Filadelfia, le mani della cosca Anello anche sui lavori della nuova scuola

L’interesse del clan sull’appalto pubblico bandito dalla Provincia di Vibo per la realizzazione dell’Ipsia. Dall’intromissione nei lavori, alla richiesta di fatture per lavori non eseguiti. Fino ai 6mila euro chiesti all’azienda per la “protezione” mafiosa. Tutti dettagli emersi dall’inchiesta “Imponimento” della Dda di Catanzaro

Filadelfia VV

di Giorgio Curcio
LAMEZIA TERME «Quando è che prende i soldi (…) Mi dovete mandare i soldi che non mi avete dato!». È questo l’ordine del boss, Rocco Anello, impartito al suo braccio destro, Daniele Prestanicola, che replica: «Glieli ho chiesti tutti 11 più 6 sono? Si, si, io glieli ho chiesti tutti, oggi!». Parlano di 11mila euro relativi ai lavori e ai quali bisogna aggiungerne altri 6mila quale corrispettivo – secondo gli inquirenti – per la protezione mafiosa del cantiere. Una richiesta di pagamento inviata direttamente alla ditta “C.E.B. srl” di Vibo Valentia e al suo legale rappresentante, Daniele Bruni, che aveva ottenuto l’appalto per la realizzazione della scuola professionale IPSIA di Filadelfia, nel vibonese.

L’INCHIESTA Un affare troppo ghiotto per passare inosservato, troppo importante per il boss Rocco Anello che aveva messo le mani da tempo sugli appalti e i subappalti per la realizzazioni di opere pubbliche nel “suo” territorio, inserendo le ditte a lui riconducibili come quella figlio Francescantonio. Dettagli emersi dalle carte dell’inchiesta “Imponimento” coordinata dalla Dda di Catanzaro, guidata dal procuratore Nicola Gratteri, e che sta disvelando, pagina dopo pagina, l’intero quadro criminale del territorio compreso tra la Piana di Lamezia e la provincia di Vibo.

L’APPALTO E fra gli interessi del clan era finita anche la nuova scuola. Il bando era stato indetto nel 2016 dalla Provincia di Vibo Valentia e riguardava lavori per il “completamento aule scolastiche di Filadelfia – Istituto professionale maschile per l’Industria e l’Artigianato” per l’importo a base d’asta di 189.361,34 euro oltre a 169.972,80 euro per costi della manodopera e altri 13.950 euro per oneri della sicurezza non soggetti a ribasso vinta proprio dalla ditta di Daniele Bruni. Quest’ultima aveva poi chiesto ed ottenuto l’autorizzazione a subappaltare parte dei lavori per 90mila euro all’impresa “Euro Tecno Impianti” di Pasquale Mazzotta mentre al RUP dell’amministrazione provinciale di Vibo (la stazione appaltante) ha poi comunicato di aver scelto la ditta di Francescantonio Anello per il nolo a freddo dei mezzi meccanici. Sono poi le notazioni dei Carabinieri della Stazione di Filadelfia, a partire dal 25 ottobre 2016 e fino al 3 dicembre, a certificare la presenza del cantiere e di un escavatore color arancio di Romeo “U Cappucciu” Ielapi e poi di un autocarro di proprietà di Francescantonio Anello e con a bordo, lato guida, proprio il padre Rocco.

LE FIGURE COMPIACENTI «E’ l’architetto Michienzi (…) quello che gli ho fatto fare la variante». In una intercettazione captata dagli inquirenti alla vigilia di Natale del 2017, il boss Rocco Anello parla dell’ingegnere Vito che aveva svolto “consulenza impiantistica” nell’ambito del progetto della scuola di Filadelfia. Sono le sue relazioni che portano alla prima variante subito dopo l’inizio dei lavori per lo spostamento di un tubo di smaltimento delle acque bianche, e poi alla seconda variante a gennaio 2018. In quella circostanza è stato il direttore dei lavori, Giuseppe Rondinelli, a trasmettere la documentazione relativa alla perizia che quantificava i lavori di “scavo” in 2.011,34 mc complessivi, ma solo il 30 gennaio 2018, mentre gli scavi erano stati completati già a fine 2016.

“L’INGENUITÀ” DI MAZZOTTA È nel corso di una conversazione intercettata dagli inquirenti che il capo cosca Rocco Anello, in compagnia di Tonino Monteleone, spiega poi di aver “approfittato” del subappaltatore Mazzotta e di avergli comunicato di aver svolto lavori in misura superiore a quelli previsti dal progetto e per i quali reclamava anche il pagamento di corrispettivi ragguagliati in base alle misurazioni, effettuate da un suo tecnico di fiducia, che quantificavano in 1.618mc il volume dello sbancamento. «È incontentabile, oh Pasqua’!» dirà poi lo stesso Mazzotta all’amico imprenditore Serratore, riferendosi al prezzo (ritenuto elevato) di 6 euro a metro cubo chiesto da Rocco Anello, per un totale di 11.068 euro.

