Pioggia di miliardi per la Calabria, D’Orio: «È tempo di scelte coraggiose»

Somme liberate dal Recovery fund potrebbero aggiungersi alle risorse già previste per la regione dalla Programma operativo regionale. A cui si sommerebbero, se attivato, altri quattrini del Mes oltre alle misure previste dal Governo. Le indicazioni del docente Unical nonché esperto di programmazione: «Non è questione di soldi, ma di corretta governance»

CATANZARO L’imperativo è spendere bene e velocemente le risorse che verranno liberate dal Recovery fund affiancandole alle altre somme già previste dalle programmazioni europee. E sono in molti ad averlo definito il nuovo “piano Marshall” per il rilancio dell’economia europea devastata dagli effetti dell’emergenza coronavirus. Una definizione che deriva dall’enorme mole di risorse messa in moto dall’Europa non solo per contrastare gli effetti della crisi economica post Covid ma per rilanciare l’eurozona.
Si tratta, per intenderci, di 750 miliardi di euro che verranno distribuiti tra tutti i Paesi membri in sovvenzioni (pari a 390 miliardi di euro) che non dovranno essere poi ripagati dagli Stati europei (una sorta di fondo perduto) e in crediti. Di cui una buona fetta finirà, secondo le stime del Governo, all’Italia essendo stato tra i Paesi europei maggiormente colpiti dagli effetti della pandemia.
Stando ai dati di Palazzo Chigi, al nostro Paese finiranno 208 miliardi di cui 81 a “fondo perduto” e la rimanente parte in crediti da spendere. Somme enormi e non uniche – ci sono quelle del bilancio pluriennale europeo – che potrebbero annoverare anche quelle messe a disposizione sempre da Bruxelles attraverso il Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Un altro sistema – questo dedicato però soltanto a finanziare le spese di assistenza sanitaria dirette e indirette legate all’emergenza scatenata dal diffondersi dell’epidemia – che destinerebbe (se attivato) all’Italia ulteriori 36 miliardi di euro. Senza contare per la nostra regione i 5 miliardi previsti – tra risorse comunitarie e nazionali – dal nuovo Programma operativo.
Dunque una massa di risorse enorme capace non solo di far ripartire il Paese dopo il tornado Covid – per la verità ancora non azzerato – ma di far generare nuovo sviluppo e, forse, invertire anche il trend negativo del Sud – ed in particolare la Calabria – sempre più lontano dalle zone ricche dell’Italia. Lo stesso ministro per il Sud e la Coesione Territoriale, Giuseppe Provenzano sta reclamando risorse importanti da destinare a colmare quel gap. Ma per compiere questo “miracolo” non bastano solo le risorse. Seppur ingenti, ma «occorrono strategia economiche lungimiranti e soprattutto capacità di gestione». Ne è convinto assertore Giovanni D’Orio, docente di politica economica dell’Università della Calabria con alle spalle una robusta esperienza proprio nella programmazione di risorse europee e ricercatore di vari osservatori economici italiani.

 

Professore la Commissione europea ha dato il via libera al Recovery fund dopo quella sul Mes senza condizionalità, cosa può significare questo per una regione in ritardo di sviluppo come la Calabria?
«Non ho mai pensato che il ritardo di sviluppo della Calabria dipendesse dalla mancanza di fondi quanto dalla mancanza di “politiche” e “governance”. L’occasione MES e Recovery Fund può essere incisiva solo se ciò genererà scelte politiche precise e meccanismi di governance efficaci. Inoltre, bisogna assolutamente superare il paradigma recente secondo cui i Fondi Europei di fatto deresponsabilizzano Stato e Regione da politiche settoriali ordinarie e addizionali. Ora come non mai diventa sempre più forte la necessità di concepire le politiche come frutto di un’azione congiunta e “concertata” di vari soggetti e vari livelli istituzionali, in un luogo europeo unico e ad esse dedicato, attuabile tramite una imprescindibile e reale collaborazione interistituzionale (fra Enti Locali, Regione, Stato, Unione Europea), attraverso nuovi modelli di governance che permettano il perseguimento delle logiche di integrazione alla base della coesione territoriale e dello sviluppo che essa comporta».

