Imprese e famiglie nella morsa del virus

Il nuovo stop imposto in Calabria dalla zona rossa ha bloccato nuovamente consumi e investimenti già ridotti dal lockdown di primavera. Così la mancanza di liquidità rischia di compromettere il futuro: circa il 30% delle aziende calabresi denuncia un’incapacità a far fronte a tutti gli oneri legati alla propria attività. Nicolò (Mediterranea): «Fare rete e puntare sull’innovazione per uscire dall’angolo»

di Roberto De Santo
REGGIO CALABRIA È la mancanza di liquidità l’effetto più immediato della crisi economica innescata dall’emergenza pandemica. Un nodo al collo che sta lentamente strangolando il sistema produttivo della regione e mettendo in ginocchio anche i bilanci delle famiglie calabresi. Il nuovo fermo imposto dalle norme per contenere l’espandersi dell’epidemia – che in questa nuova ondata ha travolto la Calabria – ha minato alle basi la capacità di ripresa che pur timidamente la miriade di aziende della regione stava registrando. Lo stop ha generato un nuovo ed inesorabile blocco dei consumi e dei mutui per l’acquisto degli immobili da parte delle famiglie calabresi e la contrazione – ancor più marcata – degli investimenti da parte delle imprese che registrano anche un allungamento delle tempistiche per il saldo delle fatture emesse.
Secondo uno studio RintraccioFacile.it, spin-off del Gruppo Irec, circa 7 aziende su 10 stanno riscontrando un forte ritardo nei pagamenti, che interessa circa il 68% delle fatture emesse da marzo ad oggi, saldate in media 40 giorni oltre la media del periodo pre-covid19.
Alla base anche di questo effetto, appunto, la mancanza diffusa di liquidità per la prolungata crisi economica innescata dalla pandemia a cui si è sommato il timore del protrarsi di misure stringenti che causeranno blocchi ad intermittenza delle attività produttive della regione. Un aspetto quest’ultimo che sta generando il crollo di fiducia di cittadini e imprenditori in una ripresa rapida dell’economica reale in Calabria. E tutti i dati registrati negli ultimi mesi sembrano andare in questa direzione. Ad iniziare dalla contrazione degli investimenti da parte delle imprese e dal crollo dei consumi privati. Nell’indagine svolta da Bankitalia in Calabria e riportata nella nota congiunturale pubblicata qualche giorno addietro, emerge che oltre il 40 per cento delle aziende ha dichiarato una spesa per investimenti programmati quest’anno più bassa di quella del 2019.


Il calo del fatturato – già accusato nel primo fermo delle attività in primavera – per il mancato introito delle attività stoppate per lo più del settore commerciale, della ristorazione e dei servizi non finanziari, segnalano gli analisti di Bankitalia, ha generato appunto uno shock sulla liquidità delle imprese. E i provvedimenti adottati dal Governo – attraverso i Decreti Agosto, Rilancio e i Ristori – non sembrano aver controbilanciato questo fenomeno: circa il 30% delle aziende calabresi interpellate dall’indagine di Bankitalia ha giudicato il proprio livello di disponibilità ancora scarso o insufficiente a far fronte a tutti gli oneri e impegni legati alla gestione della propria attività imprenditoriale. Da qui il ricorso massiccio all’indebitamento da parte delle imprese.
I dati, sempre raccolti da Bankitalia, segnalano un incremento elevato del volume di prestiti delle imprese di piccole dimensioni (+5,3% nel mese di giugno) e del settore dei servizi. Meno rilevante – ma comunque anche in crescita – il volume del ricorso al credito da parte delle aziende di medie e grandi dimensioni e degli altri comparti produttivi. Un fenomeno – facilitato da migliori condizioni di finanziamento previste dalle misure governative – che però non ha sostenuto gli investimenti ma piuttosto è servito a soddisfare la necessità delle imprese di ottenere capitale circolante oppure ad esigenze di ristrutturare le proprie posizioni debitorie pregresse.