LA FATTURA DELLA DISCORDIA Una vicenda che si fa più complicata al momento dell’emissione delle fatture di pagamento. Il 14 gennaio 2017 gli investigatori riescono a captare una conversazione cruciale, quella tra il boss Rocco Anello e Tonino Monteleone. I due si dilungavano in merito alle modalità di fatturazione dello sbancamento effettuato nell’ambito dei lavori per la realizzazione della scuola di Filadelfia. Il boss ipotizzava di fare due fatture pur di ottenere il pagamento: una (di nolo a caldo) avrebbe dovuto recare un importo rientrante nel 2% dell’ammontare dei lavori effettuati, l’altra doveva essere destinata ad accogliere la restante parte del corrispettivo, facendo figurare (fittiziamente) prestazioni rese in un altro cantiere privato. Tonino Monteleone, però, invita il boss a i pazientare, tenuto conto che l’appaltatore gli aveva già sottolineato di non aver disponibilità per fare i pagamenti.

IL PAGAMENTO «Con i soldi degli altri vogliono lavorare le persone. Io non posso pagare gli operai». Gli incontri si susseguono per tutto marzo 2017 e in tutte le occasioni il boss Rocco Anello si mostra impaziente e assolutamente convinto di dover ricevere i soldi direttamente da Bruni e di lasciare fuori Mazzotta. «Sto Daniele (riferito a Bruni) sta facendo fare troppe parole…o no? Ma non si rendono conto le persone?». Il 31 marzo di quell‘anno è Tonino Monteleone a mostrarsi favorevole ad incontrare Bruni e fargli comprendere, una volta per tutte, la situazione. Secondo Rocco Anello, infatti, l’interessato, avendo ricevuto l’acconto per i lavori ed ottenuto l’approvazione della 1^ variante di 4.800 euro, avrebbe potuto pagargli i lavori effettuati. Pagamenti che sarebbero potuti essere documentati da una prima fattura di circa 7mila euro e la differenza in una seconda fattura per prestazioni rese (in modo fittizio) in un altro cantiere indicato dal committente. L’impazienza di Rocco Anello si scontra però con la reticenza di Bruni. Secondo l’imprenditore, infatti, la questione del pagamento doveva essere un affare tra Mazzotta e Anello ovvero il subappaltatore e l’impresa di movimento terra. Ma, sfiancato alla lunga dall’insistenza del boss e dei suoi sodali, ha accettato la fattura di Rocco Anello, che non faceva alcun riferimento né al cantiere della scuola né tantomeno ai lavori di sbancamento ma indicava semplicemente prestazioni di nolo a freddo. Allo stato attuale la ditta di Francescantonio Anello avrebbe ricevuto solo 3.900 euro dalla ditta di Bruni e, salvo pagamenti avvenuti con modalità non ufficiali, non risulta essere stato regolarizzato il pagamento dei restanti corrispettivi reclamati insistentemente da Rocco Anello.

L’INTIMIDAZIONE C’è poi un episodio inquietante. Il 20 giugno 2017 è Pasquale Mazzotta a denunciare il rinvenimento di una bottiglia di plastica con liquido infiammabile e di tre cartucce calibro 12 nel cantiere della “Euro Tecno” a Vibo Valentia. Un collocamento – afferma in seguito – scoperto la mattina stessa, precisando però che il cantiere era rimasto chiuso dalla sera del giorno precedente. Quella stessa sera Prestanicola e Monteleone, in compagnia del boss Rocco Anello, discutono dell’intimidazione. Prestanicola conferma di aver letto la notizia sulla stampa e domanda poi se l’interessato si fosse rivolto al boss. Anello risponde negativamente mentre Monteleone, a sua volta, riferisce di non avere altre notizie sul conto della vittima. Un episodio certamente controverso ma che gli inquirenti non sono riusciti a collegare all’appalto sull’Ipsia di Filadelfia e al pagamento delle fatture a favore del capo clan, Rocco Anello. E intanto nel 2019 sia la”C.E.B. srl” sia la “Euro Tecno”, rispettivamente di Bruni e Mazzotta, sono state raggiunte da un’interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura di Vibo Valentia.  (redazione@corrierecal.it)





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