Recovery Fund, uno degli ultimi treni per la Calabria

Le risorse, messe sul piatto da Bruxelles per uscire dalla crisi legata al Covid, permetterebbero alla regione di recuperare il gap infrastrutturale e di servizi con il resto del Paese. Aiutando l’Italia a crescere più rapidamente. Ecco come

di Roberto De Santo
CATANZARO La Calabria più di altri territori ha bisogno delle risorse del Recovery Fund per colmare il gap con il resto del Paese. Per comprenderne le ragioni occorre prendere in esame i limiti che attualmente sussistono nella regione in termini di servizi offerti alla popolazione e divario nel sistema infrastrutturale materiale e immateriale. Un esercizio utile a capire le falle che potrebbero essere colmate – utilizzando proprio una quota della mole di risorse previste nel Piano studiato da Bruxelles per aiutare l’Europa a risollevarsi della crisi economica legata al Coronavirus – per rendere maggiormente competitivo il sistema economico calabrese nelle sue diverse sfaccettature e metterlo nelle condizioni di recuperare quel terreno che nel tempo si è accentuato. Invece di ridursi.
A passare al setaccio questi aspetti – per la verità non solo per la Calabria ma per tutto il Mezzogiorno – ci ha pensato la Svimez in uno studio presentato nell’ultima audizione in commissione Bilancio alla Camera dei Deputati proprio in tema di Recovery fund e sull’importanza di destinare una quota parte importante di quelle risorse per il Sud.
Ebbene scorrendo quello studio emerge nella sua interezza la fragilità che contraddistingue la Calabria nei suoi pilastri economici fondamentali. Più di altri territori dello stesso Mezzogiorno. Una sorta di Sud del Sud che rende la Calabria ultima tra le ultime. Un quadro strutturale che è la causa principale di un meccanismo infernale di cui è vittima la nostra regione: fa agganciare in ritardo la fase di crescita già lenta dell’Italia nei momenti di ripresa economica e rallenta anche quella post ripresa da uno shock economico come può essere la stagione che sta vivendo l’Italia e l’Europa dopo il blocco delle attività a seguito dei mesi del lockdown. E i dati inseriti nel panel del centro studi Svimez restituiscono un quadro plastico di questa debolezza.

LA DEBOLEZZA CALABRESE Il prodotto interno lordo calabrese nella fase di crescita italiana compreso nel periodo tra il 2000 e il 2007 è salito meno che nel resto del Paese. Mentre sia nel periodo di crisi economica sia in quello post – battezzato della “ripresina” (2015-2018) – non è riuscito a cavalcare l’onda lunga del recupero ottenuto soprattutto nei territori più ricchi italiani. In altre parole la Calabria aggancia troppo in ritardo la ripresa e anticipa più di altri territori le fasi di crisi che si sono alternate in questo ventennio. Restando – per tutto il lasso di tempo preso in considerazione – comunque la regione con il più basso reddito pro-capite d’Italia. Così l’arrivo della Pandemia ha impattato su un’economia già storicamente debole e rallentata dagli effetti a lungo termine delle precedenti recessioni che hanno colpito il sistema produttivo calabrese incidendo sull’occupazione e conseguentemente sui consumi. Il dato finale di questo 2020, stando alle analisi della Svimez, dovrebbe restituire una flessione della ricchezza prodotta con un Pil in territorio negativo: -6,4%. Paradossalmente è un dato inferiore alla media nazionale che segnerà a fine anno un Prodotto interno lordo pari a -9,3%, ma che indica nel contempo la specifica fragilità di un’economia meno coinvolta di altre aree del Paese negli interscambi commerciali e dunque più protetta dalle ricadute legate alla diffusione della pandemia sul territorio.
Un paradosso che offre la chiave di lettura più autentica delle caratteristiche proprie del tessuto economico della Calabria.

I DIVARI STORICI SUI COLLEGAMENTI Leggendo i documenti prodotti dalla Svimez emergono i divari nei servizi esistenti in Calabria e in generale in tutto il Sud rispetto alle aree ricche del Paese. Un divario dovuto soprattutto scrivono gli analisti «ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali» e che riguarda i diritti fondamentali che dovrebbero spettare a tutti i cittadini. Dalla mobilità, all’istruzione passando alla tutela della salute e alle cure appropriate. Sono aspetti che garantiscono al contempo una migliore qualità della vita della popolazione e la possibilità di competere alla pari con altri territori. Non solo e soltanto dal punto di vista economico-produttivo. Ed è così che leggendo gli indici di competitività infrastrutturale dell’Unione europea a 28 membri emerge il distacco a volte siderale con altri territori dell’Italia stessa. Ad iniziare dai collegamenti aerei. Ed in particolare l’accessibilità entro 90 minuti di percorrenza stradale da parte dei passeggeri sulla base del numero di voli giornalieri. In questo campo, ponendo il parametro 100 sulla scala media europea, il valore della Calabria arriva a 9,1 appena un gradino sopra le Marche il cui indice si ferma ad un 9 tondo. Non va meglio il valore di competitività della rete autostradale. In questo settore il parametro – posto sempre 100 quello medio europeo – si ferma a 26,1. Così come è basso in Calabria l’indice relativo all’accessibilità alla rete ferroviaria da parte della popolazione: 34,2. Parametri che portano complessivamente la regione ad ottenere un indice sintetico della competitività infrastrutturale pari a 36,9. Che pone la Calabria al 194esimo posto nel ranking delle regioni europee. Una condizione, se può consolare, simile a gran parte delle regioni del Mezzogiorno: mediamente a un livello pari al 50% del valore medio europeo. Ma il divario storico che accusa la nostra regione lo si misura anche in termini di servizi ferroviari garantiti con linee e corse giornaliere, con treni veloci. Soltanto un’area del territorio – cioè quella tirrenica – è raggiunta da linee ferroviarie valide ma che restano comunque quelle tradizionali. Non ad alta velocità. Infatti seppur lungo le tratte è entrata in funzione anche la freccia rossa questa non raggiunge le velocità consentite nei territori in cui sono presenti infrastrutture idonee all’alta velocità. Dunque una piccola porzione di territorio in cui vengono garantiti servizi comunque ampiamente al di sotto della media europea.