L’Italia rimane comunque sotto osservazione per come dovranno essere spese le risorse. Quali sono le priorità che dovrebbero entrare nel Recovery plan che il Governo si appresta a redigere per incidere sul recupero del gap della Calabria con il resto del Paese?
«L’errore più grave da non commettere è utilizzare tutte le risorse senza fare delle scelte strategiche mirate. È il tempo di decidere, impostando chiaramente delle priorità. Mercato del lavoro, Efficacia della Pubblica Amministrazione, Ricerca e innovazione, Reti e Potenziamento di infrastrutture strategiche, sono, in ordine di importanza, i settori cruciali. Il recupero del gap di sviluppo può avvenire solamente con azioni integrate su queste priorità. Più i territori sono deboli, più l’importanza strategica di ciò è determinante per recuperare divario di sviluppo e creare opportunità moderne per il futuro».

Tra gli aspetti che l’Europa ci chiede è la capacità di saper spendere i fondi. Ma su questo la Calabria non ha certo brillato, perché ora dovrebbe essere diverso?
«La domanda è posta in modo ottimista o provocatorio. Non vedo alcun elemento di novità sui meccanismi che hanno causato in passato scelte poco efficaci nell’utilizzo di risorse comunitarie. Troppo spesso ci si trincera dietro “l’indipendenza” di ogni livello territoriale (in alcuni casi anche tra singole e diverse Autorità di gestione di Programmi operativi dello stesso Ente Locale) o di ogni “politico di turno” per evitare di mettere in discussione l’utilizzo non coordinato di questi strumenti e spesso originando fenomeni di “spiazzamento” sia economico che sociale. Per applicare il principio di coesione territoriale nelle politiche dell’Unione europea, si dovrà necessariamente comprendere e condividere questo concetto e conoscere approfonditamente i relativi meccanismi ai vari livelli territoriali. I margini di errore attuali sono molto ridotti e le conseguenze di eventuali sbagli avrebbero conseguenze ben più forti ( in termini di mantenimento della “pace sociale”) rispetto a quelle osservate in passato».

Crede che anche lo strumento del Mes così come modificato possa aiutare in qualche modo la Calabria ad uscire dall’emergenza sanitaria che è uno dei talloni d’Achille della regione?
«Molti elementi determinanti lo sviluppo di una Regione prevedono il giusto mix di Infrastrutture e Capitale Umano. Non penso che l’emergenza sanitaria calabrese sia dovuta unicamente all’inadeguatezza delle infrastrutture. In Sanità, molto è dipeso da scelte discutibili sulla cogestione del settore de facto Pubblico/Privato e sull’incapacità del comparto pubblico di fornire incentivi efficaci affinché il capitale umano in essa operante fosse adeguatamente motivato, selezionato con rigore e responsabilizzato in pieno. Avere nuove strutture senza risolvere i nodi di cui sopra lascerà quel tallone sempre scoperto».
Come giudica le misure finora messe in campo dal governo per superare la crisi economica generata dall’emergenza Covid e che impatto hanno avuto sulla Calabria?
«Le analogie con la chirurgia di guerra sono tantissime. Sono misure utili ad evitare che il paziente muoia tenendolo in vita per interventi successivi. Il Governo ha fatto il possibile, date le risorse, e ha dimostrato che la tempistica media osservata in tempi non Covid, era superabile. Quest’ultima cosa dovrà essere tenuta a mente nel futuro. Molto dipenderà ora da come i successivi interventi riusciranno a garantire una buona qualità di vita a un paziente molto provato. In Calabria paradossalmente alcune esigenze sono state avvertite meno che altrove. Molto del reddito della Calabria è legato ai trasferimenti pubblici (dipendenti P.A. e pensioni) che sostanzialmente non hanno avuto nessuna influenza Covid. Il resto delle misure, sostanzialmente quelle rivolte agli operatori del settore privato, ha avuto meno efficacia rispetto a ciò che è successo in altri territori in quanto la struttura economica di partenza era più debole. Da questo punto di vista, un intervento pubblico modulato a seconda dei territori di riferimento sarebbe stato più efficace (come anche un impegno regionale più forte e mirato) ma, come già detto, si è trattato di chirurgia di guerra che ha dovuto prescindere da ciò».

