Imprenditori beffati (nuovamente) dal pasticcio dei protesti

In centinaia sono rimasti incastrati dal meccanismo innescato dal vuoto normativo legato alla mancata sospensione dei titoli cambiari. Così la conversione in legge del decreto “Liquidità” si è rivelata uno schiaffo per l’economia calabrese provata dall’emergenza Covid

di Roberto De Santo
CATANZARO «Si parla tanto di restituire liquidità alle imprese ed invece i meccanismi messi in piedi dal Governo non hanno fatto altro che creare ulteriori problemi a chi come noi opera in aree disagiate e che la crisi economica – innescata dall’emergenza sanitaria – ha amplificato». A parlare è un imprenditore calabrese (per ovvie ragioni preferisce rimanere anonimo) e che si è visto protestare le cambiali «nonostante i tanti decreti che si sono succeduti in materia» e che «avrebbero dovuto restituire parzialmente serenità a chi dall’oggi al domani si è trovato a dover abbassare le saracinesca senza più incassare un euro». «Ed invece ci siamo visti protestati i nostri titoli che non eravamo in condizione di saldare e dover lottare per bloccare un iter che ci avrebbe definitivamente stritolato». Il riferimento è legato alla procedure che non permette a chi “incappa” nei meccanismi dei protesti ad ottenere prestiti o liquidità dal sistema creditizio e a sostenere nuovi costi per difendersi. «Questa è la plastica rappresentazione di quanto sia lontana la politica e le istituzioni dalla realtà del sistema produttivo, in particolare, calabrese», commenta amaramente l’imprenditore.

I DECRETI “BEFFA” La storia dell’imprenditore “beffato” dalle «false promesse del Governo» prende le mosse da un meccanismo di cui in parte abbiamo già raccontato che si è via via arricchito di un nuovo incredibile capitolo. Si tratta del sistema introdotto dall’articolo 10 del decreto legge n.9 varato dal Governo lo scorso 2 marzo – in piena emergenza Coronavirus – e che prevede la sospensione dei termini di scadenza dei titoli di credito dal 22 febbraio al 31 marzo. Già quel provvedimento conteneva un vulnus incredibile: quella sospensione era riferita solo ad imprese e soggetti che risiedevano nelle prime zone rosse italiane dell’emergenza Covid (i dieci comuni lombardi del Lodigiano e nel comune di Vò in Veneto). Proprio per sanare quella disparità – in area di essere anche anticostituzionale, visto che cozzava con l’art.3 della Costituzione – era intervenuta una nota del Consiglio nazionale del Notariato del 27 marzo scorso in cui prevedeva un’interpretazione estensiva cioè intesa a considerare valida la sospensione degli effetti civilistici dei titoli di credito in scadenza in quel lasso di tempo su tutto il territorio italiano. Questo in linea anche con quanto il Governo stava adottando – con successivi decreti poi convertiti in legge – in materia di emergenza igienico sanitaria che comprendeva appunto tutto il Paese – considerato per intero come zona rossa – e non solo le prime aree.
Poi interviene un nuovo decreto legge (il cosiddetto “decreto Liquidità”) – il n.23 dell’8 aprile scorso – che tra l’altro sana quel “vulnus” estendendo appunto all’intero territorio nazionale la sospensione dei termini di scadenza dei titoli di credito, distinguendo tra cambiali ed assegni e infine spostando la data di “congelamento” dei titoli al 30 aprile 2020.
Sembrava la “svolta” per la vicenda iniziata con l’avvio dei procedimenti dettati dall’emergenza Covid, ed invece avviene la nuova beffa: si decide su questa materia di procedere per le vie ordinarie, cioè con l’attesa della conversione in legge del decreto stesso. Passano le settimane, ma intanto – nella vita reale (come la definisce il nostro imprenditore) – quei titoli di credito in assenza di provvedimenti “stringenti” divengono esecutivi. Con la conseguenza ineluttabile e beffarda allo stesso tempo di far avviare la macchina dei protesti conseguenti. Con effetti dirompenti sull’economia come testimonia il nostro: «Mi sono visto reso esecutivo il mio titolo così all’improvviso. È stata una doccia ghiacciata». È successo infatti che i notai di tutta Italia hanno proceduto – in mancanza di disposizioni specifiche che fermassero gli effetti civilistici in materia – a rimettere i titoli ed innescare il meccanismo conseguente di protesti rimanendo sospesa la sola pubblicazione sino al 31 agosto prossimo. Infatti la conversione in legge del “decreto Liquidità” è avvenuta solo i primi di giugno e pubblicata sulla Gazzetta ufficiale del 6 giugno. Questo iter ha comportato che tutti i titoli pendenti nel corso del vuoto normativo fino alla piena operatività della legge abbiano seguito il procedimento ordinario trasformandosi in un cappio doppio al collo dei debitori, ma anche dei creditori. Questi ultimi non hanno potuto né incassare quanto loro dovuto ma neppure scaricare quanto da loro vantato.
I DANNI PER DEBITORI E CREDITORI «La sospensione dei titoli – sottolinea amaramente l’imprenditore – era funzionale rispetto ai ritardi con cui le banche stanno erogando la liquidità garantita dallo Stato. Invece con questo sistema adottato dal Governo si è innescato una sorta di “corto circuito” che ha causato in più un aumento di costi per effetto delle spese di protesto che le banche hanno addebitato ai creditori che difficilmente questi ultimi potranno recuperare nell’immediato».
Un meccanismo dunque infernale che sta interessando centinaia di imprenditori e cittadini per quei titoli prodotti dallo scoppio della pandemia all’entrata in vigore della legge e che si sarebbe potuto evitare inserendo i termini sospensivi all’emanazione del nuovo “decreto Rilancio” senza attendere viceversa la conversione in legge del “decreto Liquidità”. Un danno che si sta ripercuotendo su un sistema imprenditoriale come quello calabrese già duramente provato dalla crisi economica legata all’emergenza Covid-19. (r.desanto@corriercal.it)





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