Il business dei mezzi rubati e la memoria “corta” del boss-venditore Rocco Anello

Dalle carte dell’inchiesta “Imponimento” emergono ulteriori dettagli sugli affari della cosca “Anello-Fruci”. Come quello sulle autovetture e le macchine agricole rubate. Ed è proprio il capocosca a gestire i furti e le vendite, salvo dimenticare alcuni dettagli importanti

Yanmar Anello Imponimento

di Giorgio Curcio
LAMEZIA TERME
Nelle pagine dell’ordinanza “Imponimento”, frutto dell’attività investigativa coordinata dalla Dda della Procura di Catanzaro e che nei giorni scorsi ha portato al fermo di 75 persone, sono narrati e documentati decine e decine di reati, comportamenti ed utilità illegali che la dicono lunga sul dinamismo e sulla pervasività delle cosche di ‘ndrangheta operative nella Piana di Sant’Eufemia, territorio di collegamento tra Lamezia Terme (e le sue ‘ndrine) e Vibo Valentia. Attività economiche, di fatto, in mano o condizionate dagli esponenti della consorteria “Anello-Fruci”, come gli investimenti fuori dai confini nazionali, le coperture garantite a latitanti reggini, truffe all’Inail, ma anche la coltivazione e spaccio di sostanze stupefacenti e il furto e ricettazione di autovetture.

IL BUSINESS DELLA AUTO RUBATE Sulle autovetture e le macchine agricole rubate esisteva una vera e propria filiera. Al furto delle autovetture seguiva la sostituzione della parte di carrozzeria dove era riportato il numero di telaio o la ribattitura di nuovi numeri alla sequenza del codice che costituisce l’identificativo del veicolo, operazioni destinate a far coincidere i numeri identificativi a quello originale di altri mezzi dei quali la cosca aveva già una regolare documentazione.

IL “VENDITORE” ROCCO ANELLO In prima linea nella gestione di queste attività è lo stesso capocosca Rocco Anello che non solo organizza i furti ma si pone come il soggetto “venditore” delle autovetture dopo, diciamo cosi, il “trattamento” nelle autocarrozzerie di fiducia. Singolari e per molti versi tragicomici sono due degli episodi documentati dagli inquirenti attraverso le attività di intercettazione ambientale.
Nel 2016 il boss Rocco Anello discute con Nicola Antonio Monteleone, pianificano il furto di un escavatore, la conversazione si sposta poi sulle tecniche attraverso le quali i mezzi rubati vengono rivenduti senza rischi.
E Rocco Anello a parlare del furto Renault 5 Alpine, commesso alcuni anni prima, il boss narra che avendo già i documenti aveva rubato un’autovettura simile, le aveva sostituito la targa e successivamente rivenduta.

LA MEMORIA CORTA DEL BOSS A vendita avvenuta Anello si ricorda improvvisamente di aver cambiato sì la targa ma di non averne modificato i numeri del telaio. Il boss nel racconto a Nicola Antonio Monteleone descrive la concitazione di quei momenti e poi l’unica decisione possibile «dopo un’ora ho dovuto mandare per prendersela… con la chiave […] Ne fece gridate! Che gli avevano rubato la macchina […] Allora non gliela potevo lasciare per camminare, nemmeno un giorno».
La stessa autovettura, insomma, rubata due volte, anche se – come tiene a precisare Anello – la seconda volta “con la chiave”. Gli inquirenti annotano, in data successiva, l’ennesima conversazione in macchina tra Rocco Anello e Nicola Antonio Monteleone. I due discutono del furto di un escavatore e si fermano a parlare con una terza persona a cui il boss chiede conferma sul modello di un escavatore che avevano in progetto di rubare: «Non sono andati là ieri sera? Ma non è che era uno Iammer (Yanmar ndr) per caso?». La terza persona risponde assicurando che avrebbe verificato la circostanza e Anello chiarisce «che non sia quello (…) che gli ho venduto io? (…) Se è Iammer  lasciateglielo stare».
Segno evidente del fatto che anche i furti hanno la memoria corta. (redazione@corrierecal.it)





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