Balneabilità in Calabria, Pappaterra: «Al di là di qualche criticità, livello eccellente»

Il direttore generale dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente traccia lo stato di salute del mare: «Le analisi confermano i dati dello scorso anno: la balneabilità delle nostre coste intorno 98% ». E non solo. Sotto la lente corsi d’acqua e gestione dei rifiuti: «Si può migliorare con la sinergia di tutti»

di Roberto De Santo
CATANZARO Criticità che non inficiano complessivamente la qualità delle acque di balneazione calabresi. Criticità comunque esistenti e che andrebbero affrontate con la sinergia di tutte le istituzioni che si occupano di gestione dei territori. In sintesi è questa la valutazione dello stato di salute del mare calabrese di Domenico Pappaterra, 61 anni laureato in Scienze politiche e soprattutto con alle spalle una lunga esperienza politico-amministrativa nel settore ambientale, che da poco più di un anno è alla guida dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria.
Secondo il direttore generale dell’Arpacal, dunque anche quest’anno la balneabilità delle acque resta «eccellente» nonostante «pressioni antropiche che ha subito nel corso di decenni e decenni di malagestione» e che hanno determinato in alcune aree la comparsa in mare di «strisce di mucillagini o colorazione anomala, verdastra o giallastra». Ma con il Corriere della Calabria che lo ha incontrato, Pappaterra ha affrontato diversi temi sempre legati all’ambiente calabrese e alle condizioni in cui versa. Partendo appunto dal mare.

Direttore, dal suo osservatorio privilegiato, quale è la condizione del mare calabrese?
«Certamente mi sento di dire che il mare calabrese è in ottime condizioni di salute e la bellezza degli scorci paesaggistici, di cui i social sono pieni, è solo una piccola dimostrazione. Questo da un punto di vista generale, perché entrando nel dettaglio tecnico scientifico dovremmo separare il concetto di salute del mare da quello della balneabilità delle coste. Io sono il direttore generale e su questo sicuramente i tecnici dei dipartimenti provinciali nonché del centro strategia Marina avrebbero ore e ore di lezione da farmi, ma quello che mi hanno più volte documentato è che lo stato di salute del mare, che noi abbiamo attenzionato da molti anni con una serie di normative volute anche dal ministero dell’Ambiente, non ultima la direttiva Marine strategy, è eccellente con un patrimonio di biodiversità marina assolutamente unico da fare invidia ai posti ben più blasonati. Dal punto di vista della balneazione, invece, come ormai tutti sanno, analizziamo la balneabilità delle coste, quindi l’effetto che il mare produce sulla salute del bagnante, secondo una metodica ed una programmazione direttamente guidata dal ministero della Salute; appunto in questo caso possiamo dire che il mare calabrese, salvo alcune criticità storiche sulle quali occorre lavorare tutti insieme come ad esempio le aree portuali e le foci dei fiumi, i risultati sono assolutamente eccellenti per come dimostrano i campionamenti di quest’anno che confermano il trend dell’anno scorso con la balneabilità delle nostre coste intorno 98% e punte di eccellenza intorno al 92%».

Eppure vengono segnalate da più parti soprattutto lungo il Tirreno cosentino anche quest’estate criticità. Ci sono particolari elementi che creano questa situazione che viene denunciata da turisti e residenti?
«Quello che noi quotidianamente rispondiamo ai nostri cittadini e turisti che chiamano ad Arpacal, ma anche al 1530 della Capitaneria di porto con cui da anni è in corso una stretta collaborazione, è che ogni caso fa storia a sé. Ciò non per deresponsabilizzarsi ma perché ogni vicenda, ogni criticità ambientale, necessita di uno studio e di analisi prima, e di un responso tecnico scientifico dopo. È vero che in quest’estate, come nelle altre stagioni balneari degli anni passati, il Tirreno Cosentino ha ricevuto diverse segnalazioni di criticità, alcune di queste riconducibili ad un fenomeno che potremmo definire naturale ossia quello della fioritura algale o della presenza di mucillagini. Fenomeno naturale perché è la natura che risponde in questa maniera alle pressioni antropiche che ha subito nel corso di decenni e decenni di malagestione. La verità dei fatti sta in una non sostenibile gestione delle coste, e non solo in Calabria, che ha determinato un impatto sul mare di tutto ciò che proveniva dalla costa ma soprattutto dall’entroterra. L’impatto di scarichi a mare ha determinato una risposta da parte della natura che oggi noi vediamo nella presenza di alghe o di mucillagini: in determinate condizioni meteo marine, con una particolare temperatura del mare, con una particolare temperatura esterna, e soprattutto con una presenza particolarmente importante di nutrienti, ossia fosforo e azoto che sono presenti su alcuni tratti di costa proprio per quella malagestione dei decenni passati, il mare restituisce sulla battigia o nei metri antecedenti strisce di mucillagini o colorazione anomala, verdastra o giallastra, che è addebitabile alla presenza di alghe. Appunto è un fenomeno naturale, inteso come la natura che reagisce ad una pressione, ma è innegabile che è un percorso che l’uomo debba risolvere drasticamente attraverso un uso più sostenibile delle proprie risorse che nel corso degli anni potrebbero determinare una scomparsa di questi fenomeni assolutamente antiestetici ma non comunque qualificabili come inquinamento. Ovviamente non stiamo parlando solo di fioriture algali o di mucillagine, ma certamente ci sono problematiche legate anche a scarichi abusivi o ad una non corretta gestione dei fossi, dei fiumi e dei torrenti che sfociano a mare. I nostri dipartimenti hanno più volte segnalato ai comuni rivieraschi la necessità di un maggiore controllo, e di una pulizia costante, di questi alvei fluviali perché non soltanto a mare arriva qualunque cosa ma anche perché nella boscaglia mal gestita di un torrente è molto più facile che qualcuno possa sversare abusivamente qualche contenuto inquinante. I casi del Vibonese delle ultime settimane, attenzionate alla Prefettura e alle autorità competenti, ne sono la dimostrazione. Ciò non significa che non si possa risolvere la questione sinergicamente, come ho detto in piena collaborazione con tutte le istituzioni preposte, individuando le cause e prospettando delle soluzioni tecnico scientifiche».