Più di uno ha sollevato qualche polemica sul piano delle grandi opere previste da “Italia Veloce” per la Calabria. Secondo lei sono giuste e di quali infrastrutture la regione maggiormente necessiterebbe?
«Non è né il tempo delle polemiche, né il tempo del benaltrismo. Sono tutte opere di cui si è a conoscenza da anni. Il rischio è quello di ritornare a parlare del Ponte sullo Stretto come arma di “distrazione” di massa. Personalmente sarei stato molto più felice se avessi notato una forte concentrazione sull’infrastruttura più importante che abbiamo in Calabria, il porto di Gioia Tauro e su tutto ciò che serve per trasformarlo da una area di puro transhipment a una area in cui la logistica integrata sia la sua caratteristica peculiare dominante. Una opzione del genere però avrebbe “obbligato” il Governo a fare delle scelte molto precise e forti su quello che dovrà essere il sistema portuale italiano e ciò, oggettivamente, non si è fatto. Su questo, anche le responsabilità della Commissione Europea sono forti».

La governatrice Santelli sta avviando confronti sui fondi strutturali passati e presenti e sul metodo di impegnarli e spenderli più rapidamente e in maniera maggiormente efficace. Quale consiglio si sente di offrire?
«La mia esperienza sia accademica che di esperto di programmazione e valutazione mi ha insegnato che è fondamentale avere un rapporto continuo ma separato nei ruoli fra politici e tecnici. Senza nessun tipo di interferenza fra le due parti e con pieno utilizzo di tutti gli strumenti che la normativa offre. Troppo spesso ciò non è accaduto con tecnici che si sostituiscono a politici e ancor più spesso con politici che invadono in maniera arbitraria lo spazio della tecnica. Evitare ciò, con piena fiducia fra le parti, sarebbe un ottimo inizio. Da un punto di vista puramente programmatico invece, è sicuramente necessario un processo di concentrazione, integrazione fra programmi e semplificazione molto forte ma anche molto specifico. E’ necessario chiarire subito che richiedere coordinamento ed azioni congiunte, non necessariamente porta ad un miglioramento dell’efficacia delle azioni se la governance di programmazione, gestione e controllo di detti programmi non è adeguata».

Perché, secondo lei, qui in Calabria e nel Sud in generale si fa fatica a spendere le risorse europee. Tanto che a volte alcuni progetti importanti – per citare un ultimo esempio la nuova aerostazione di Lamezia – si perdono?
«Il discorso sui grandi progetti meriterebbe un capitolo intero. Il problema del passato è stato che spesso si è abusato dell’utilizzo di questa categoria di progetti per mera convenienza amministrativa (non erano soggetti alla regola del N+2) e che, contemporaneamente, il cambio di guida politico (sia a livello regionale che comunale, vedi metro leggera, ad esempio), mettesse in discussione opere uniche, strategiche e rilevanti come se da esse non venisse nessun tipo di vantaggio futuro. Sintomatico, a mio parere, è stato il caso della Gallico-Gambarie, che, a un certo punto, sembrava essere, per la Regione Calabria, più importante del porto di Gioia Tauro, o dell’Aereostazione di Lamezia o di altri Grandi Progetti (metro leggere nelle principali città calabresi) e ciò solamente per motivi poco comprensibili da un punto di vista tecnico legato allo sviluppo dell’intera Regione. La burocrazia ha dei tempi lunghissimi, e questo è sicuramente uno degli aspetti cruciali e su cui agire ma, allo stesso tempo, bisogna entrare nell’ordine di idee che, qualsiasi guida politica, di qualsiasi colore o origine, non ha bisogno di “reinventarsi” in maniera gattopardiana il futuro della Calabria semplicemente perché di quale possa essere il futuro moderno, innovativo e sostenibile della Calabria esistono innumerevoli studi e tutti concordano su Turismo e Agricoltura quali volano per il futuro di una delle regioni d’Europa più ricche di risorse naturali e culturali adatte allo scopo. Alla Santelli direi che è giunto il tempo di decidere, esercitando in maniera chiara e rapida questo diritto/dovere che gli elettori le hanno affidato». (r.desanto@corrierecal.it)





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