Una evidenza emersa dall’indagine regionale sul credito bancario (Regional bank lending survey) che registra un aumento significativo delle domande di finanziamento da parte delle imprese calabresi nel primo semestre dell’anno. Proprio passando a setaccio questa indagine, emerge che gran parte del credito richiesto dalle aziende è servito a garantire il capitale circolante, a ristrutturare il debito e una minima parte è stato destinato a fusioni e acquisizioni. Mentre risulta assente in questo lasso di tempo una voce: investimenti.
Una crescita quella del ricorso all’indebitamento, che secondo le previsioni degli intermediari finanziari «dovrebbe proseguire anche nel secondo semestre del 2020». Se da un verso dunque la domanda di credito da parte del mondo produttivo si è impennata, viceversa quella delle famiglie calabresi è in caduta libera. Sono, infatti, diminuite le richieste di mutui per l’acquisto di appartamenti e ancor di più quelle destinate ai consumi. Cioè le richieste di finanziamento delle famiglie calabresi per comprare beni e servizi. Indicatore, appunto, del crollo dei consumi effettuati dai cittadini e sintomo più evidente della mancanza di fiducia in questa fase storica che la Calabria – come il resto d’Italia – sta attraversando a causa dell’emergenza sanitaria e della conseguente crisi economica.
Altro indice della scarsa propensione a credere in un recupero attuale dell’economia calabrese, la crescita dei depositi bancari. Nel primo semestre del 2020 sono aumentati di 7 punti percentuali su base annua: il doppio, segnala Bankitalia, del dato di dicembre 2019. Un incremento di depositi che ha riguardato sia le famiglie che le imprese calabresi.


Ma se per le prime la motivazione è legata alla marcata contrazione dei consumi e alla conseguente messa in sicurezza di risorse per fronteggiare la crisi, per le aziende l’aumento delle somme immobilizzate è indice del fermo alle attività d’investimento e alla messa in riparo di parte della liquidità ottenuta grazie a nuovi finanziamenti ottenuti con gli strumenti garantiti dallo Stato. In entrambi i casi però, con il sussistere delle condizioni attuali, sommate alle conseguenze della flessione dell’occupazione e dei redditi di famiglie e imprese anche questa sorta di salvagente potrebbe non essere sufficiente a garantire la tenuta economica di molte realtà produttive che si troverebbero costrette a chiudere definitivamente o divenire preda della criminalità organizzata. L’allarme della Dia in questo senso è emerso chiaramente nell’ultima audizione del neodirettore Maurizio Vallone, davanti alle commissioni Giustizia e Finanze della Camera dei deputati.
Un tessuto produttivo, dunque quello calabrese, caratterizzato soprattutto da una costellazione di piccolissime realtà prettamente a gestione familiare che finora hanno retto proprio grazie alla capacità di gestire al meglio la liquidità e che con la crisi in atto – se protratta troppo nel tempo – rischia di scomparire. La strada per superare questa fase critica passa dalla rete d’impresa e dall’innovazione. Ne è convinto Domenico Nicolò, professore ordinario di Economia aziendale all’Università Mediterranea di Reggio Calabria.

Professore quali sono i principali rischi che corre l’economia calabrese dal nuovo blocco imposto dall’emergenza coronavirus?
«L’economia calabrese era già molto fragile. Il covid-19 ha ulteriormente aggravato la situazione di numerose piccole imprese familiari dedite al piccolo commercio, ai servizi turistici, all’artigianato, all’edilizia, all’agricoltura e, di conseguenza, quella dei liberi professionisti, il cui reddito deriva prevalentemente dalle prestazioni rese alle imprese. Gran parte di queste piccole aziende familiari rischiano di non riaprire più dopo la chiusura. Esse devono iniziare ad utilizzare sistematicamente i patti di famiglia, che consentono di anticipare gli effetti della successione al vertice dal padre ai propri figli, quando il primo è ancora vivo. In questo modo è possibile ridurre il rischio di crisi successorie che determinano l’estinzione del 30% delle imprese familiari di piccole dimensioni al primo passaggio generazionale al vertice, e di un ulteriore 50% nel passaggio alla terza generazione imprenditoriale. Una successione non pianificata e non gestita mediante i patti di famiglia oggi sarebbe deleteria per la quasi totalità delle piccole imprese familiari, già in affanno per via della crisi».

Il premier Giuseppe Conte

Tra gli effetti più pesanti gli imprenditori calabresi lamentano mancanza di liquidità. Ma l’accesso al credito resta uno tra i nodi storici che impedisce al sistema produttivo regionale di decollare. Perché è così difficile ottenere finanziamenti per le imprese nonostante le garanzie offerte da diversi strumenti attivati da Governo e Regione?
«Molte di loro sono già al limite del fido, che hanno dovuto espandere al massimo per far fronte ai costi fissi, i quali certamente non si riducono quando c’è la crisi. L’elevato indebitamento genera interessi passivi così elevati che la già modesta redditività aziendale, ridottasi molto per via della crisi pandemica nell’ultimo anno, stenta a coprire. Tutta o quasi la poca ricchezza prodotta dalle aziende è drenata dagli interessi passivi. Ciò deteriora il loro merito creditizio, ostacolando un’ulteriore espansione dell’indebitamento».