Secondo lei quali interventi sarebbero necessari per migliorare il sistema di depurazione delle acque calabresi?
«Premesso che la competenza della depurazione da un punto di vista della ingegneristica non è dell’Arpacal, non lo è mai stata, per l’esperienza personale vissuta direttamente allorquando ho ricoperto l’incarico di assessore regionale Ambiente, e anche dell’istituzione che rappresento, sicuramente i sistemi di depurazione andrebbero ripensati soprattutto nell’ottica del carico antropico che devono sopportare. L’esempio è conosciuto da tutti: un Comune di 5.000 abitanti d’inverno che diventa di 50.000 abitanti d’estate non può avere lo stesso impianto di depurazione. È evidente che questo impianto sarebbe sottoposto ad una pressione antropica e anche meccanica di non poco conto ed alla fine, soprattutto se la manutenzione è scarsa e non costante, le criticità emergerebbero subito. Vorrei inoltre sottoporre alla sua attenzione una particolare attività che stiamo svolgendo in questa stagione estiva 2020, in diretta collaborazione con l’assessorato all’Ambiente della Regione Calabria, guidato dall’ assessore Sergio De Caprio, e cioè un controllo ai depuratori costieri, alla loro efficienza e funzionalità e quanto loro potrebbero incidere sulle eventuali criticità che spesso sono segnalate. L’assessore De Caprio ha voluto istituire una task force nella quale ha chiesto la partecipazione e l’esperienza dell’ Arpacal, e noi abbiamo dato il nostro supporto di tecnici e know-how tecnico scientifico, proveniente dai cinque dipartimenti provinciali, ciascuno con un esperienza pluriennale sul territorio, che certamente aiuterà l’assessore ad avere un quadro molto dettagliato delle problematiche presenti sul territorio al fine di una corretta pianificazione del sistema».

La rete di raccolta delle acque pluviali e bianche delle città resta anche questa una problematicità della Calabria. Ritiene che si possa intervenire su questi aspetti?
«Direi che il problema comunque fa parte della tematica della depurazione: la separazione delle acque bianche dalle acque nere è uno dei requisiti essenziali per una corretta gestione degli impianti di depurazione ma anche, non dimentichiamolo, di una corretta difesa del territorio. Una migliore organizzazione dei canali di scolo nelle nostre città e sulle nostre strade aiuta anche a far defluire meglio l’acqua soprattutto quando, in casi di criticità meteo climatiche,  la pioggia abbonda più di quanto possa essere controllata dall’attuale rete presente sul territorio».

