L’integrazione può far rinascere i piccoli borghi. Ma nessuno si salva da solo

Riace e Acquaformosa, puntando sull’accoglienza, hanno dimostrato che il ripopolamento e il rilancio dell’economia attraverso questa via sono possibili. La storia di Camini, dove si studia la progettazione d’impresa, spiega come queste realtà possono diventare autosostenibili. Eppure, il forte carattere dei paesi dà più risalto alle differenze rispetto alle similitudini, rendendo difficile una necessaria collaborazione

di Francesco Donnici
RIACE
L’emergenza Covid e la pandemia ancora in corso si portano dietro gli strascichi di un cambiamento a più riprese (e in più settori) evocato come necessario ma ancora, nonostante tutto, di difficile attuazione. Uno dei temi cruciali è quello del ritorno alle origini e del ripopolamento dei piccoli borghi anche grazie all’annunciata svolta verso lo smart working. Un’idea suggestiva che cozza nei fatti con le gravi mancanze, soprattutto nelle aree interne, di servizi e infrastrutture, oltre che sul piano di economie da decenni totalmente ingessate, che nel tempo hanno vissuto di fiammate scandite da finanziamenti spesso nemmeno giunti a destinazione e spinte assistenzialiste. Senza contare che l’isolamento di queste comunità ha incentivato le trame criminali ed un aggressivo sfruttamento delle risorse del territorio.
Di contro, negli anni sono venute alla luce alcune coraggiose e fortunate esperienze di aree interne e costiere che puntando sull’accoglienza sono riuscite, non senza difficoltà, a rilanciare le loro economie ed a rinfoltire popolazioni decimate dall’emigrazione.
Il caso di scuola ormai noto ai più è quello di Riace, che però non è l’unico “modello” formatosi – ognuno con le proprie peculiarità – in questi anni. Gli esempi possono essere molti. Tra questi quello del Comune cosentino di Acquaformosa, dove dal 2008 è operativo un progetto Sprar che gli ispettori del Viminale nel 2017, sotto la guida di Salvini, avevano giudicato il migliore in Italia con 0 punti di penalità messi a referto. Nel 2018 i numeri di accoglienza diffusa ad Acquaformosa raccontavano di 120 migranti su 1120 abitanti di cui 57 adulti e 24 minori non accompagnati inseriti nello Sprar oltre a 15 stanziali, rimasti anche al termine del progetto, e 10 stagionali. Numeri che hanno permesso al Comune, lo scorso 25 novembre, di approdare alla sede Unesco di Parigi in occasione della tavola rotonda “la mobilità come vettore di Pace”.

“U Furnu” di Camini

Da osservare più da vicino è l’esperienza di Camini, dove fin dal principio si è puntato su un modello di accoglienza che potesse divenire sostenibile assumendo la progettazione d’impresa (di lungo periodo) come mezzo per giungere all’integrazione, emancipandosi dai finanziamenti statali.
C’è però un dato che salta all’occhio: queste esperienze sono state impalcatura di tante isole felici. Ma pur sempre isole.
A dispetto infatti delle similitudini e delle prossimità geografiche, molto stringato appare il dialogo sia in termini concreti che progettuali tra questi Comuni. Dato che richiede una necessaria analisi delle cause storiche e politiche, oltre che dei progetti.

Camini, dove l’integrazione è progettazione d’impresa


Se è vero che nascita, ascesa, declino e resistenza del “modello Riace” e di Mimmo Lucano sono ormai note anche oltre i confini nazionali, altrettanto non si può dire – almeno per ora – della fiorente esperienza di Camini.
Il borgo si trova a poco meno di tre chilometri proprio da Riace, nell’entroterra della Locride, separato dalla costa reggina da una serie di tornanti, che spesso per queste aree fanno la differenza.
La storia del Comune amministrato da Pino Alfarano inizia nel 2011 ed è molto simile a quella del borgo confinante perché racconta della rinascita di un paesino di poco più di 700 anime grazie all’accoglienza prima ed all’integrazione poi.