DIGITAL DIVIDE Ma è nel ritardo della cosiddetta economia digitale che emerge l’abisso tra la Calabria ed il resto del Paese e l’Europa. Infatti per connettività, capitale umano, uso di internet, integrazione delle tecnologie digitali nelle imprese e servizi pubblici digitali la regione si colloca all’ultimo posto in Italia e conseguentemente in Europa. Una distanza siderale con la media della Ue a 28. Il Digital economy and society index (Desi) che monitora una serie di parametri per misurare il livello di digitalizzazione dei paesi europei pone la Calabria ultima tra le ultime: registra un punteggio di 20,4 contro una media nazionale già bassa pari a 39,2. Risulta fanalino di coda in tutte e cinque le aree prese in considerazione da questo indicatore confermando l’enorme gap esistente con il resto del Paese. Un aspetto non secondario visto che sull’economia digitale pesa in maniera consistente il livello di competitività di un territorio. Anche in materia di offerta di servizi ai cittadini. Ne è stata una dimostrazione chiara questa fase storica che stiamo vivendo in tempo di Coronavirus che ha costretto anche il sistema scolastico – ma non solo – a far ricorso alla tecnologia digitale per garantire i servizi essenziali alla popolazione. Una regione senza digitale, si può dire rischia di non avere chance neppure su questo terreno.

SANITÀ DIMENTICATA E poi c’è una divergenza nella spesa consolidata effettuata in conto capitale netto sul capitolo sanitario. Dal report della Svimez emerge la sperequazione in tutta la sua ampiezza che impedisce al sistema sanitario calabrese di offrire quel livello di servizi ai propri cittadini. Passando in rassegna la spesa effettuata tra il 2000 e il 2018 emerge che la media pro capite costante è stata pari a 17 euro. Decisamente lontana da territori come la Provincia autonoma di Bolzano in cui quella spesa sale a 198 euro pro capite o la Provincia autonoma di Trento (148 euro). Guardando con attenzione a questa classifica la Calabria risulta ancora una volta fanalino di coda in Italia. Ed una minor crescita di investimenti in sanità in questo ultimo lasso di tempo (non breve) è certamente alla «base – come fanno presenti gli analisti della Svimez – di una profonda divaricazione nell’offerta di servizi». In questo senso sarebbe utile per far recuperare alla Calabria il gap infrastrutturale anche in questo settore, valorizzare le risorse previste dal Meccanismo economico di stabilità (Mes) che prevede di poter usufruire di somme senza condizionalità proprio se utilizzate nel settore sanitario.

L’OCCASIONE DA NON FARSI SFUGGIRE Ora con la chance offerta da Bruxelles all’Italia con quella fetta importante di risorse del Recovery fund – si parla di 209 miliardi di euro tra sovvenzioni e crediti – dovrebbe essere colta appieno dal Governo per colmare questo enorme ritardo accumulato tra le due aree del Paese. Una scelta che sarebbe pienamente coerente con quanto chiesto dall’Europa nelle condizionalità del piano Next Generation EU che chiede all’Italia di puntare sull’innalzamento della sua competitività, ma anche di colmare le divergenze economiche e sociali esistenti. Temi che si ripresentano anche nel Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (Pnrr), nella lettera che il premier Giuseppe Conte ha inviato ai presidenti di Camera e Senato che dovranno fin da oggi valutare. Di un utilizzo massiccio di risorse del Recovery da destinare al Sud sono convinti assertori gli analisti della Svimez, che proprio in occasione dell’incontro parlamentare, hanno ribadito le ragioni che stanno alla base di una scelta considerata vincente non solo per il Mezzogiorno. Ogni euro speso per il Sud genererebbe un moltiplicatore di ricchezza maggiore rispetto alle somme impiegate per altri territori. Seguendo l’assunto: più è alto il divario da colmare maggiore è l’incremento di sviluppo per l’intero Paese. E la Calabria in questo senso potrebbe divenire terra elettiva per adottare appieno questa strategia. (r.desanto@corrierecal.it)





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