Call center in Calabria. Affari milionari e la “crisi” infinita sulle spalle dei lavoratori

Appalti e commesse che fruttano milioni di euro ogni anno per un settore perennemente in bilico. Tutto ricade sui lavoratori, già precari, sui quali incombe periodicamente il rischio licenziamento. E i sindacati si appellano alla clausola sociale e al buon senso degli imprenditori

Abramo CC Lamezia

di Giorgio Curcio
LAMEZIA TERME
Un giro d’affari di decine di milioni di euro. Un mosaico di aziende in grado di coprire buona parte del territorio calabrese e di inserirsi (e mimetizzarsi) tra attività commerciali, zone industriali ed edifici di periferia.
Eppure, quello dei call center in Calabria, è un settore perennemente a rischio, appeso ad un sottile e fragile filo. Un percorso dissestato e ricco di insidie, attraversato quotidianamente da migliaia di lavoratori calabresi.
Già, perché chi lavora nei call center lo sa: tutto va bene ma fino ad un certo punto e soprattutto fina a quando un’azienda ha voglia di restare ed investire in Calabria.

SETTORE SEMPRE A RISCHIO Un settore economico ed occupazionale fortemente volubile, spesso sensibile alle dinamiche politiche, eppure capace di fornire alti livelli occupazionali dove le alternative – come in Calabria –scarseggiano più che altrove. Giovani, neo laureati e over 40: è in questo variegato tessuto sociale che le aziende di call center “pescano” la manovalanza, in cambio di stipendi che ammontano a qualche centinaio di euro e di un futuro costantemente incerto.
E così la prima (per molti) occupazione precaria, diventa nella maggior parte dei casi l’unica strada percorribile, trasformandosi in fenomeno sociale ancor prima che economico.

LE AZIENDE E I NUMERI È in questo scenario che la Calabria, numeri alla mano, ha attirato e attira tuttora gli appetiti di gran parte delle aziende più importanti del settore. L’elenco è lungo: c’è la Abramo Customer Care che impiega poco più di 2.500 lavoratori e la System House, attiva nel reggino, che ne impiega almeno altri mille. Poi ci sono Comdata, Almaviva e Covisian che insieme superano ampiamente i 1.200 occupati.
E le cifre sono da capogiro. La sola Abramo Customer Care, in un anno, avrebbe fatturato poco più di 90 milioni di euro. Ma non è tutto rose e fiori.
A tenere il sistema a galla ci sono le note commesse che dipendono, nella maggior parte dei casi, da grandi aziende che affidano in appalto ai call center la gestione di servizi di customer care oppure di “acquisizione” clienti e di teleselling. Un equilibrio sempre precario. Come una diga che se salta travolge tutto.

IL FALLIMENTO DI INFOCONTACT Come in un enorme tritacarne o in una partita a scacchi. Mossa dopo mossa il più forte e il più astuto ha la meglio, mangiando i pedoni, uno alla volta. Che siano lavoratori o aziende concorrenti finite sul lastrico, non importa. Ne è un esempio Infocontact, attiva principalmente a Lamezia Terme, nella zona industriale ex-Sir, nata attorno al 2006 e fallita una decina d’anni dopo. Migliaia di lavoratori a rischio, proteste che hanno avuto anche eco nazionale, con una trattativa serrata e che ha visto il subentro della Abramo Customer Care, non senza malumori e mal di pancia.

ABRAMO CUSTOMER CARE Una storia, quella dell’azienda catanzarese a Lamezia, più travagliata del previsto e che ha registrato i primi concreti scricchiolii a gennaio di quest’anno, quando l’azienda ha iniziato a manifestare l’intenzione di lasciare i locali della Fondazione Terina per via dei costi troppo alti di affitto. Una posizione netta che non è stata scalfita neanche dalla smentita della stessa Fondazione, l’impegno della politica locale e quello dei sindacati, fino all’epilogo di qualche settimana fa e la chiusura definitiva della sede nella zona industriale e la conseguente (e temuta) ricollocazione di circa 5/600 lavoratori nella sede di Settingiano e in remoto sfruttando lo “smart working”, complice anche la scelta della Fondazione di puntare tutto sulla celebrazione del maxi processo “Rinascita-Scott”.

IL CASO CROTONE E in questo meccanismo complesso fatto di cifre e conti che non tornano, tutto pesa come un macigno sulle sorti delle migliaia di lavoratori, con scenari imprevedibili e indefiniti.
L’ultima vicenda, solo in ordine di tempo, riguarda Crotone. Protagonista ancora una volta la Abramo Customer Care. Al centro c’è l’appalto della commessa Roma Capitale, vinto dal “Consorzio Leonardo” e che riguarda 107 lavoratori del territorio crotonese. E, tra il silenzio e le incertezze, Abramo CC avrebbe già comunicato l’intenzione di avviare i licenziamenti collettivi per via, appunto, del cambio d’appalto.
Il Consorzio Leonardo, da parte sua, non sarebbe intenzionato ad applicare la cosiddetta “clausola sociale” ma ad offrire il mantenimento su Roma. I lavoratori del sito di Crotone con contratti per lo più di 20 ore settimanali, dunque, dovrebbero affrontare un trasferimento a più di 600 chilometri. Una scelta evidentemente impraticabile.

Alberto Ligato

I SINDACATI Una possibilità che preoccupa le sigle sindacali del settore, da Slc-Cgil a Uilcom, Fistel Csil e Ugl. «Come già accaduto più volte nel 2019 e nel 2020 e come affermato nel comunicato unitario del 26 agosto a firma delle Segreterie Regionali calabresi – scrive Alberto Ligato della Slc Cgil – vigileremo affinché venga correttamente applicata la clausola sociale nei call center e vengano garantiti i livelli occupazionali. Stiamo tenendo alta l’attenzione su questo appalto fin dalla sua assegnazione, lo testimoniano le varie richieste di incontro ottenute con i committenti e con i subentranti, non da ultimo quello previsto per giorno 8 settembre».
Insomma, ci risiamo. L’ennesimo braccio di ferro tra aziende e appaltatori che si gioca ancora una volta sulla pelle dei lavoratori. Il solito labirinto senza via d’uscita, lo stesso dramma che già in passato è stato vissuto da altri colleghi e in altre città. Logiche aziendali che non coincidono quasi mai con le reali necessità di decine di nuclei familiari ai quali non resta che incrociare le dita. Anche stavolta. (redazione@corrierecal.it)





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