«Dieci anni terribili, colpa del governo e della Regione»

Intervista all’ex presidente della Giunta Agazio Loiero, che nel 2009 riuscì a evitare il commissariamento della sanità. «Lo scongiurai minacciando di dimettermi in Cdm. Dopo di me tutto cambiò e quel fardello ancora lo paghiamo caro». «Per fortuna Strada collaborerà con la Prociv, Gaudio ha grandi qualità ma non ce lo vedevo come commissario

di Antonio Cantisani
CATANZARO È stato l’ultimo governatore di una Giunta che annoverava un assessore alla Sanità. Agazio Loiero nel 2009 riuscì ad evitare il commissariamento in una drammatica riunione del Consiglio dei ministri resistendo a un governo “ostile”. Per questo il suo è un osservatorio quasi privilegiato sui roventi ultimi giorni caratterizzati da un vero e proprio “valzer” di commissari e su un decennio che Loiero definisce «terribile», e i cui responsabili – afferma – «sono prevalentemente due, il governo nazionale e quello regionale.

Presidente Loiero, anche Strada e il rettore Gaudio hanno rinunciato alla carica di commissario. Questa regione è proprio sfortunata o si tratta d’altro?
«Strada è un grandissimo personaggio del panorama internazionale e per fortuna collaborerà con la Protezione civile a favore della Calabria. Gaudio è stato un bravo rettore della più grande università d’Europa, persona dunque di qualità, ma facevo fatica a vederlo passare dal felpato ritmo accademico a quello infernale del commissario in un territorio e in un settore, quello della sanità, complicati quanto altri mai».

Ma in questo caso specifico di chi è la colpa, di Conte o di Speranza?
«Conte e Speranza in questi lunghi mesi di governo non hanno lavorato male. Non dimentichiamo che si sono mossi dentro un’emergenza non comune. Sulla scelta dei commissari, da quello che capisco, ha sbagliato in forma clamorosa prima Speranza con Zuccatelli e successivamente in forma altrettanto clamorosa Conte».

La sanità calabrese è nell’occhio del ciclone, ma probabilmente pochi ricordano che lei, da presidente della Regione, riuscì a scongiurare il commissariamento, pur avendo a che fare con un governo ostile. Come ci riuscì?
«Intanto stabiliamo il periodo storico. Siamo verso la fine del 2009 a pochi mesi dalla fine della legislatura 2005-2010. S’era sparsa la voce, a livello piuttosto autorevole, che in Calabria il governo Berlusconi, che all’epoca era in carica, si accingesse a commissariare la sanità calabrese con una figura diversa da quella del Presidente. Cosa mai avvenuta prima. La Calabria fungeva, come spesso capita, da cavia. Ne parlai subito nell’ufficio di presidenza – di cui facevo parte – della Stato-Regioni. Naturalmente mi ribellai a questa ipotesi governativa che ai miei occhi appariva come un tentativo di influenzare le ormai imminenti elezioni regionali. A questo punto m’impegnai a redigere, insieme ad alcuni bravi dirigenti dell’assessorato regionale della sanità e all’Agenas, un piano di rientro finanziario ed aspettai la convocazione del Presidente del Consiglio dei ministri che non tardò ad arrivare».

Come andò quel Consiglio dei ministri? Le cronache all’epoca riferirono di una Lega molto feroce contro di lei e la Calabria…
«Sì certo i ministri della Lega non furono dolci ma me l’aspettavo perché all’epoca avevo scritto un paio di libricini contro la politica antimeridionale del Carroccio. Di là del merito delle questioni sanitarie e contabili trattate, ho visto affiorare in penombra durante la discussione, anche a questo alto livello istituzionale, i soliti antichi pregiudizi sui calabresi. Pregiudizi che oggi hanno fatto carriera: offrono addirittura materiale ai comici. Vedi il grande Crozza. Berlusconi però mi tutelò, mi diede la possibilità di rispondere con calma, richiamando i ministri che m’interrompevano. Avevo notato nella mia passata esperienza di governo, che l’ospite che veniva convocato in quella sala austera veniva rispettato e il premier applicò questa regola anche con me. Confesso che non mi difesi male. Avevo approfondito il dossier come uno studente all’esame cruciale della sua vita. Insomma alla fine la figura di un commissario esterno, che avrebbe rappresentato un’onta per me e soprattutto per la Calabria alla fine di un serrato confronto, fu scongiurato. Solo che a questo punto venne il momento più difficile».

Che cosa avvenne?
«Berlusconi a questo punto propose di porre in capo a me il ruolo di commissario. La proposta mi mise in difficoltà. Dopo qualche secondo di smarrimento ringraziai e dissi che non me la sentivo di accettare perché se è vero che il commissariamento, attraverso un articolo della Finanziaria, mi avrebbe dato la possibilità di nominare tutti i manager della sanità senza l’obbligo di passare dalla Giunta, è anche vero che lo stesso articolo mi avrebbe imposto il blocco del turnover, delle assunzioni e l’innalzamento delle aliquote fiscali dei calabresi al massimo consentito. Troppo pesante per la mia regione. Faccio qui una parentesi. I calabresi, proprio per via del commissariamento, avvenuto dopo la mia sconfitta elettorale del 2010, quel pesante fardello lo pagano caro e in silenzio da dieci anni. Tornando al Cdm, il confronto a questo punto diventò duro. Anche Berlusconi s’irrigidì. Per uscire dall’impasse fui costretto a fare una dichiarazione gravissima. Se voi insistete su questa proposta io mi dimetto seduta stante. Non la voglio fare lunga ma Berlusconi non se la sentì di farmi passare per vittima. Insomma alla fine il commissario non fu nominato».

