Fiscalità di vantaggio, un “jolly” per la Calabria

La pressione fiscale resta una delle zavorre più pesanti per famiglie ed imprese. Soprattutto in regioni in ritardo di sviluppo. Il meccanismo ideato dal Governo però non può rimanere “orfano” di altre iniziative che facciano recuperare il gap con il resto del Paese. Muraca: «Dovrebbe essere inserito in un quadro più ampio di misure di sostegno a medio-lungo termine»

di Roberto De Santo
CATANZARO C’è un tentativo di riequilibrare le due parti del Paese facendo leva anche sulla fiscalità. La norma contenuta nel decreto denominato “Agosto”, tramutato in legge lunedì scorso dalla Camera, ne costituisce una prova chiara. Anche se per il momento non definito strutturalmente: si tratta della cosiddetta fiscalità di vantaggio. Cioè viene infatti confermato – fino a fine anno – lo sgravio del 30% sui contributi previdenziali per le aziende del Sud per qualsiasi contratto di lavoro: sia per neo assunti sia per preesistenti, sia per quelli a tempo determinato che indeterminato. Inoltre c’è anche la previsione per il Mezzogiorno di misure agevolative di decontribuzione di accompagnamento per il periodo 2021-2029. Meccanismi introdotti esattamente dall’articolo 27 di quel provvedimento che dovrebbero – nelle intenzioni degli estensori – fare da camera di compensazione al terremoto economico – con conseguente emorragia di posti di lavoro – scatenato dall’emergenza sanitaria legata al diffondersi del Coronavirus per quelle aree del Paese strutturalmente più deboli e meno resilienti alle crisi economiche che investono ormai ciclicamente l’Italia.

La Calabria in questo senso ne rappresenta un esempio plastico. Passando in rassegna quanto accaduto nel recente passato emerge infatti che la nostra è tra le aree che risentono meno nell’immediato delle turbolenze legate alle crisi ma anche tra quelle che ne escono più tardi. L’andamento del Pil pro capite, tracciato dal report dell’Istat, tra il 2007 e il 2018 (a cavallo cioè di due crisi economiche mondiali che hanno colpito anche il nostro Paese)  dimostra che le oscillazioni registrate sul livello di ricchezza della popolazione sono diverse rispetto alle aree economicamente più forti. Se la Calabria nella prima fase della crisi del 2007 è andata in controtendenza, registrando una crescita del Pil nel 2008 (+0,6%) viceversa per recuperare quel valore sono serviti più anni rispetto ad altre aree del Paese: esattamente una decade. Stessa situazione è avvenuta dopo il biennio 2010-2011 a seguito della crisi del debito sovrano che ha colpito le economie europee.
Una storia che potrebbe dunque ripetersi, come sostengono molti analisti – tra cui le indagini dello Svimez – anche in questa stagione ancora caratterizzata dall’emergenza covid-19. Da qui il ricorso alla molla fiscale studiato dal Governo per cercare di correggere da subito quell’effetto già analizzato in passato.


L’assioma sarebbe nell’introdurre un meccanismo tale da rendere conveniente creare occupazione in quelle aree come la Calabria e dunque generare sviluppo. Su questo punto il Governo – con in testa il ministro per il Sud e la Coesione territoriale, Giuseppe Provenzano – scommette molto. Tanto da puntare a rendere la misura della fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno uno strumento non solo temporaneo, ma strutturale. Utilizzando a questo fine le risorse del Recovery fund. Su questo Roma eserciterà la massima forza sull’Europa per farsi approvare quella misura prevista anche nel Piano nazionale di ripresa e resilienza elaborato dal Governo per l’utilizzo delle risorse europee. In una recente intervista rilasciata al Sole 24 ore, il ministro ha difeso strenuamente la bontà del provvedimento annunciando appunto l’avvio delle trattative con Bruxelles: «abbiamo impostato il negoziato con la Commissione per la proroga fino al 2029, con intensità dell’aiuto decrescente dal 2025» e la volontà di superare la provvisorietà dell’iniziativa: «la misura ha senso se sarà strutturale». Tanto da contemplare – previa assenso da parte dell’Europa – la proroga della misura anche nella prossima manovra finanziaria del Governo.