Famiglia siriana a Camini col sindaco Pino Alfarano

Il Comune aderisce al sistema Sprar (oggi Siproimi) nel 2014 e protagonista principale di questo percorso è la “Eurocoop Servizi – Jungi Mundu”, cooperativa sociale che gestisce i progetti legati all’accoglienza nei Comuni di Camini e di Ferruzzano. Presidente è Rosario Antonio Zurzolo, che spiega le tappe e gli effetti di questa rinascita: «La cooperativa nasce nel 1999 prefiggendosi una mission di inclusione sociale». Alla base dell’idea la necessità di «occupare i posti lasciati vuoti dagli italiani che andavano via per mancanza di lavoro».
Dieci anni fa Camini era sprovvisto finanche di un bar e il collasso dell’economia del paese aveva portato ad un quasi totale spopolamento ed una massiva emigrazione giovanile. Oggi le cose sono diverse: «Grazie al resettlement e al progetto ordinario abbiamo un punto d’accesso scolastico con più di 50 bambini. – racconta Zurzolo – I progetti di accoglienza hanno permesso inoltre di creare dei posti di lavoro anche per i residenti: oggi sono occupate circa trenta persone, quasi tutte di Camini, che altrimenti sarebbero andate via. Inoltre sono nate una serie di altre attività: l’affitta camere, il b&b, la produzione di oli locali e tante altre opportunità che non avremmo avuto senza questi progetti». Per i beneficiari sono state create una serie di attività e laboratori basati su un concetto forte di integrazione intesa come contaminazione tra la cultura di chi arriva e le storiche tradizioni di resta. Nascono così l’orto sociale, il laboratorio del legno, della ceramica, del sapone, il panificio che ogni giorno sforna pane arabo il cui profumo si disperde per le viuzze del borgo ed il laboratorio tessile.
“Ama-la”, espressione di derivazione tibetana (che significa “donna e madre”), dà origine al progetto che vede impiegate donne rifugiate, alcune vittime di violenza di genere. Dalla Siria all’Africa sub-sahariana, la loro manualità si mescola con l’antica arte calabrese del telaio. Ma il laboratorio tessile segna forse lo snodo cruciale dell’evoluzione del “modello Camini”, che punta ad emanciparsi dal sistema dell’accoglienza ed a realizzare appieno l’integrazione dei beneficiari che, spiega sempre Rosario Zurzolo, «devono da subito rendersi conto che viene concessa loro l’opportunità di integrarsi nel tessuto socio-lavorativo della zona e devono saperla cogliere».
Serena Tallarico è ricercatrice ed antropologa oltre che responsabile del progetto nato anche grazie al contributo dell’Unione Buddhista italiana e che nel tempo ha trovato «l’anello di congiunzione dell’aiuto all’imprenditoria, quindi la possibilità di vendere i prodotti di questi laboratori» nel bando “PartecipAzione”, promosso da Unhcr e Intersos e volto a rafforzare le competenze che sul territorio nazionale favoriscono la partecipazione sociale e l’inserimento lavorativo dei rifugiati. Programma del quale proprio quest’anno sono risultati vincitori la Proloco “Passerelli” in collaborazione con Eurocoop Servizi. La finalità è quella di creare un e-commerce, inserire i prodotti nella piazza più ampia di “Made in Italy for me” e permettere alle donne rifugiate che oggi apprendono l’antica arte del telaio sotto la guida delle maestre Caterina Niutta e Giuliano Ienco, di essere – insieme ai locali – formate all’imprenditoria.
Col tempo e l’aggrovigliarsi della matassa su cosa in effetti significhi (o debba significare) il termine “integrazione” si è perso di vista l’essenziale. Più semplici, ma emblematiche sono le parole di Douaa, 19enne siriana, a Camini da 4 anni grazie ad un corridoio umanitario, oggi traduttrice e nel prossimo futuro tra i responsabili dell’e-commerce del laboratorio tessile: «Qui non mi hanno fatto mai sentire straniera. Mi piacerebbe rimanere a Camini tutta la vita perché questa è diventata la mia nuova casa».