Qualche mese dopo però con il suo successore Scopelliti si registrò un commissariamento che dura ancora. Ma si può tenere commissariata una regione per oltre dieci anni? Non è una soppressione grave di democrazia? E comunque di chi è la colpa?
«Domanda complessa. Le darò quindi una risposta articolata. I responsabili di questo terribile decennio sono prevalentemente due. Il governo nazionale e quello regionale. Il primo pensa spesso, indipendentemente dal suo colore politico, che alla Calabria si può propinare di tutto. L’immagine della regione, d’altra parte, appare così devastata – anche per la presenza di una forte criminalità che ha infestato altri territori – che nessuno se la sente di difenderla. Quei pregiudizi, che, come dicevo prima, esistono da tanto tempo, oggi sono diventati molto profondi e quindi inestirpabili anche in individui di cultura. Ma lei ha visto negli ultimi tempi un leader nazionale di partito venire in Calabria, soffermarsi un giorno per cercare di affrontare con il territorio un tema, uno solo, del disagio sociale che ci opprime? Nessuno viene ormai più dalle nostre parti perché nessuno vuole sapere, approfondire, stringere mani. Si è mai domandato il perché? Poi ci sono le responsabilità del governo regionale. Negli ultimi anni, l’indebolimento del potere dei partiti e soprattutto del sindacato, che in passato in Calabria ha svolto un lavoro encomiabile, ha finito per rafforzare il potere regionale, che si è avvalso dell’elezione diretta del Presidente prevista dalla Costituzione. Una prerogativa di cui, com’è noto, non dispone né il Presidente della Repubblica, né il premier».

Anche lei, immagino, nel suo quinquennio se ne sarà avvalso. In fondo il potere è anche uno strumento per decidere…
«Certamente me ne sarò avvalso anch’io. Ha ragione. Ma io non mi sono caricato di deleghe. Ne ho tenuta una sola. Quella dei fondi europei. Rappresentava la mia scommessa con calabresi. Ho fatto liberamente scegliere agli assessori i direttori generali che dovevano occuparsi della loro delega. Io mi sono riservato il diritto di respingere la loro proposta solo se il curriculum a mio giudizio fosse apparso insufficiente o di mandarli a casa se, sempre a mio giudizio, il loro lavoro, nel corso del tempo, non avesse risposto alle attese dell’Ente. Per il resto, sono convinto anch’io che il potere è anche uno strumento per decidere. Esso ha valore però se contribuisce, appunto, con le sue decisioni a risolvere i problemi degli individui, specie di quelli più fragili. Se appare un potere chiuso, accentrato di competenze e deleghe, forte all’interno del proprio territorio, ma docile e ininfluente a Roma, può capitare che un commissariamento duri oltre dieci anni. Ma c’è di più. Se si depotenziano i poteri di controllo in una regione particolare come la Calabria, vedi la Stazione unica appaltante – la prima ad essere stata istituita in una regione italiana verso la fine del 2007 – lasciata da tempo senza guida, si dà l’impressione di una deriva. Un potere così non serve a nessuno, neanche a chi lo esercita. Diventa solo una temporanea esibizione di forza, destinata a evaporare con la cessazione del mandato istituzionale».

Il caos di questi giorni cade in un momento di grandissima incertezza, anche istituzionale per la Calabria: è già di nuovo campagna elettorale per le Regionali. Come inquadra questa fase molto confusa e delicata?
«Le forze politiche sono rimaste spiazzate dalla morte della Presidente Santelli, ma il centrodestra è al governo della Regione sia pure per l’ordinaria amministrazione, anche se la morte della Presidente e il Covid-19 rischiano di dare un profilo speciale alla conduzione del governo. I problemi, semmai, sono nel centrosinistra».

A proposito, visto che ci siamo, approfitto della sua esperienza: sia pure con l’alibi dell’incertezza sulla data del voto e considerando comunque che l’emergenza Covid-19 condiziona tutto, il Pd e il centrosinistra sembrano però piuttosto fermi, sia nell’elaborazione di una proposta programmatica per la Calabria sia nell’individuazione di un candidato governatore. A gennaio scorso la strada della società civile non si è rivelata fortunata. Ha qualche consiglio per i democrat?
«Le offro una risposta veloce. Spero che questo nostro difficile territorio non sia considerato a Roma una pratica burocratica da chiudere in fretta poco prima della presentazione delle liste. Oggi, per quanto possa apparire difficile, ci sarebbero le condizioni per raccogliere tante forze politiche di centrosinistra che appaiono sbandate, ma che non hanno perso il desiderio d’impegnarsi». (redazione@corrierecal.it)

 





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