La torta di Scarface e la pistola per “proteggere” la famiglia. L’ascesa della ‘ndrina di Melito a Desio

La dinastia criminale della famiglia Pio in Lombardia e l’eredità di Domenico raccolta dal figlio Alfonso, finito in carcere in seguito all’inchiesta “The Shock” della Dda di Milano. Dallo stile di vita spregiudicato, all’usura e le estorsioni, fino a diventare una figura di riferimento nel contesto criminale locale

di Giorgio Curcio
MILANO
Una pistola, soldi, sigari, cocaina e tante pallottole per formare il numero “40”. E poi il volto Al Pacino, inconfondibile icona del film “Scarface”, pellicola che racconta l’ascesa criminale del gangster Tony Montana arrivato da Cuba negli Usa. È la torta scelta per celebrare il compleanno del pregiudicato Carmelo Pio detto “Melo” e ritratta nella foto inviata su WhatsApp al nipote, Dominic, figlio di Alfonso Pio, finito in carcere in seguito all’inchiesta “The Shock” condotta dalla Dda di Milano. Una torta, certo, ma non solo. Già perché secondo gli inquirenti, scritto nero su bianco nelle carte dell’inchiesta, è il simbolo delle ambizioni e del potere criminale della “Locale di Desio”, capeggiata proprio dalla famiglia Pio.
Un’ipotesi che trova conferma anche in un altro scatto fotografico, ancora più emblematico. Quello che ritrae una pistola posizionata vicino ad un ritratto della famiglia Pio. «Un’allusione – scrivono gli inquirenti – ad un senso di protezione della famiglia o di vendetta con le armi nel caso in cui ne sia messa a repentaglio l’incolumità».
LA DINASTIA CRIMINALE Quella della famiglia Pio è, di fatto, una dinastia criminale che affonda le radici già nei decenni passati, così come è emerso in numerose inchieste. Indagini che hanno consentito di delineare, ad esempio, i tratti e il profilo del padre di Alfonso, Domenico Pio (cl. ’46), ovvero uno dei due “Capi-Società” appartenente, insieme a Candeloro Pio, alla Locale di Desio, principali esponenti della ‘ndrina di Melito Porto Salvo, con influenza nei comuni di Desio, Cesano Maderno e Bovisio Masciago e strettamente legata alle famiglie di ‘ndrangheta Minniti, Iamonte, Moscato e Pio. Un personaggio – scrivono gli inquirenti – contraddistinto dall’elevata caratura delinquenziale, dal carattere forte, deciso ed autoritario, grazie anche ad una folta schiera di sottoposti, e in grado di reggere le fila di una vera e propria impresa criminale dedita principalmente all’usura e alle estorsioni.
LEGAMI FAMILIARI La famiglia alla base di tutto, anche dei legami criminali tra diversi esponenti. Ci sono ad esempio i fratelli Minniti, Nicola e Giuseppe detto “Peppe”. Quest’ultimo, in particolare, abita a Gioiosa Ionica, nel Reggino, dove saltuariamente si occupa di compravendita di veicoli usati. I fratelli Minniti sono nipoti di Domenico Pio e tutti vicini ai Moscato e ai Iamonte (noti anche Iamunto) di Melito Porto Salvo. Ed è proprio Domenico Pio a ricoprire un ruolo cruciale e di “collegamento” con i Iamonte attraverso la pianificazione e direzione delle varie attività criminose della cosca desiana, nel controllo del territorio nonché nel coordinamento degli affiliati, ma anche di altri soggetti che, seppur non inseriti nell’organico del sodalizio mafioso, hanno fornito comunque la loro opera di supporto materiale della cosca. Spettano inoltre a Domenico Pio i “compiti” di rappresentanza ufficiale della cosca di Desio in occasioni particolari quali, ad esempio, la partecipazione, assieme al nipote Nicola Minniti, a funerali di individui inseriti in altri “Locali” o “Gruppi” della criminalità organizzata calabrese o comunque legati o riconducibili.
LE PRIME INCHIESTE A mettere gli occhi sulle attività delle cosche di Desio e al potere di Domenico Pio sono gli inquirenti già a partire dagli anni 1993 e 1994. Indagini culminate nell’operazione “La notte dei fiori di San Vito”, condotta dalla Dia di Milano e Reggio Calabria e nelle successive condanne a carico di Natale Iamonte (cl. ’27), dei suoi nipoti, i fratelli Annunziato Giuseppe, Saverio e Natale Moscato (questi tre ora indagati nell’ambito della presente indagine), Quinto e di altri soggetti. Peraltro, nello stesso provvedimento restrittivo, già all’epoca si faceva esplicito riferimento al fatto che la famiglia “Moscato” di Desio, rappresentasse una base logistica-operativa per l’organizzazione mafiosa e, in particolare, era emerso il ruolo direttivo di Giuseppe Annunziato. Nella stessa ordinanza si faceva riferimento anche a Giovanni Polimenti, cognato proprio dei fratelli Moscato e padre di Candeloro e Giuseppe, anche loro indagati nel blitz “The Shock” della Dda di Milano. A Giuseppe Polimeni, in particolare, era già stato devoluto il compito di acquistare, per conto ed in favore dell’organizzazione mafiosa, ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, dietro copertura e finanziamenti di denaro messi a disposizione dai fratelli Moscato. Lo stesso Domenico Pio, nel 2008, è stato arrestato nell’ambito dell’operazione “Infinito-Crimine” mentre il cugino Candeloro Pio è stato arrestato e poi condannato nella medesima inchiesta in quanto “capo-società” della locale di Desio.