Quali interventi sono stati effettuati dall’Arpacal per monitorare al meglio lo stato di salute delle acque del mare?
«Su questo argomento avremo da parlare per ore e ore, perché l’Arpacal ha tra le sue matrici ambientali di riferimento sulle quali agire proprio quella dell’acqua ed in particolare delle acque Marino costiere, della balneazione, ma anche della tutela dei bagnanti dalla eventuale presenza di alghe tossiche. È un argomento molto vasto sul quale la nostra agenzia è impegnata in diversi fronti: primo in assoluto sicuramente il centro regionale strategia Marina che sta svolgendo un egregio compito di ricerca tecnico scientifica e rappresenta il nodo di congiunzione tra il ministero dell’Ambiente e la nostra agenzia; appunto un ruolo talmente delicato, e svolto egregiamente, che l’Arpa Calabria ha acquisito una posizione di leadership non soltanto per le regioni meridionali ma nel quadro nazionale. Ovviamente i dipartimenti provinciali con i loro servizi tematici acqua nonché con i laboratori svolgono un lavoro assolutamente di primo piano, e direi anche di battistrada intesa come primo raffronto e prima risposta alle eventuali problematiche. La balneazione è uno dei campi di maggiore attività, ma non dimentichiamo anche tutti gli interventi che svolgiamo per conto delle forze dell’ordine ed insieme a loro per il controllo della gestione corretta dei depuratori di cui ho avuto modo già di dirle, ma anche un controllo puntuale sull’eventuale presenza di alghe tossiche sul tratto di costa calabrese; in quest’ultimo caso i risultati ci danno conforto perché la nostra regione non è certamente in una posizione di criticità. A conferma di ciò posso citare i risultati dell’operazione Lockdown Mare Calabria, voluto fortemente dal ministero dell’Ambiente e dal ministero delle Infrastrutture, e condotta nel mese di maggio dall’Arpacal e dalle Capitanerie di Porto della Calabria».

E poi ci sono le acque fluviali e dei corsi d’acqua. Anche qui si registrano problematicità legate alla qualità delle acque e alla presenza di discariche. Qual è il quadro generale e come si può intervenire?
«Come ho avuto modo già di dirle la problematica della gestione delle acque fluviali e dei corsi d’acqua ha anche un diretto impatto sulla balneabilità delle coste perché se non si controllano e non si fa opportuna manutenzione dei fossi e dei torrenti che sfociano a mare, i turisti vedranno galleggiare qualsiasi cosa intorno a loro e l’eventuale giudizio di classificazione di quei tratti di costa sarà sicuramente negativo. Ribadisco che il compito di individuare le cause di queste criticità spetta alle autorità competenti sul territorio ai quali noi diamo sempre un supporto tecnico scientifico, non solo se richiesto ma in alcuni casi di nostra spontanea volontà».

Avete anche la vigilanza sulla qualità dei suoli: la presenza di rifiuti in alcune aree della regione se non proprio di discariche a cielo aperto sta incidendo sullo stato dei luoghi e sulla qualità del sottosuolo?
«Ovviamente questa è una tematica molto complessa che spazia su tante eventuali criticità, da una corretta gestione del rifiuto passando ad una indagine geofisica dei territori, ad una repressione degli illeciti ambientali che è compito delle forze dell’ordine , ma anche una seria e opportuna programmazione. L’Arpacal in questo argomento dei rifiuti ha delle competenze estremamente specifiche che riguardano il supporto tecnico scientifico alla Regione Calabria per quanto riguarda la programmazione sul territorio, il controllo delle discariche sottoposte ad autorizzazione integrata ambientale, ed altro ancora. In questo periodo siamo impegnati ad eseguire tutti i controlli che sono stati affidati all’Agenzia dalla presidente della Regione con le ordinanze 45 e 54 del 2020. Esprimendo una valutazione, non come direttore generale dell’Arpacal ma da cittadino calabrese, ritengo che solo una corretta e moderna realizzazione di un sistema tecnologico adeguato alle esigenza della nostra regione può essere la soluzione della grave emergenza che la Calabria vive da anni».

Quale contributo può offrire l’Arpacal a migliorare complessivamente l’ambiente calabrese?
«Questa è la classica domanda da 100 milioni di dollari, perché l’Arpacal è nata nel 1999 per dare il proprio supporto tecnico scientifico a tutte le politiche di protezione e prevenzione dell’ambiente; in alcuni casi siamo direttamente protagonisti in un’azione di individuazione delle cause e indicazione delle risposte ad eventuali criticità ambientali. Ma in tanti altri casi, che sono maggioritari, siamo di supporto tecnico scientifico alla programmazione sul territorio degli enti territoriali, cioè Regione Calabria, Province nell’ambito delle loro residue competenze, ed i Comuni. Non dimenticando lo Stato che attraverso i propri organi centrali evidentemente opera anche sui nostri territori per una tipologia di attività che esula dalla competenza regionale. L’Arpacal, anche per volontà del sottoscritto, venne istituita nel lontano 1999 con la legge regionale 20, proprio allo scopo di fornire agli enti preposti i contributi tecnici scientifici funzionali alla prevenzione e protezione di tutte le matrici ambientali di riferimento». (r.desanto@corrierecal.it)





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