La circostanza che la pressione fiscale – di cui i contributi previdenziali costituiscono una componente – sia uno dei mali che pesa come un macigno sull’Italia è evidente. Da un lato deprime i consumi per le famiglie – con la conseguente riduzione della domanda di beni – dall’altra comprime la capacità delle imprese a compiere nuovi investimenti. Due aspetti che valgono ancor più in regioni a basso reddito come la Calabria. Dall’ultimo studio “Analisi della pressione fiscale in Italia, in Europa e nel mondo. Struttura ed evoluzione dei principali indicatori di politica sociale” effettuato dal Consiglio e dalla Fondazione nazionale dei commercialisti, emerge che restiamo tra i Paesi in cui si pagano più tasse in Europa.  Numeri alla mano, infatti, si è visto che nel 2019 la pressione fiscale italiana è tornata a crescere portandosi al 42,4% con un incremento di 0,7 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Un dato che pone l’Italia al sesto posto in Europa  con 1,4 punti percentuali in più della media europea. Addirittura, secondo i calcoli riportati nel dossier dei commercialisti, la pressione fiscale salirebbe al 48,2% (+5,8 punti percentuali rispetto alle rilevazioni ufficiali) se si considerasse anche il valore del sommerso e dell’economia illegale. Un dato che farebbe schizzare l’Italia al primo posto in Europa. Passando in rassegna quei dati emerge inoltre che sono le famiglie le più tartassate visto che la riduzione della pressione fiscale, iniziata dal 2014 ha riguardato prevalentemente le imprese. Ma è il dato sull’andamento della pressione fiscale negli ultimi 40 anni che impressiona. All’inizio degli anni ’80 la tassazione superava di poco il 30% fino ad arrivare al 42,4% dello scorso anno.
Senza contare l’incremento previsto nel Nadef (Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza) che stima un ulteriore incremento nel corso dell’anno pari a 0,1 punti per poi salire di 0,5 nel 2021. Dunque una sorta di zavorra che, se non corretta, rischia di vanificare qualsiasi ipotesi di recupero dell’economia devastato dalla pandemia ancora in atto.

Da qui l’utilità di introdurre un meccanismo di fiscalità di vantaggio per il Sud che potrebbe dare una marcia in più a territori deboli come quello calabrese. Una misura che però non può restare l’unica per aiutare la regione a superare il guado attuale dettato dall’emergenza Covid e proiettarla, in prospettiva, in una fase di rilancio.  Soprattutto se dovesse rimanere un’iniziativa estemporanea. Ne è convinto Francesco Muraca, docente di Governo Aziendale e Bilancio all’Università Magna Graecia di Catanzaro e consigliere nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili: «L’intervento per ottenere gli effetti sperati di rilancio della domanda di lavoro e di incremento della competitività della Calabria dovrebbe essere inserito in un quadro più ampio di misure di sostegno a medio lungo termine».

Ritiene che la fiscalità di vantaggio possa rendere attrattiva la Calabria ed in generale il Sud e creare le condizioni per recuperare il Gap con il resto del Paese?
«No, non lo credo. Dovrà essere inserita in un piano strategico più complessivo di rilancio degli investimenti pubblici e privati per favorire le attività imprenditoriali in una regione con il Prodotto interno lordo più basso d’Italia. Occorre una terapia d’urto vista l’eccezionalità del momento per sostenere un sistema produttivo come quello calabrese già penalizzato dalle condizioni di base in cui si trova ad operare. Le aziende dovranno attuare tutte quelle strategie necessarie per fronteggiare la crisi, elaborare piani di continuità e porre in essere azioni efficaci per la gestione futura. Per perseguire queste strategie avranno bisogno di misure particolari. Occorrono investimenti pubblici in infrastrutture fisiche e immateriali, carenti in Calabria con grave disagio per imprese e cittadini, al fine di creare un contesto favorevole all’avvio di iniziative imprenditoriali necessarie per accrescere la competitività della regione. Oggi grazie alle risorse messe in campo dell’Europa con il Recovery Fund si presenta un’occasione straordinaria per sviluppare un piano complessivo di rilancio del Sud e della Calabria: dei 750 miliardi di euro da distribuire ai Paesi membri, all’Italia dovrebbero spettare 209 miliardi. E dalle stime si calcola che alla Calabria dovrebbero essere destinati circa 4 miliardi.  Ecco, occorre elaborare un piano di interventi grazie ad un corretto uso di quei fondi per garantire il rilancio dell’economia mediante investimenti pubblici per rilanciare la crescita e investimenti privati indirizzandoli verso le aziende in difficoltà nei territori maggiormente colpiti dalla crisi. Credo che utilizzando quelle somme si potranno mettere in campo misure adeguate per aiutare la Calabria e il Sud a recuperare terreno».