LA FIGURA DI ALFONSO PIO È in questo contesto criminoso che si sviluppa la figura del figlio di Domenico Pio, Alfonso. Le indagini, condotte dalla Polizia postale nell’ordinanza che lo ha portato in carcere insieme ad altre tre persone su richiesta dei pm Adriano Scudieri e Francesco Cajani, hanno messo in luce i legami strettissimi tra i familiari e Alfonso oltre alla sua stretta appartenenza alla ‘ndrangheta. Un collegamento – scrivono gli inquirenti – «inevitabilmente indissolubile, con famiglie ed esponenti di quell’associazione criminale». Un legame che lo stesso Alfonso ha sfruttato per incutere timore nelle vittime di estorsione. Le stesse vittime che, ai pm, confesseranno di ritenerlo un «mafioso pericoloso».
UNO STILE DI VITA SPREGIUDICATO Già dall’indagine della Dda di Reggio Calabria che ha dato vita all’operazione “Nuove Leve”, era emerso uno stile di vita, quello di Alfonso Pio, non giustificabile dall’effettiva capacità reddituale. Dubbi degli inquirenti confermati dalla conversazione intercettata tra Ezio Mario Scirea e Vito Gatto. I due, infatti, parlano di Alfonso e di come utilizzasse quotidianamente, come propri, veicoli di grande valore commerciale e di pregio non intestati a lui, senza mai apparire titolare di alcuna proprietà.
«Dobbiamo anche poi risolvere un altro problema l’anno prossimo, perché non mi posso permettere un altro anno come questo. Sai quante multe ha preso con il Q8 (auto di Alfonso Pio)?» chiede Gatto a Scirea «14.700 euro di multa. Gliel’ho detto 27 volte però, se non hai il ritegno, cioè voglio dire, e che ca**o!». Uno stile di vita, quello di Alfonso, spregiudicato in quanto nullatenente e coperto da numerosi prestanome, tra cui La Monaca. Dalle carte dell’inchiesta, infatti, è emersa una circostanza in cui proprio Alfonso Pio impartisce al socio alcuni consigli comportamentali in caso di controlli della Guardia di Finanza. In particolare che non dovrà parlare di alcun fatto che lo riguarda perché dovrà dimostrare come ha pagato i beni a lui intestati e sarebbe una accusa grave di riciclaggio e associazione mafiosa, perché lo assocerebbero proprio a Pio con chiaro riferimento alla sua provenienza e il contesto familiare.
IL RECUPERO CREDITI E L’ESTORSIONE AGLI “ZINGARI” Lo stile di vita, certo, ma anche un pericoloso “modus operandi”, quello di Alfonso Pio, emerso dalle intercettazioni captate dagli investigatori. Emblematico, ad esempio, l’incontro organizzato a casa sua il 14 gennaio di quest’anno insieme ad un soggetto russo, Marc Courbant. Dalle intercettazioni è emerso che quest’ultimo vantasse un credito di oltre 850mila euro da alcuni soggetti definiti “zingari” e che si fosse rivolto proprio ad Alfonso Pio per cercare di recuperare l’ingente somma, un sicuro elemento di riferimento per il recupero anche con mezzi “militari” di crediti provenienti, secondo gli inquirenti, da guadagni illeciti in un contesto pienamente criminale.
Due giorni prima lo stesso Alfonso avrebbe incontrato il fratello, Carmelo, a Desio in un luogo non meglio indicato ma fondamentale per entrare in possesso delle informazioni necessarie per individuare il luogo di rintraccio degli “zingari”, ovvero una sala giochi. Informazioni peraltro fornite da un loro uomo fidato, originario di Cutro e che abita a Milano in zona Quarto Oggiaro e che nel negozio Kebab collocato vicino alla sala giochi frequentata dopo la mezzanotte dagli “zingari” vi sarebbe una persona di fiducia che dovrà avvisare Alfonso del loro arrivo.
«Tanto noi sappiamo dove sono! Al momento che il mio amico calabrese telefona loro sono lì dentro! capito? – spiega Alfonso a Marc Courbant – al momento che mi chiama, il mio amico calabrese sappiamo dove sono, non vanno da nessuna parte! Sono incastrati!». Il russo era disposto a tutto pur di recuperare i soldi, senza preoccuparsi del fatto che quelle persone possano essere armate di pistola. «Li vuole ammazzare!» confessa Alfonso al figlio Dominic. Una rappresaglia sulla quale non sono state però raccolte notizie. È probabile che l’azione non sia stata portata a termine per circostanze del tutto occasionali. (redazione@corrierecal.it)





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