Quegli incontri tra padre Sorge e Natuzza

Il condirettore di Famiglia Cristiana Luciano Regolo evoca i ricordi del gesuita deceduto ieri sulla mistica di Paravati: «A volte il Signore crea queste figure per diffondere una religiosità popolare»

MILETO Padre Bartolomeo Sorge incontrò più volte Natuzza Evolo, la mistica di Paravati. A rivelarlo in un fondo pubblicato su Famiglia Cristiana, Luciano Regolo condirettore della rivista religiosa. Il gesuita – conosciuto per la lotta alla mafia intrapresa negli anni della Primavera di Palermo e deceduto ieri – andò a trovare una prima volta la mistica nella primavera del 1992 perché – come raccontò a Regolo – «un editore della Calabria mi aveva chiesto di scriverne una biografia, progetto al quale non potei aderire, sobbarcato da tanti impegni».
Ma non fu l’unica occasione di incontro tra i due: nel 1993 ne seguì un’altra. A Regolo, Sorge raccontò di quegli incontri: «Partii dall’Istituto Arrupe di Palermo accompagnato dalla scorta – disse in quell’occasione Sorge – poiché all’epoca ero nel mirino della mafia e non potevo muovermi senza. Tra l’altro il capo, Agostino Cassalano, era tra gli agenti che saltarono in aria con Paolo Borsellino il 19 luglio 1992».
«Ebbi un lungo colloquio con Natuzza – spiegò Sorge a Regolo – e mi colpì molto la sua personalità, soprattutto per l’umiltà, segno importante sia della presenza di Dio sia, quindi, dell’autenticità dei carismi. Poi m’impressionò la sua povertà da un punto di vista umano, intendendo anche la povertà di linguaggio: non sapeva neppure parlare in italiano. Il nostro fu un incontro di pura conoscenza, ma ciò che mi disse mi lasciò comunque un’ impressione profonda. Mi raccontò come lei stessa, trovandosi davanti a delle persone che le chiedevano conforto o preghiere, spesso dicesse termini che non comprendeva, magari medici, ma solo perché ripeteva quanto le suggeriva l’angelo. “Eu on capisciu nenti” (Io non capisco niente), ripeteva».
Ma Sorge raccontò al condirettore di Famiglia Cristiana anche dell’altro incontro avuto con la mistica di Paravati. «La seconda volta, andai da Natuzza – disse il gesuita – perché qualcuno che si trovava con me a un convegno da quelle parti suggerì di fare un salto da lei a Paravati. Era un periodo in cui non stava bene ed era difficile essere ricevuti. In quell’ occasione mi furono raccontati diversi episodi della sua veggenza. Mi è rimasto impresso quello di una figlia che aveva accompagnato da lei la madre, colpita da cancro, e, al loro ingresso, Natuzza aveva insistito, guardando la ragazza: “Sei tu l’ammalata, devi farti controllare”. E in effetti si era poi scoperto che la giovane aveva un tumore ancora più terribile di quello della madre».
«Altri – aggiunse poi Sorge – mi raccontarono delle bilocazioni e di eventi particolari. Ero scettico su tanti fenomeni riferiti sul suo conto e tuttora non do loro molta importanza, pur non escludendone a priori la veridicità. Ci sono altri elementi, ben più validi, per giudicare la bontà della missione di quella donna: il primo è senza dubbio l’umiltà, profumo della presenza divina; il secondo è la “nullità”, ossia il suo sapere poco o niente, il suo esprimersi attraverso il buon senso, poiché questo è un altro tratto tipico della presenza di Dio, il quale sceglie chi non ha niente perché nessuno possa mettere se stesso davanti al Suo messaggio, dicendo: “Sono io che agisco!”; il terzo è l’amore verso chi soffre, altra caratteristica importantissima per stabilire l’autenticità dei carismi: la seconda volta che la vidi, poiché mi portarono a visitare il centro per anziani, rimasi impressionato dal suo slancio, forte e sincero, verso i poveri e i bisognosi, come anche dal fatto che non avesse mai approfittato né tratto alcun vantaggio per sé stessa; il quarto elemento è la preghiera, che in lei scaturiva con sincerità ed emozione».
«Pregammo anche insieme davanti all’altare della sua cappella – raccontò ancora padre Sorge – tutto pieno di statuette e immagini sacre di vario genere. Recitammo un’Ave Maria, forse anche un Salve Regina, ma il suo trasporto era palpabile. Già allora mi interrogai sul giudizio da dare su questa creatura. E mi sono trovato a concludere che a volte il Signore crea queste figure per diffondere una religiosità popolare; ecco perché, nella Sua infinita sapienza, Dio inventa santi come Padre Pio o come Natuzza stessa: per rispondere a una particolare missione, ossia quella di aiutare la fede popolare».
«Quando – sentenziò poi Sorge – accadono fenomeni come le bilocazioni, le stigmate o le emografie, però c’è anche il pericolo – ed è accaduto con Padre Pio – che prevalga il sensazionalismo sullo spirito religioso. E lì tocca alla Chiesa fare in modo che la religiosità popolare diventi fede matura. È notevole, d’altra parte come, nel caso di Natuzza, anche persone colte, addirittura di formazione scientifica, attraverso l’ incontro con lei, si siano avvicinate a Dio e abbiano trovato la strada per una fede più matura. Quindi la valenza popolare “di superficie” non esclude affatto l’ effetto profondo e universale di un apostolato». Infine Regolo ricorda l’ultimo suo incontro con padre Sorge in occasione della presentazione a Milano del libro Il miracolo di una vita che il condirettore di Famiglia Cristiana dedicò proprio a Natuzza Evolo. In quell’occasione al termine dell’evento, Sorge si avvicinò al condirettore e disse: «Vedrà, vedrà Regolo quante grazie le farà Natuzza dal cielo».





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