Ma la pressione fiscale resta una vera e propria emergenza per il Paese: è tra le più alte d’Europa. E pesa soprattutto sul lavoro. Il Governo è in  animo di attuare una riforma, quale potrebbe essere la misura per rendere più equo il fisco ed aiutare nel contempo il Sud e la Calabria a risalire la china?
«Sì è vero. La considero una delle riforme decisive per dare una spinta all’economia. Come Fondazione nazionale dei commercialisti abbiamo condotto uno studio che dimostra quanto sia alta la pressione fiscale in Italia e sia sbilanciata dal lato del lavoro rispetto al consumo. È emerso anche che il prelievo sia prevalentemente centrale. Ma anche che la pressione fiscale è pesantemente condizionata dall’esistenza di un vasto sommerso economico e schiacciata dal livello della spesa pubblica. Nonostante il continuo richiamo alle semplificazioni è parcellizzata in una miriade di singoli tributi, mentre il prelievo risulta sempre più concentrato su poche imposte. Pertanto, ogni tentativo di ridurla si scontra con le esigenze del bilancio pubblico appesantito da un’elevata spesa sociale, da inefficienze e sprechi e dal servizio del debito. Per questo è una esigenza ineluttabile mettere mano alla riforma del fisco. A questo fine il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili ha recentemente costituito una commissione di studio sulla riforma fiscale. La Commissione è presieduta dal professor Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio conti pubblici italiani – e provvederà a elaborare una proposta da sottoporre al Governo. Gli obiettivi principali saranno la revisione dell’Irpef, delle relative addizionali regionali e comunali e dei regimi di tassazione sostitutiva. La Commissione lavorerà anche sull’abolizione dell’Irap, la semplificazione degli adempimenti tributari e la razionalizzazione della normativa. Per la determinazione del reddito delle piccole attività produttive verrà proposto un criterio di “pura cassa” che tenga conto rigorosamente dei ricavi e dei costi monetari. Ritengo che queste misure che andremo a proporre renderanno sicuramente più equo il fisco e aiuteranno in particolare il Sud e la Calabria. La riforma fiscale sarà sicuramente una “pietra miliare” per il futuro dell’economia italiana e la vita delle imprese e delle famiglie».

Anche la Regione e gli enti locali potrebbero attuare politiche fiscali più attente. Ma c’è la questione dell’evasione fiscale dei tributi locali che in regioni come la Calabria assumono contorni decisamente preoccupanti. Come se ne esce?
«La Regione e gli Enti Locali possono e devono sviluppare, ovviamente entro i limiti della libertà di manovra definiti dalla legislazione statale, politiche fiscali attente e ragionevoli e nel rigoroso rispetto degli equilibri di bilancio. L’evasione fiscale dei tributi locali necessita dell’applicazione di misure preventive di contrasto così come previsto dall’art. 15 ter del Decreto Legge 34 del 30 aprile 2019 convertito con Legge 58 del 28 giugno 2019. L’obiettivo prioritario per risanare le casse degli Enti Locali deve essere rivolto all’attività di accertamento e riscossione dei tributi con recupero dell’evasione per avere un impatto positivo sui bilanci e sulla sostenibilità economico-finanziaria degli enti. L’accertamento esecutivo dei tributi locali in vigore dal 1° gennaio 2020, introdotto dalla Legge di Bilancio 160 del 27 dicembre 2019, potenzia sicuramente la riscossione con azioni incisive sia sulla preliminare attività di accertamento sia sulla procedura di riscossione coattiva».

E c’è una vecchia disputa su chi paga più tasse tra i cittadini italiani e ne trae più benefici in termini di restituzioni dallo Stato per i servizi offerti. Secondo i dati il residuo fiscale premierebbe la Calabria, ma si fa notare anche che viceversa la spesa storica sia a vantaggio delle regioni del Nord. Dove sta la verità?
«Il residuo fiscale cioè la differenza tra le tasse corrisposte e la spesa statale ricevuta in forme di servizi e beni pubblici è un dato personale, un rapporto Stato-Cittadino regolato dal principio di equità orizzontale che prevede un trattamento uguale per tutti. Il presupposto etico di questo principio legittima la competenza dello Stato a praticare i trasferimenti di risorse per garantire ad ogni cittadino, ovunque risieda, un trattamento fiscale identico per pari servizi ricevuti. Il residuo fiscale positivo di un territorio significa che in quel territorio vivono cittadini che percepiscono redditi superiori a quelli di altri territori con residui fiscali negativi. La Calabria registra un residuo fiscale negativo e, quindi, è ovvio che un cittadino calabrese fornisce al finanziamento dell’azione pubblica un contributo, mediante il pagamento delle imposte, inferiore al beneficio che riceve sotto forma di servizi pubblici. Ma è dovuto alla circostanza che vive in un territorio più povero. Il finanziamento delle funzioni delle Regioni viene effettuato in base alla spesa storica e questa è sicuramente superiore a quella della Calabria in alcune Regioni del Nord e del resto del Paese e, quindi, è fuori discussione che la Calabria è fortemente penalizzata dalla spesa storica». (r.desanto@corrierecal.it)

 

 

 





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