, in relazione ad una istanza di revoca della confisca. L’accusa, in questo caso, veniva estesa dal Petrini anche ad altro magistrato componente il collegio e relatore del fascicolo, che, invece, si scopriva non essere neppure partecipe del collegio giudicante. Nel successivo interrogatorio, il Petrini ritrattava l’accusa nei confronti del predetto magistrato». Così come il 17 aprile «disconosceva la veridicità di dichiarazioni rese nei confronti di tre magistrati del distretto di Catanzaro». Secondo il Riesame «non appare sostenibile l’aggravamento di una misura cautelare solo in ragione del fatto che l’indagato abbia reso dichiarazioni non riscontrate o ritrattato dichiarazioni già rese, non potendo detto comportamento essere inquadrato come un tentativo di inquinamento, quanto piuttosto come una normale evoluzione di un rapporto collaborativo fatto spesso di ricordi non chiari e di dichiarazioni sospette o non riscontrabili, tanto che la giurisprudenza ha da tempo riconosciuto valore alla frazionabilità delle dichiarazioni anche per i pentiti di mafia». E per quanto riguarda le dichiarazioni dell’ex moglie, secondo il Riesame: «Neppure risulta rilevante, nei sensi proposti dal gip, il colloquio intercorso tra il Petrini e la Gambardella, atteso che lo stesso si colloca nell’ambito di una normale conversazione famigliare, nel corso della quale la Gambardella rappresenta all’ex coniuge detenuto, le sue preoccupazioni per quanto stava accadendo, piuttosto che un tentativo di influenzare le dichiarazioni del Petrini, che devono presumersi, fino a prova contraria, segretate e non conosciute dalla stessa».
DESTINAZIONE CALABRIA Il pm si era opposto ai domiciliari poiché «in tema di misure cautelari personali la valutazione del pericolo di inquinamento probatorio va effettuata con riferimento sia alle prove da acquisire, sia alle fonti di prova già individuate, a nulla rilevando che le indagini siano in avanzato stato, ovvero risultino già concluse». L’accusa «evidenziava, ancora, che per le corruzioni in atti giudiziarie contestate al Petrini ed alla Tassone (Marzia Tassone, avvocato del Foro di Catanzaro, ndr) erano ancora in corso indagini, sicché il pericolo di inquinamento correlato ad ulteriori mendaci dichiarazioni doveva esser scongiurato». L’accusa poneva inoltre questioni di ordine logistico in merito alla destinazione dei domiciliari: «Quanto, poi, alla scelta del luogo ove eventualmente risiedere in regime di arresti domiciliari, il pm evidenziava che l’abitazione a ciò destinata era stata presa in locazione dal figlio della prima moglie del Petrini soggetto del tutto privo di reddito e che non poteva in alcun modo provvedere in concreto ad ospitare e sostenere il padre durante la detenzione. In ogni caso, si trattava di immobile ubicato in Lamezia Terme, luogo divenuto pericoloso per il Petrini alla stregua di quanto affermato dalla stessa Gambardella»
Neppure era ipotizzabile la ricollocazione del Petrini nel convento in cui era ospitato prima del nuovo arresto avendo il rettore revocato la sua disponibilità. Allo stesso modo, secondo l’accusa, non era accoglibile la richiesta formulata dalla difesa di collocazione del Petrini in un monastero nel lametino «poiché si tratta di comune ubicato vicino a quello di Lamezia Terme come detto pericoloso per Petrini». Scartata l’ipotesi offerta dal figlio del giudice perché «privo di reddito e non in grado di sostenere il genitore per le sue necessità quotidiane». Il Riesame ha deciso per il monastero nel Lametino come proposto dalla difesa.
PROCESSO CON RITO ABBREVIATO DAL 30 GIUGNO Ed è probabile che Petrini attenda proprio nel monastero l’inizio del processo. Dopo la decisione della Procura di chiedere il giudizio immediato, Petrini, assieme ai coindagati Emilio Santoro e Francesco Saraco, hanno ottenuto di essere giudicati con rito abbreviato. La prima udienza è fissata il 30 giugno a Salerno. (a.truzzolillo@corrierecal.it)





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