Bankitalia segnala una pericolosa fase di recessione all’orizzonte – crollo dei consumi, stop ad investimenti di imprese e mutui per i privati – che colpisce una regione già in ritardo di sviluppo. Come se ne esce?
«La crisi derivante dalla pandemia sta azzerando un tessuto produttivo che era già fragile, indebolito da una crisi severa che ha avuto inizio nel 2001 con l’attentato alle Torri Gemelle e che sembra non arrestarsi più. Le imprese, soprattutto quelle meno efficienti ed innovative, stanno chiudendo i battenti. Questo dispiace perché intere famiglie sono in grandissima difficolta. Questa crisi, come tutte le fasi di grande difficoltà, crea spazi che nuove imprese innovative devono sfruttare proponendo servizi e prodotti innovativi rivolgendo l’offerta anche all’estero, mediante internet. Le nostre piccole imprese, quasi tutte familiari, devono collaborare, pur restando autonome, perché l’unione fa la forza. È questa la via mediterranea allo sviluppo».

Quali misure potrebbero determinare un rilancio immediato dell’economia calabrese dopo il fermo imposto dall’emergenza sanitaria?
«Dobbiamo aiutare le imprese migliori, quelle eccellenti, a superare gli ostacoli che impediscono loro di crescere ulteriormente conquistando i mercati esteri. La politica dovrebbe mettere a loro disposizione a costi molto bassi tutti i servizi necessari per esportare, per sfruttare al meglio il commercio elettronico e per promuovere le reti di impresa. Collaborando, esse potranno presentarsi nel sistema competitivo con la forza di una grande impresa, pur rimanendo autonome l’una dall’altra. È necessario dare vita a incubatori e scuole d’impresa, affidate a consulenti e docenti specializzati nel sostegno alla creazione d’impresa, distribuiti su tutto il territorio regionale, nei quali i giovani possano ricevere consigli e, soprattutto, entrare in relazione con gli imprenditori già affermati. Questi ultimi sono gli unici davvero in grado di individuare i talenti e le eccellenze su cui investire. Mettere in relazione chi già opera con chi vuole intraprendere un’attività economica è il segreto dello sviluppo».

Le famiglie calabresi escono sempre più indebitate, soprattutto in questa fase. Come sostenerle?
«È una domanda difficile. Nessuno credo abbia una risposta, oggi che molti dei nostri concittadini sono costretti a ripartire da zero. Io penso che occorra sostenere la rete della solidarietà, affinché nessuno resti senza cibo e senza un tetto. Gli enti pubblici devono fare di più in questa direzione. Non si può lasciare tutto sulle spalle del volontariato e delle istituzioni religiose».

E poi resta il grande tema dell’utilizzo delle risorse comunitarie, sempre invocate per sostenere l’economia regionale. Il Por Calabria accusa sempre ritardi nella spesa e spesso c’è una dispersione di finanziamenti. Come correggere il tiro?
«Il grande equivoco delle risorse comunitarie è finanziare anche chi non ha alcuna esperienza imprenditoriale alle spalle, basta che abbia un buon business plan, fatto ad hoc da consulenti per ottenere il finanziamento, piuttosto che alla luce delle reali possibilità del progetto imprenditoriale. I piani spesso sono costruiti per classificarsi bene nella competizione per l’ottenimento dei finanziamenti agevolati, facendo apparire molto promettente l’iniziativa imprenditoriale sulla base degli indicatori di merito dell’UE: creazione di posti di lavoro, fatturato e investimenti previsti. Bisognerebbe sostenere solo chi ha già esperienza ed i giovani di talento con buone idee. Può essere indicativo del possesso di questi requisiti attrarre l’interesse di venture capitalist e di business angel, oppure il successo di esperimenti pilota su piccola scala o ancora l’ottenimento di risorse mediante campagne di crowdfunding».

Il procuratore capo di Catanzaro Gratteri così come la relazione della Dia segnala il rischio che in questa fase ad avvantaggiarsi della crisi possano essere le mafie. Come prevenire queste infiltrazioni?
«La mafia è il principale ostacolo allo sviluppo. Va contrastata denunciando. Devono essere sostenute le associazioni che supportano coloro che denunciano. Una strada efficace potrebbe essere limitare al massimo l’uso dei contanti».

Su cosa la Regione e il Governo dovrebbero concentrarsi per determinare un effettivo recupero del Gap tra la Calabria e il resto del Paese?
«Affidare la gestione della sanità a manager competenti, lontani dalla politica (se è possibile) investire sulla riqualificazione professionale dei dipendenti regionali, sulla messa a disposizione delle imprese di servizi a basso costo per aiutarle nell’utilizzo del commercio elettronico, nei processi di internazionalizzazione, nelle certificazioni di qualità». (r.desanto@corrierecal.it)





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