Museo archeologico di Vibo, la “Fondazione Capialbi” chiede la «riapertura in sicurezza»

Maria d’Andrea e Gilberto Floriani: «Occorre trovare soluzioni ed alternative ai sistemi di gestione, ed attivare buone prassi per la protezione dei beni comuni»

VIBO VALENTIA Il comitato civico istituito nel 2019 per celebrare i 50 anni del Museo Nazionale Vito Capialbi di Vibo Valentia, anche nel nuovo anno ha continuato ad operare per la promozione del Museo cittadino organizzando visite ed incontri a tema, consapevoli del prestigioso patrimonio di reperti presenti nelle sale e nei magazzini del castello. Purtroppo il problemi derivanti dalla pandemia che ha investito tutto il mondo e che si sono riflessi e riverberati anche nella frequentazione dei luoghi pubblici, compreso il Museo Vibonese, hanno, ovviamente, fermato le attività in programma.
«Durante il lock down – si legge in una nota stampa a firma di Maria d’Andrea e Gilberto Floriani – molte istituzioni pubbliche hanno tenuto alto l’interesse dei cittadini, anche di quelli più piccoli, organizzando visite virtuali, caccie al tesoro, video conferenze con dirette Facebook o Instagram oppure incontri e dibattiti a tema su tantissime altre piattaforme digitali che hanno così consentito di non recidere quel legame, quell’affezione che unisce indissolubilmente al proprio patrimonio culturale ed identitario ed alle proprie radici. Come Associazione, aspettavamo quindi con ansia di riprendere là dove ci eravamo fermati. E, mettendo in atto tutte le precauzioni possibili, quali distanziamento fisico, gruppi ridotti di partecipanti , mascherine e quant’altro, continuare con la promozione e divulgazione del nostro patrimonio archeologico. Dalla stampa locale, si apprende, invece, che il Museo Capialbi è ancora chiuso al pubblico, che potrebbe riaprire il 1 di luglio e comunque per pochi giorni a settimana, causa carenze strutturali di alcuni punti del castello, personale ridotto e vari altri problemi. Problemi che riteniamo però debbano essere superati al più presto per consentire ai cittadini e ai visitatori di riprendere il filo del discorso, nei confronti di un bene identitario quale è il castello federiciano al cui interno è ospitato il museo archeologico».
«Senza tralasciare il fatto che, in questo momento, i luoghi d’arte all’aperto – si legge – costituiscono una grande risorsa per lo svolgimento di manifestazioni e attività che in questi siti si possono realizzare in sicurezza. Ed il grande cortile del castello possiede queste prerogative: due vie di accesso, ampio spazio centrale dove possono essere disposte sedute e con una scenografia naturale di grande impatto con i resti della chiesa di san Michele sullo sfondo. D’altra parte i numerosi spettacoli del Magna Graecia Teatro Festival Calabria – Itinerario teatrale nei siti archeologici della Calabria, che qui si sono svolti per molti anni lo hanno dimostrato ampiamente. La rassegna regionale ha attirato e ospitato, grazie alla concertazione con il MIBACT, ma soprattutto grazie al personale del Museo archeologico Capialbi che con grande disponibilità e professionalità ha accolto il pubblico sempre numeroso con grande spirito di servizio. Pertanto la nostra associazione, anche a nome delle altre realtà presenti in città, chiede alla direzione del Polo Museale della Calabria-MIBACT di voler intraprendere azioni concrete finalizzate alla risoluzione delle problematiche sicuramente importanti, magari in collaborazione con l’amministrazione comunale, in uno spirito di collaborazione fattiva e per la riapertura del museo in sicurezza».
«Se è vero che i luoghi della cultura vengono considerati alla stregua di sismografi – concludono Maria d’Andrea e Gilberto Floriani – particolarmente sensibili ai cambiamenti delle comunità e della relazioni che ne definiscono l’identità attraverso il rapporto con il patrimonio, si rende necessario ripristinare il rapporto interrotto a causa dell’emergenza con i suoi fruitori, per azzerare le fragilità del capitale culturale, trovare soluzioni ed alternative ai sistemi di gestione, ed attivare buone prassi per la protezione dei beni comuni».





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