L’allarme di Di Palma: «Sempre più ragazzi “a busta paga” della ‘ndrangheta»

Il procuratore di Reggio Calabria, intervistato da “Avvenire”, esprime preoccupazione per il coinvolgimento di minori da parte delle cosche e indica alcune ricette

«È evidente uno stato di arretratezza culturale e morale in cui intere famiglie vivono quotidianamente. In tal senso, l’asticella della moralità si è abbassata notevolmente; un tredicenne – fino a poco tempo fa – si rendeva protagonista di fatti irrisori, sotto il profilo penale. Oggi ci sono vere e proprie organizzazioni “a busta paga” che si servono dei minori rendendoli schiavi delle sostanze stupefacenti: è un aspetto davvero allarmante». Lo afferma il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Roberto Di Palma, facente funzioni presso il tribunale dei minori del capoluogo reggino, in un’intervista ad “Avvenire” nella quale lancia l’allarme sul coinvolgimento dei minori da parte della criminalità. «Ci sono diversi studi – spiega Di Palma – che mettono in relazione le organizzazioni criminali, anche di stampo mafioso, e i minorenni. Dobbiamo interrogarci, quindi, sul “perché” la ’ndrangheta, ad esempio, punti la sua attenzione sui minorenni nell’organizzare una rete di spaccio e, contemporaneamente, sul perché tanti giovanissimi siano attratti dal crimine mafioso. Si tratta di manovalanza a basso costo, dei veri e propri “vuoti a perdere”. Soggetti estranei alle dinamiche familistiche tipiche della ’ndrangheta e che, quindi, possono essere utilizzati e, nel caso di problematiche, sono facilmente abbandonabili o peggio ancora sacrificabili». Secondo il magistrato «quando la società (famiglia, scuola, oratori) non riesce a dare al minore quello che cerca, cioè il riconoscimento della sua individualità quindi a non essere trattato come numero – c’è qualcun altro pronto a colmare questi vuoti. Quando un gruppo di persone più grandi fanno sentire importante il minore, quest’ultimo diventa facilmente gestibile. Questi ragazzi non hanno niente di diverso dalle generazioni precedenti semplicemente sono alla ricerca di amore. Come adulti – rileva Di Palma – dovremmo domandarci se e come siamo capaci di donarglielo». Nell’intervista ad “Avvenire”, Di Palma spiega poi che «bisogna uscire dalla forma ed andare alla sostanza. I giovani hanno un desiderio enorme di essere presi in considerazione. E si aspettano che chi si rivolge a loro, lo faccia col cuore in mano e guardandoli negli occhi. Troppo spesso c’è un aspetto moralistico: può sembrare paradossale, ma i ragazzi non hanno bisogno di trovarsi davanti chi si autoproclama come “l’onesto”. Procedendo in questo modo si continuerà a creare dei vuoti, delle barriere. Bisogna mostrarsi per quello che si è, per cui con tutte le debolezze e gli errori, per trasmettere l’esperienza come forma di condivisione. Però attenzione: prendersela con le agenzie educative è fin troppo semplice: mi auguro che nel dibattito pubblico si torni a parlare della forza educativa della famiglia. La famiglia – sostiene il procuratore di Reggio facente funzioni al Tribunale minori – non può e non deve delegare il proprio ruolo. Torniamo al significato delle parole. Nella formazione di un minore, ogni pedina ha il suo ruolo: se la famiglia non è presente, nessuno potrà supplirne l’assenza». Di Palma infine auspica che il protocollo “Liberi di scegliere” «nel tempo trovi una maggiore estensione: “Liberi di Scegliere” nasce dall’idea di liberare i giovani dalle mafie, dalla cultura di prevaricazione. Ricordo bene, quando un mafioso in udienza mi disse: «Noi in famiglia non abbiamo mai dovuto lavorare». Bene, liberare il territorio vuol dire ampliare il principio di dignità».





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