Similitudini e differenze con Riace

La storia ricorda molto quella della prima Riace, di quel modello divenuto celebre quando riconosceva il suo cuore pulsante nei laboratori. Diverso da quello di Camini e da qualunque altro, col vanto di poter essere stato il primo in ordine di tempo, nato alla fine degli anni 90 in forma spontanea e non istituzionalizzata grazie all’attività dell’associazione “Città futura” e delle amministrazioni Lucano.
I riflettori accesi sul borgo ne hanno fatto per alcuni un vanto per altri un bersaglio il cui carattere spontaneo ha fatto emergere alcune incongruenze di una gestione cresciuta oltre ogni aspettativa. I recenti risvolti giudiziari hanno fatto riaffiorare le possibilità negate ad un modello «encomiabile», come lo ha definito il Consiglio di Stato, che si è visto prima bloccare i finanziamenti dalla prefettura, poi dal Viminale fino all’esclusione dal sistema Sprar. Tornano alla mente le parole del funzionario delegato dall’allora prefetto Michele di Bari, che nella relazione del 26 gennaio 2017 scrisse: «La circostanza che i pagamenti per il sistema Riace siano stati bloccati da circa un anno, ha comportato difficoltà considerevoli per chi ancora oggi permette che lo stesso sistema possa proseguire. Si ritiene, pertanto, debba essere corrisposto immediatamente un acconto sul complessivo (debito da parte dello Stato, ndr) che permetterà la prosecuzione di una esperienza che rappresenta un modello di accoglienza, studiato (come fenomeno) in molte parti del mondo».
La crisi del “modello” a seguito del blocco dei finanzimenti pubblici ha portato alcuni ad ipotizzare che a Riace sia mancata quella spinta progettuale sulla quale invece si sta lavorando a Camini. Già nel 2008 Mario Ricca, docente dell’Università di Parma, nel suo libro “Il futuro è presente” dedicato proprio al Comune, all’epoca sotto la guida del sindaco Lucano, proponeva una serie di idee per emanciparsi dal sistema dai fondi pubblici. Idee non attuate, forse perché – come ripetuto a più riprese da Mimmo Lucano – «l’accoglienza a Riace nasce e si evolve in maniera spontanea, sulla base di un’idea politica». Un’idea improntata su un concetto forte dello stato sociale, che non ammetterebbe una svolta capitalista.
Forse anche per questo, un modello difficilmente replicabile.
Un tentativo di cristallizzazione era stato fatto con la legge regionale n.18 del 12 giugno 2009 rubricata “Accoglienza dei richiedenti Asilo, dei rifugiati e sviluppo sociale, economico e culturale delle Comunità locali”, conosciuta ai più come le legge “modello Riace”, mai attuata a fronte della svolta politica della Regione in direzione di Scopelliti.
Quello delle aree interne è dunque un problema di politica e di politiche: i piccoli borghi sono la perfetta rappresentazione dei drammi prodotti dalla progressiva scomparsa del welfare nel senso vero del termine. La disunione – o il personalismo – spesso porta queste piccole realtà a non aver voce (politica) in capitolo, in un’eterna battaglia nella quale, ad oggi, Davide soccombe a Golia.
Su queste basi si fa dunque strada la necessità, – parafrasando il celebre imperativo – per i piccoli borghi calabresi, di unirsi. Non rinunciando alle proprie identità, individualità e storie, ma interagendo per intrecciare idee, modelli ed obiettivi.
Cosa non semplice, oltre che per le citate differenze di fondo tra le esperienze, anche per via del forte carattere identitario di queste aree che però condividono anche gli stessi problemi e che forse, proprio per questo, più di chiunque altro avrebbero la capacità di comprendersi a vicenda superando gli uni i limiti degli altri. (redazione@corrierecal.it)





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